Taormina Film Festival. Sono all’Arena. Stanno per proiettare uno dei film più brutti che io abbia mai visto: l’ultimo Indiana Jones. Ma non importa nulla. Di lì a poco sarà il momento in cui giocherò tutte le mie carte. Fingerò di sapere quello che non so e cercherò di portarmi il premio a casa.
Sul palco, a parecchi metri da me, c’è Harrison Ford. Sta salutando la folla e sta introducendo il film. Il film per il quale, comunque, alla fine verrà perdonato. L’ho aspettato per ore e ore e non sono riuscito a fare la foto con lui che desideravo. Né a parlargli, né a farmi guardare. Giusto per poter dire che Indiana Jones sa che esisto.
Voci in sala stampa dicono che abbia già litigato con un fan troppo invadente. Non mi aspettavo niente di meglio dal signor Ford.
Non fraintendetemi…
…sono già in un posto privilegiato. Sono oltre le transenne. Posso appoggiare i gomiti al palco. Dovrei semplicemente accontentarmi della magnifica esperienza e stare zitto. Ma non sono uno che si accontenta, purtroppo.
Al lato del palco, con me, ci sono un paio di giornalisti, l’amica Eva un po’ più avanti e poi quello che è chiaramente il PR che si sta occupando di Harrison Ford in Italia: dei suoi spostamenti, degli alloggi, insomma, sta facendo in modo che tutto sia perfetto per lui.
È al telefono e sta parlando ad alta voce, non perché sia arrabbiato, ma per sovrastare la voce del suo ospite sul palco, oltre alla musica e alla folla davanti a lui. È la sua seconda telefonata, ma è alla terza, dopo una piccola pausa, che inizia dicendo: «Ciao, sono Silvio», e poi continua.
E allora, mentre il discorso prosegue, non so bene con chi, nella mia testa si forma un piano.
Mi è stata data un’opportunità.
Non resta che fingere.
Silvio, il PR, riattacca il telefono per l’ennesima volta. Harrison Ford, intanto, è alla fine del suo discorso. E allora mi decido. Lo faccio.
Mi avvicino a passo sicuro al PR, gli metto una mano sulla spalla, come se lo conoscessi, e attacco:
«Ciao, Silvio. So che per mail mi hai detto che c’erano poche possibilità, però sono venuto qui a controllare. Siccome hai detto che potevi farmi incontrare Harrison, anche solo per una foto…»
I due secondi dopo aver pronunciato questa frase sono cruciali.
Punto tutto su una cosa. Nel nostro lavoro, quello mio e di Silvio, si perdono sempre tanti messaggi, tante mail spariscono e i volti che si incontrano sono davvero tanti. Lo sappiamo tutti che, ogni tanto, qualcuno si perde nel marasma. Ed è sempre un’ottima mossa fingere di conoscere qualcuno che sa il tuo nome e lo pronuncia con così tanta sicurezza.
Punto tutto su quello.
Io lo so e anche Silvio lo sa. Perciò le parole del PR non mi stupiscono per niente.
Mi saluta come un amico, mi confessa che non si ricorda del mio nome, io glielo dico e poi…
Fa un’espressione di ritrovata sicurezza.
Chiaramente si ricorda di me adesso. Chiaramente ha presente la mail.
Chiaramente può aiutarmi.
Non può farmi incontrare direttamente Harrison Ford, perché è molto indaffarato, ma mi confida, quasi in amicizia, visto che sono stato così gentile da mandargli una mail che non esiste, che se mi metterò in un dato posto, in un dato momento, ci saranno ottime possibilità di fare una foto con lui.
Lo ringrazio come si ringrazia un caro amico. Lo ringrazio con sincerità. Sono davvero felice che si sia dimostrato disponibile e professionale.
Le nostre due piccole finzioni si sono amalgamate per creare qualcosa. Qualcosa che ha permesso a lui di fare bene il suo lavoro e a me di realizzare un piccolo sogno.
Sono riuscito ad avere quella foto.
E ogni tanto, quando fingi di conoscere qualcuno e quel qualcuno si dimostra così tanto disponibile, retroattivamente, almeno nella tua testa, il teatro che hai imbastito diventa reale.
Perché alla fine, se è andato proprio tutto come dicevi, e l’unica cosa costruita di quello che hai detto era l’incipit, per la legge dei grandi numeri tutto ciò che hai detto era vero.
Almeno io me la racconto così, mentre guardo la mia foto con Indiana Jones.
di Daniele “Il Rinoceronte” Daccò




