L’articolo di questo mese è un po’ diverso dagli altri a cui siete abituati. Ormai ho trovato un po’ il mio ritmo nel raccontare “il tema” attraverso gli occhi occidentali che guardano l’Asia e riguardano indietro, nel tempo e nello spazio, con esempi costruttivi fatti di nomi, titoli, eventi.
Tuttavia, adesso, oggi, in questo momento, sento di dover tornare a essere un po’ meno “Furi per l’educazione” e un po’ più “Furi per Furiosa”, come Furibionda senza i, proprio furibonda.
Sarà che l’argomento della finzione è così vasto che il cascare nelle “!pulizzzia kontatti basta xsone falzi!!” è sempre in agguato e fa venire subito il nervoso.
Vi sono molti aspetti della finzione che riguardano poeticamente l’arte recitativa, del mettere in scena, tutta la questione artistica insomma; così come ve ne sono molti che riguardano il quotidiano.
E in questo ci sarebbe spazio per fare un confronto tra Oriente e Occidente, poiché la prima domanda che sorge è:
Quanto l’etichetta è finzione?
Noi “qui” siamo schiavi di certe etichette, ben diverse da quelle in vigore in Giappone, in Cina o in Corea del Sud; al contempo in questi Paesi, e in modi assai differenti tra di loro, l’etichetta è un costrutto sociale ancorato e fondante. L’etichetta però non è naturale, è frutto di sforzi sociali di vario genere e natura, è innaturale, è finzione.
Ma la finzione è tanto, così tanto che nella danza che ciascuno di noi balla per destreggiarsi nelle fatiche quotidiane, è parte di ciascuno di noi. Però “leperzonefalzi” sono uno spauracchio troppo grande e fingiamo che la finzione non ci sia anche quando c’è. Finzione nella finzione, Inception proprio.
Credo ci sia innanzitutto da perdonarsi e smettere di demonizzare il “far finta”, perché il “fingere” non è in assoluto il male.
Posso fingere di star bene per non far preoccupare qualcuno; posso fingere di ridere a una battuta per non mettere a disagio la persona davanti a me che si aspetta una risata; posso fingere di sopportare angherie e disillusioni per aiutare qualcuno, perché in quel momento quella persona pare aver bisogno di aiuto a uscire da una brutta situazione; posso fingere che dopo ogni discussione non passi un quarto d’ora a iperventilare in bagno tra le lacrime.

Posso?
Fino a quando posso fingere?
Fino a quanto posso spingermi nella finzione senza che essa mi inghiottisca e mi renda qualcosa che non sono?
Questo è il vero spauracchio.
Non sono leperzonefalzi, siamo noi.
“Devo far finta che mi vada bene perché *inserire motivo lecitissimo validissimo*”.
Se pongo così la questione, la risposta naturale è: No, non devi far finta che ti vada bene per niente.
E allora come si fa? Pugni in faccia al primo disaccordo?
Dov’è la civiltà?
Come si costruisce la società se ognuno fosse così concentrato su se stesso da pensare di non dover spiegazioni a nessuno, di potersi comportare nella “sua autonomamente percepita” realtà, secondo il proprio personalissimo codice, secondo la sua irreprensibile e univoca visione dell’universo?
La civiltà, il comune vivere, l’accordo tra più parti si costruiscono nel mezzo.
Posso far finta che mi vada bene per un sacrosanto motivo? Sì.
Posso farlo per sempre? No.
Il limite è lì. Nel darsi un limite, nel non spostare l’asticella.
Questa per me è l’etichetta. Il comportarsi bene, l’essere giusti adeguandosi alla situazione, nel bene mio e nel bene tuo.
C’è una disparità? C’è squilibrio? Mi sporgerò verso di te, fingendomi in un posto che non è proprio il mio per poi tornare. E tu farai lo stesso per me.
Ma se dopo essermi sporta, cado, addio aiuto, addio etichetta, addio tutto.
Sono caduta nella trappola della finzione, e da lì in poi, non sono più io.
di Alessandra “Furibionda” Zanetti




