Sfida a Dylan Dog

Sono arrivato a quell’età in cui tutto ciò che è successo prima di oggi finisce in un passato indistinto. Non esistono più anni, mesi o date. Esistono momenti. Sensazioni. Ricordi che si amalgamano in un unico grande “tempo fa”. Un po’ come il passato di verdure. Solo che, a differenza della minestra, ogni cucchiaiata cambia sapore.

Quindi questa storia può iniziare soltanto così: tanto tempo fa.

E di tempo, in effetti, ne è passato parecchio.

Ero poco più che un ragazzo, avevo appena iniziato a lavorare e collaboravo con il WOW Spazio Fumetto di Milano. Oggi non esiste più, ma questa è un’altra triste storia.

In quei giorni stavamo allestendo una grande mostra dedicata a Bonelli. Il pezzo forte era la ricostruzione integrale dello studio di Dylan Dog: il galeone, il poster del Rocky Horror Picture Show, il violino… Insomma, tutto quello che avrebbe fatto sentire l’Indagatore dell’Incubo a casa sua.

Eravamo riusciti a trasportare tutto il materiale al museo, ma quello era solo l’inizio. Il service si era sbloccato all’ultimo momento e mancavano poche ore – ore notturne, per la precisione – all’arrivo di giornalisti, autorità, sindaco e tutta quella folla di persone che compare puntualmente ogni volta che succede qualcosa di importante. Più o meno come quelli che arrivano sulla banchina dopo la cattura dello squalo tigre ne Lo Squalo. Gente non raccomandabile, ma che raccomanda parecchio.

L’unica soluzione era rimboccarsi le maniche.

Così questo giovane Rinoceronte si è caricato sulle spalle bancali, ha montato il palco, l’ha ricoperto con il pavimento, ha trascinato un gigantesco mappamondo-bar che pesava quanto una piccola utilitaria e ha iniziato ad arredare ogni angolo dello studio.

Mi sono perfino messo ad appallottolare fogli di carta per riempire il cestino di Dylan Dog, perché anche il disordine, se è quello giusto, richiede cura.

All’alba era tutto perfetto. Senza aver dormito un minuto, avevamo portato a termine la missione. Era una sfida, era importante e non avrei mai potuto tirarmi indietro.

Lo stesso, evidentemente, deve aver pensato anche l’addetto alle pulizie del museo.
Non parlava italiano. La mattina seguente, mentre noi festeggiavamo con una colazione il largo anticipo sui tempi, è entrato nello studio di Dylan Dog e ha fatto esattamente quello per cui era stato assunto: ha riordinato tutto. Ha rimesso a posto gli oggetti, sistemato la scena e, soprattutto, ha svuotato il cestino.

Quando ce ne siamo accorti mancava mezz’ora all’inaugurazione. Fuori i giornalisti già si spintonavano per spiccare accanto a Roberto Recchioni – impresa difficile, anche perché Roberto è molto alto.

Io, invece, sono partito di corsa. Ho dribblato i giornalisti, ho superato l’insegna “Safarà”, ho schivato il cosplayer di Dylan Dog che avevamo assunto e ho raggiunto l’ufficio, sono andato io proprio per fare la cosa che mi riesce meglio: mettere in disordine e sporcare.

Col senno di poi è stata una fortuna che il direttore del museo non abbia accompagnato subito gli ospiti al piano superiore. Mi avrebbero trovato fradicio di sudore mentre appallottolavo fogli di carta dentro un cestino.

Ma quando una sfida si raccoglie, la si porta fino in fondo.

di Daniele “Il Rinoceronte” Daccò

Daniele Dacco
Daniele Dacco
Articoli: 40