Pseudonimi e dintorni: i lati nascosti di Beatles e Queen

Essere artisti è in un certo senso “fingere” di essere qualcun altro o, al contrario, essere in libertà ciò che si è sempre stati. Il nome, o gli pseudonimi, di un artista hanno il compito di rappresentare al meglio la personalità che si porta sul palco, sia che essa esasperi i lati più evidenti del personaggio o che tiri fuori ciò che è nascosto tra le pieghe dell’anima e che nella vita quotidiana si fatica a esprimere.

Non è infrequente che gli artisti, per i motivi più disparati, assumano quindi uno stage name, o nome d’arte, come ci è più consono dire in italiano. Che sia per evitare l’effetto “Mario Rossi” e quindi dare originalità a un nome di battesimo altrimenti troppo banale, troppo diffuso o “anonimo”, che sia per distinguere la persona “privata” dal personaggio pubblico, o al contrario per finalmente affermare davanti al mondo intero l’identità che da sempre sentivano di essere destinati ad assumere, arrivando persino a cambiare le proprie generalità ufficialmente all’anagrafe.

Un po’ più particolare è invece il caso in cui personalità già molto note o in procinto di esserlo (con i loro veri nomi o meno), decidono di nascondersi dietro misteriosi e fantasiosi pseudonimi. Perché celare la propria identità? Le ragioni possono essere molte. Per provare progetti paralleli in maniera “sicura” senza legare il proprio nome a eventuali esperimenti fallimentari, per esempio. A volte sono semplici “easter egg” o “inner joke” per ridere dietro le quinte tra addetti ai lavori. In altri casi invece gli pseudonimi si rendono necessari per agire in incognito ed evitare rotture di scatole di vario genere legate all’eccessiva popolarità e riconoscibilità.

Questo mese vi racconto due storie legate agli pseudonimi adottati da due band leggendarie della storia del rock, i Beatles e i Queen.

I Beatles e i loro pseudonimi

Nel 1960, i giovanissimi Silver Beatles (a quei tempi non avevano ancora snellito il loro nome togliendo l’argentato aggettivo) batterono un imprecisato numero di band di Liverpool durante un contest. Si trattava delle audizioni per trovare la band di accompagnamento per il crooner Johnny Gentle. Fu così che lo accompagnarono in quello che ufficialmente fu il primo tour del gruppo.

Gentle, nome d’arte di John Asken e più tardi noto come Darren Young, aveva già cambiato pseudonimo un paio di volte. Nelle sue precedenti esperienze in concorsi canori e come cantante sulle navi transoceaniche si era già fatto chiamare George Baker e Ricky Damone.

Non si sa se fu proprio questa smodata passione di Gentle per gli stage name a influenzare i nostri, fatto sta che John Lennon per quel tour assunse il nome di Long John, George diventò Carl Harrison e McCartney invece Paul Ramon.

Completava la formazione l’allora bassista Stuart Sutcliffe, che si fece chiamare Stuart de Staël. Alla batteria, ben prima di Ringo Starr (stage name di Richard Starkey) e persino di Pete Best, trovavamo invece Tommy Moore, che durò giusto un mese (il tempo di quel tour) e che – guastafeste – non scelse uno pseudonimo.

Non rimase tuttavia l’unico caso…

…di utilizzo di pseudonimi da parte dei Fab Four, ma fu solo il primo di una lunga serie. John Lennon è forse il Beatle che più di tutti ha utilizzato numerosi falsi nomi in varie circostanze. La lista è veramente lunga ma ve ne cito un paio giusto a titolo di rappresentanza.

Il Dr. Winston O’Boogie che suona nella cover di Elton John di Lucy in the Sky with Diamonds altri non è che Lennon (Winston era il suo secondo nome). Questo alter ego è stato utilizzato in altre occasioni dove per motivi contrattuali il musicista non poteva essere accreditato con il suo nome. In alcuni lavori di Yoko Ono lo troviamo invece menzionato come John O’Cean, dove il richiamo alla parola “oceano” è un riferimento al significato in giapponese del nome della moglie.

Anche Paul McCartney, quando alla fine degli anni ‘60 si è lanciato nella produzione di band giovanili e studentesche, ha utilizzato lo pseudonimo di Apollo C. Vermouth.

I Queen e il progetto Larry Lurex

Forse non tutti sanno che prima ancora di diventare Freddie Mercury per il mondo intero, Farookh Bulsara è stato Larry Lurex. Lo so, siete confusi. Andiamo con ordine.

È il 1972. I Queen si trovano nei Trident Studios, e si stanno approcciando a registrare il loro primo disco omonimo, che per varie tribolazioni verrà pubblicato un anno abbondante dopo (ma questa è un’altra storia).

Uno dei producer dei Trident, Robin Geoffrey Cable, si stava esercitando su alcune tecniche di arrangiamento e missaggio ispirate dal “Wall of Sound” messo a punto da Phil Spector a Los Angeles negli anni ‘60. I brani che Cable stava utilizzando per sviluppare i suoi esperimenti erano I Can Hear Music, precedentemente portata al successo da The Ronettes e Beach Boys, e Goin’ Back, famosa per le interpretazioni di Dusty Springfield e The Byrds.

Cable aveva però bisogno di qualcuno che mettesse a disposizione la sua voce per completare l’opera. Come dicevamo, il caso volle che da quelle parti bazzicasse proprio il giovane Freddie Mercury, che infatti registrò per Cable le sue parti vocali e alcune di pianoforte. Il cantante si portò dietro anche Brian May e Roger Taylor per registrare dei cori (ricordiamo che John Deacon non era vocalmente dotato e dunque non partecipò alla sessione), e già che c’erano registrarono anche rispettivamente delle parti di chitarra e delle percussioni aggiuntive.

Il risultato finale risultò così soddisfacente che gli Studios decisero di pubblicare il tutto nel giugno 1973.

La scelta dello pseudonimo

L’unico problema? La pubblicazione di queste cover da “turnisti” anticipava di una settimana l’uscita del singolo d’esordio dei Queen, Keep Yourself Alive, che lanciava l’imminente primo album. Giustamente la band non voleva che dei brani così diversi dal loro stile rappresentassero il loro ingresso nel mercato discografico.

Si optò dunque per l’assunzione di uno pseudonimo. I Can Hear Music e Goin’ Back vennero lanciate quindi sotto il nome di Larry Lurex, gioco di parole sul nome di Gary Glitter (il lurex è un tessuto con filato metallizzato molto utilizzato nei costumi di scena), che era un noto cantante Glam Rock dei tempi (e che tra l’altro non accolse nemmeno benissimo la parodia).

Questa scelta si rivelò azzeccata per due motivi: intanto perché le due cover non riscossero il benché minimo successo. In secondo luogo perché ha concesso ai Queen di non legare per sempre il proprio nome a quello che si rivelò essere un criminale. Infatti Gary Glitter (vero nome Paul Francis Gadd), ben più tardi (alla fine degli anni ‘90), venne arrestato per possesso di pornografia infantile e abusi su minori, crimini agghiaccianti che portava avanti fin dagli anni ‘50.

Tuttavia, sebbene non in maniera ufficiale, i due brani pubblicati come Larry Lurex, avendo preceduto sia il primo singolo che il primo album dei Queen, rappresentano la prima apparizione discografica della band, anche se non al completo, data la mancata partecipazione di John Deacon al progetto.

di Marta “Minako” Pedoni

Marta Pedoni
Marta Pedoni

Marta Pedoni è una cantante, attrice e performer. Ha inoltre studiato doppiaggio cantato a Roma presso la Scuola Ermavilo fondata da Ernesto Brancucci.
In arte Minako, sceglie questo nome in onore di Sailor Venus. Classe 1990, la sua vita (nonchè la sua personalità) si divide tra arte e scienza, in equilibrio tra razionalità e sensibilità. Tutto ciò si traduce, per farla breve, in una Principessa Disney laureata in Tecniche di Laboratorio Biomedico.

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