Scrivere di libertà oggi significa muoversi in un terreno scivoloso, perché è una parola che usiamo continuamente ma che raramente definiamo. È diventata una sorta di contenitore universale: la invochiamo nella politica, nei social, nelle scelte personali, senza chiederci davvero cosa implichi nella pratica quotidiana. Eppure, basta spostarsi nello spazio, o semplicemente cambiare prospettiva, per accorgersi che la libertà non è un concetto stabile, ma una costruzione culturale.
Nella tradizione occidentale, da Aristotele a John Stuart Mill, la libertà è stata pensata come autonomia individuale, capacità di scegliere senza interferenze esterne. Mill, in particolare, la lega al principio del danno: siamo liberi finché non danneggiamo gli altri.
In Asia orientale, invece, la prospettiva è storicamente diversa. Confucio non parla di libertà come diritto individuale, ma di armonia e ruolo sociale: essere liberi significa agire correttamente all’interno di un ordine, non fuori da esso.
Questa differenza non è una mera teoria, ma si riflette in come le società stesse si organizzano e rispondono alle esigenze interne.
A scuola
La scuola è uno dei primi luoghi in cui la libertà incontra un limite reale. In Cina, Corea e Giappone, il sistema è più rigido e molto più sorvegliato: gli studenti vengono valutati di continuo, ma anche gli insegnanti sono sottoposti a controlli, osservazioni, verifiche.
Qui da noi una struttura del genere verrebbe subito letta come oppressiva, come un attacco all’autonomia personale. In Occidente abbiamo scelto un modello più permissivo, e il risultato spesso si vede. Troppi genitori entrano a gamba tesa contro i docenti come se la scuola fosse un servizio clienti. Troppi studenti si sentono autorizzati a mettere in discussione (nella migliore delle ipotesi) qualsiasi regola non in nome del pensiero critico, ma del capriccio. E bisogna dirlo con chiarezza: una parte degli insegnanti non è abbastanza preparata, né culturalmente né sul piano umano, per reggere classi sempre più complesse.
Poi però guardiamo ai sistemi orientali e ci scandalizziamo per la mancanza di libertà. Va bene. Ma intanto qui abbiamo perso autorevolezza, continuità e perfino il senso del confine. A quel punto la domanda diventa inevitabile: siamo davvero più liberi, o ci stiamo solo raccontando una versione elegante del disordine?
Libertà di muoversi
La libertà di circolare nello spazio pubblico è una delle più concrete, e anche una delle più ipocrite da discutere, perché tutti la difendono in astratto finché non si parla degli strumenti che la rendono possibile.
Tokyo viene spesso citata come una delle città più sicure al mondo, ma quella sicurezza non nasce dal nulla: nasce anche da un controllo diffuso, da telecamere ovunque, da una sorveglianza quotidiana che in Giappone, come in Cina, in Corea del Sud o in Vietnam, viene accettata molto più di quanto accadrebbe da noi.
In Europa, e soprattutto in Italia, un sistema simile verrebbe subito letto come invasione della privacy, come deriva pericolosa, come attentato alla libertà individuale. Però poi pretendiamo strade sicure, trasporti tranquilli, spazi pubblici in cui muoverci senza paura. E allora bisogna decidersi: perché la libertà di movimento non è mai solo un ideale, è anche una questione di infrastrutture, controllo e presenza visibile di un ordine collettivo che, quando funziona, smettiamo persino di notare.

La libertà di parola
Meriterebbe un discorso a parte, ma oggi è sempre più difficile separarla dai social, perché è lì che ormai passa una parte enorme del discorso pubblico.
Da un lato ci lamentiamo, giustamente, dei Paesi in cui l’informazione resta piegata ai governi e alla linea politica; dall’altro accettiamo con una naturalezza quasi comica di affidarci a piattaforme private governate da logiche economiche e algoritmi che non comprendiamo, che non controlliamo e che spesso subiamo come se fossero eventi atmosferici.
In teoria possiamo dire tutto. In pratica impariamo presto che certe parole non sono lecite, che alcuni temi vengono spinti verso il basso. Che esistono shadowban, filtri automatici, restrizioni opache. E che per parlare di questioni umanitarie o politiche bisogna spesso deformare il linguaggio, infilare numeri al posto delle lettere, aggirare sistemi che trattano come “sensibile” perfino l’idea che non si dovrebbe sterminare un popolo.
Il paradosso è tutto qui: continuiamo a celebrare la libertà d’espressione come un pilastro dell’Occidente, mentre la esercitiamo dentro spazi che la tollerano solo finché resta compatibile con interessi commerciali, moderazione automatica e convenienza reputazionale.
Il confronto tra Oriente e Occidente
Ci sarebbero tanti altri elementi, ma spero che questo sia uno spunto di riflessione critico da cui partire.
Alla fine, il confronto tra Oriente e Occidente mostra che la libertà non è mai assoluta, ma sempre situata. Che si parli di virtù confuciana o di diritti individuali, il problema resta lo stesso: trovare un equilibrio tra autonomia personale e struttura sociale.
Quello che possiamo fare è capire se nel nostro piccolo le nostre azioni, le nostre scelte, le nostre reazioni possono in qualche modo andare a ledere la libertà del prossimo. Ricordiamoci che la società siamo noi, e deriva dai nostri atteggiamenti. Possiamo essere liberi entro determinati confini che non dipendono da noi, ma per quel che dipende da noi, fin troppo spesso usiamo la scusa del “non dipende da me” per giustificare comportamenti se non lesivi, quantomeno superficiali.
La prossima volta che ci troviamo di fronte a una scelta “libera” che potrebbe minare qualcun altro, pensiamo anche a chi ci sta davanti, e questo è un inizio di libertà, orientale e occidentale, che aiuta un po’ tutti.
di Alessandra “Furibionda” Zanetti




