Palline colorate

Quando penso alla libertà, l’ho sempre associata al volare, al correre, al nuotare. Esperienze fisiche che trasmettono una sensazione di pace, come se non esistessero confini. Ma col tempo ho capito che è solo un’apparenza. Non nel senso negativo del termine: sono simboli, momenti in cui la libertà sembra concreta, quasi qualcosa a cui aggrapparsi per sentirsi vivi.

Libertà apparente

Poi ho iniziato a scrivere, e lì ho scoperto che la libertà, quella legata al mondo reale, non è sempre una benedizione. Quando una casa editrice ti dice “Inventa quello che vuoi”, senza darti un tema, senza indicarti una direzione, ti ritrovi davanti a una pagina bianca che è più spaventosa che liberatoria. È una libertà solo in apparenza, perché spesso funziona così: tu trovi l’idea, la sviluppi, la scrivi… E solo dopo arrivano i paletti. E allora ti chiedi: perché non me li avete dati prima?

Questa libertà fittizia esiste anche nel lavoro grafico. I nostri schermi sono pieni di file chiamati “vero_finale2”, “questo_davvero_ultimo”, “versione_3”. E non perché siamo noi a non accontentarci, ma perché qualcuno ci ha detto che potevamo fare come volevamo… Salvo poi chiederci di spostare una lettera di due millimetri, ingrandire un quadrato rosso, rimpicciolire un logo. E dentro di te brucia il demone della libertà, che urla: ma allora perché non me l’hai detto subito? Mi avevi detto che potevo scegliere io.

E lì capisci che quella libertà concessa era solo un modo elegante per dire: “Non ho voglia di pensarci adesso. Fai tu e poi vediamo”. Una libertà apparente, destinata comunque a essere riscritta e rimaneggiata.

Salvare i panda senza essere un panda

Forse la libertà la senti davvero solo quando ti confronti con gli altri. La frase “capisci il valore di qualcosa solo quando te lo tolgono” vale anche per la libertà. E a volte la senti ancora di più quando la libertà viene tolta a qualcuno accanto a te. A quel punto, tu che ne possiedi di più puoi fare due cose: usarla per metterti in mostra, cosa che non consiglio… Oppure usarla per lottare al fianco di chi l’ha persa.

Più volte mi hanno chiesto perché sostengo cause che non mi riguardano direttamente, come i diritti LGBTQ+. C’è una risposta facile, dettata dall’era di Internet, quando i meme e la trollface la facevano da padrone: “Per salvaguardare i panda, non serve essere un panda”. Funziona, sì. Ma secondo me la questione è più profonda.

Perché la libertà non è infinita.

Negli anni ho iniziato a immaginarla come una grande piscina piena di palline colorate. E ogni pallina è una piccola unità di libertà. Quando qualcuno ne toglie una a un’altra persona non se la tiene per sé, la getta fuori, nel giardino. E quella piscina si svuota. E non cambia niente se, nel frattempo, stringi forte la tua pallina rossa o blu e ti illudi di essere al sicuro. Perché chi prende palline colorate da quella piscina, prima o poi verrà a prenderne anche dalla tua.

E allora non importa se lotti per difendere la tua libertà o per restituirla a qualcun altro: la cosa fondamentale è non farlo a scapito degli altri. Combattere perché quella piscina resti piena. Perché la libertà non sia un privilegio individuale, ma uno spazio comune in cui tutti possano nuotare.

Ecco: le palline colorate sono una buona unità di misura per la libertà. Perché rendono evidente una cosa semplice, ma spesso dimenticata: quando la libertà di uno diminuisce, diminuisce anche la libertà di tutti.

di Daniele “Il Rinoceronte” Daccò

Daniele Dacco
Daniele Dacco
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