La storia è gialla

Per me la storia è sempre stata gialla.

Da ragazzino, alle elementari, a scuola si usavano quelle pesanti copertine di plastica per rilegare i quaderni protocollo. Ogni guaina aveva un colore lucido, pieno, senza sfumature: un colore assoluto, definitivo, come la vita alle elementari e un odore di petrolio particolarmente forte.

Quel colore, il giallo, era associato a una materia.

Passavi ore al supermercato con tua madre a scegliere i quaderni di Spider-Man o di PK, convinto di stare facendo una scelta fondamentale per il tuo futuro scolastico. Poi però era tutto inutile: venivano ricoperti. Tutti. Uno dopo l’altro. Uniformati.

Il viola era per musica, l’arancione per religione, il blu per matematica. E il giallo… il giallo era per storia.

Per me, Storia è sempre stata gialla.

Alcuni colori facevo fatica ad accettarli nel loro ruolo simbolico. Perché arancione per religione? Non l’ho mai capito. Il blu invece mi sembrava naturale per matematica: freddo, calcolatore, esattamente come quel blu delle partite a Magic che odiavo con la stessa intensità con cui odiavo fare i calcoli.

Geografia azzurra ci poteva stare, il mare. Anche il rosso per francese, sì, quello lo accettavo. Ma musica viola? Proprio no. Un nonsense cromatico che mandava in frantumi la mia pace interiore a ogni lezione.

Il giallo invece… il giallo era perfetto. È ancora oggi, per me, il colore della storia.

La storia è gialla per diversi motivi.

La storia è gialla come la sabbia: quella dei faraoni, delle mummie, delle piramidi. La sabbia che ha inghiottito tutto e che, col tempo, è diventata la materia stessa della memoria. La storia è gialla perché è polvere, sedimentazione, strati.

La storia è gialla perché è un mistero: qualcosa da scoprire, qualcosa per cui bisogna unire i punti, incastrare i pezzi, capire finalmente il quadro generale.

La storia è gialla come i tesori sotterrati dai pirati, come i leoni sugli scudi dei cavalieri e perfino come gli smilodonti… anche se, lo ammetto, questa convinzione probabilmente mi arrivava dalla prima stagione dei Power Rangers.

Poi arrivò il liceo e quelle copertine altamente plasticose di petrolio pressato andarono in pensione. Ovviamente per scelta dell’istituto: nessuna di quelle copertine aveva mai subito davvero l’usura del tempo. Al massimo qualche strappo, qualche disegno a penna sopra. Quella plastica, ne sono certo, rimarrà intatta anche dopo che il regno della razza umana sarà sepolto.

E io, ostinatamente, decisi di continuare a usarle.

Avrei potuto rivoluzionare tutto il codice colore, soprattutto per quanto riguardava musica. Ma no. La storia è gialla. Punto.

Un giorno alle elementari

Durante l’intervallo, siamo tutti fuori dall’aula. Come sempre, il rituale è identico: caos, urla, e una processione di bambini a chiedere agli altri “mi dai un pezzo di focaccia?”, perché qualcuno si era dimenticato la merenda.

E in mezzo a quel delirio, per me, nasceva sempre l’occasione perfetta per gli scherzi. Arte di cui sono cultore.

Così, con un complice alla porta a fare da palo, entro in classe e scambio tutti — ma proprio tutti — i quaderni di matematica con quelli di storia. Ciò che è blu diventa giallo. Siamo solo in quindici, ci riesco senza troppi problemi.

Rimetto tutto in ordine, esco e aspetto.

Rientra la professoressa Cattaneo, insegnante di italiano e matematica. Si avvicina alla cattedra con le sue unghie laccate e le catenine d’oro, inforca gli occhiali di tartaruga e dice:

— Prendete i quaderni, ragazzi.

Silenzio.

La classe si muove, poi si blocca. Confusione generale. La professoressa comincia a guardarsi intorno, sospettosa. Qualcuno alza la mano, indignato come se avesse appena scoperto un complotto internazionale.

— Ma prof… abbiamo preso il quaderno di matematica.

Lei guarda le copertine, non capisce.

Ma come non capisce? È ovvio.

La matematica è blu.
La storia è gialla.

Il mondo funziona così.

Presi una nota sul diario. Me lo ricordo ancora.

di Daniele “Il Rinoceronte” Daccò

Daniele Dacco
Daniele Dacco
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