Problemi di connessione

Sarà che ormai sto invecchiando, ma quando sento parlare di “disconnessione”, la prima cosa che mi viene in mente è quella dai propri parenti, non qualcosa legato a Internet. Certo, anche la disconnessione dalla realtà fa la sua parte, però la primissima cosa a cui ho pensato quando in redazione è uscito il tema per questo mese è stata che ormai da diversi anni non sento più alcuni dei miei parenti.

Prima della scomparsa dei miei nonni, almeno due o tre volte l’anno ci ritrovavamo tutti intorno a un tavolo per qualche compleanno di cugini vari. Le due famiglie, intrecciate da qualche cuginetto sparso qua e là, si ritrovavano. Per modo di dire.

Quello che ho imparato in quegli anni è che:

Discutere intorno a un tavolo non significa necessariamente essere connessi.

Le domande erano sempre più o meno le stesse: “Cosa vuoi fare?”, “Che lavoro vuoi fare?”, “Davvero vuoi fare i cartoni animati?”, “Va bene scrivere, ma un lavoro vero?”.

Domande e affermazioni fioccavano come grandine di diamanti su Giove.

Si trattava di parenti così lontani da me che ancora oggi faccio fatica a capire esattamente che tipo di parentela ci legasse. Zii, prozii, zie acquisite, cognati incastrati da qualche parte nell’albero genealogico. Non ricordo i loro nomi, e in alcuni casi nemmeno le loro facce. Eppure, un paio di volte all’anno, eravamo tutti lì a fare finta che andasse tutto bene, che fosse tutto normale, perché dovevamo farlo.

Ognuno doveva dimostrare che quello che stava facendo valeva qualcosa. Non solo per sé, ma possibilmente anche per tutti gli altri.

Così, come in una partita a poker giocata accanto alla torta dei Power Rangers di mio cugino che compiva cinque anni, venivano snocciolate automobili nuove, gioielli, promozioni e voti altissimi. Dall’altra parte del tavolo, invece, i miei genitori se ne stavano in silenzio, sperando che nessuno facesse domande su di me.

A quei tempi, in effetti, anche i miei genitori erano un po’ sconnessi da me.

Con il tempo ci siamo capiti.

Ma allora, per loro, era parecchio più difficile comprendere cosa volessi fare o, soprattutto, cosa stessi facendo.

Così, quando qualcuno iniziava a fare domande, anche loro cercavano di mimetizzarsi.

Come due paleontologi immobili di fronte a un T-Rex, speravano che nessuno li chiamasse in causa. Ma non è mai bastato.

Gli zii, i prozii e quei cognati comparsi in maniera misteriosa da qualche ramo dell’albero genealogico si fermavano tronfi, con quell’aria di chi era convinto di poter mettere in difficoltà i miei genitori chiedendo loro che cosa stesse combinando il loro figlio unico.

A quel punto, lo sguardo perso di mia madre, simile a quello di un daino in procinto di essere investito da un autobus, cadeva inevitabilmente su di me.

“Spiegalo tu, Daniele, che io non ci capisco niente”.

E allora raccontavo del libro a cui stavo lavorando, il fumetto che stavo portando avanti, gli studi di cinema che stavo facendo. Raccontavo, spiegavo, cercavo di dare un senso a tutte quelle cose che, messe insieme, per me avevano perfettamente senso.

E lentamente lo sguardo da daino investito si copiava e incollava sulla faccia di tutti quelli che mi stavano intorno.

Eravamo lì, tutti connessi alla stessa conversazione e, contemporaneamente, completamente sconnessi gli uni dagli altri.

Quando pensavo che non potesse andare peggio, ecco che dal fondo della sala arrivava la domanda.

Una mia parente, quella bionda con gli occhi azzurri, sorrideva e chiedeva:

“Ma tu vai in chiesa?”

Dalla cucina arrivava un rumore secco.

Mia zia, quella vera, che stava lavando i piatti, aveva lasciato cadere tutto per terra.

Era preoccupata.

Stava per cominciare la vera battaglia: quella fra persone disconnesse, capaci di trascinare tutti gli altri nella propria crociata.

E, a quel punto, Internet non c’entrava davvero più niente.

di Daniele “Il Rinoceronte Daccò

Daniele Dacco
Daniele Dacco
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