Francesca Federica Curcio (anche se, vista la lunghezza del nome all’anagrafe, preferisce decisamente farsi chiamare Federica) è l’autrice della copertina del numero di agosto di Niente Da Dire, dedicata al tema Disconnessione. Su Instagram la trovate come @valkae_.
Per osservare più da vicino il progetto 3D della copertina, potete esplorarlo su ArtStation e Sketchfab, dove è possibile approfondire il lavoro ed esaminare la scena da diverse prospettive.
Da diversi anni fa parte della redazione di Niente Da Dire, dove ha trovato la sua nicchia tra videogiochi indie, animazione, pittura di miniature, robottini, fantascienza (in tutte le sue declinazioni) e natura.
Raccontaci qualcosa di te e di quello che fai
Buongiorno, Federica! Grazie per aver realizzato questa copertina per Niente Da Dire. Ti va di raccontarci qualcosa di te e di quello che fai?
Sono sempre stata una bambina estremamente curiosa e con una gran voglia di creare. Avevo praticamente sempre le mani in pasta: plastilina, argilla, terra… Ero una di quelle bambine che preparavano pozioni magiche con il fango e qualsiasi cosa riuscissi a raccattare in natura. E, ovviamente, ero una fedele seguace di Giovanni Muciaccia.
Disegno da che ho memoria e, in qualche modo, questa è stata una presenza costante nella mia vita, una vecchia amica che, anche quando ho preso strade diverse, è sempre rimasta lì.
Dopo la laurea in Sociologia, ho iniziato a studiare modellazione 3D alla Digital Bros Game Academy di Milano. Da lì è iniziato un percorso che mi ha portata a lavorare con diverse realtà, italiane e internazionali, spaziando tra videogiochi, preservazione del patrimonio culturale e animazione.
Attualmente mi occupo di realtà virtuale applicata al settore ospedaliero, come supporto alle terapie nei reparti.
È un ambito che mi dà molta soddisfazione, soprattutto dal punto di vista umano: sapere che qualcosa che sto contribuendo a creare può avere un’utilità concreta per le persone e accompagnarle durante un momento delicato della loro vita è una cosa che trovo davvero gratificante.
In cosa consiste solitamente il tuo processo creativo?
Dipende molto da cosa sto facendo. Quando lavoro per i vari studi, il processo è piuttosto strutturato. Si parte dal brief, si raccolgono tutte le informazioni necessarie e, in base al progetto, si procede per fasi: documentazione, proposte stilistiche, blockout e, infine, definitivi. Lavoro principalmente in digitale e, ormai, Blender è praticamente il mio migliore amico. Santi software open source, soprattutto quando permettono di fare cose che qualche anno fa sembravano fantascienza.
Quando invece si tratta di progetti personali, la situazione cambia parecchio. Lì vado molto più a braccio. Mi lascio influenzare tantissimo dalle cose che leggo, guardo o a cui gioco. Spesso un’idea nasce da un dettaglio apparentemente insignificante, da un’immagine, da
una creatura, da un’ambientazione o semplicemente da qualcosa che mi è rimasto in testa. Da lì parte la fase che probabilmente mi diverte di più: cercare, documentarmi, accumulare riferimenti e lasciarmi contaminare.
Hai particolari argomenti che preferisci affrontare?
Decisamente. Sia nei progetti per Niente Da Dire sia nelle mie cose personali torno molto spesso a un gruppo di temi che, anche se apparentemente molto diversi tra loro, finiscono per incontrarsi: la fantascienza, i robot, la distopia e il rapporto con la natura.
I robottini, in particolare, hanno un posto speciale nel mio cuore. Mi fanno una tenerezza incredibile, probabilmente perché li associo a una sorta di innocenza, sebbene “artificiale”. Pensate alla sensazione che ci danno certi robot quando li vediamo muoversi, imparare, esplorare o cercare di capire il mondo.

La distopia, invece, è il mio genere preferito. Mi piace perché permette di prendere problemi e dinamiche del presente e portarli all’estremo, rendendoli più visibili. È uno strumento narrativo che trovo molto utile per riflettere su quello che ci circonda: società, tecnologia, rapporto con il potere, ma anche il modo in cui trattiamo l’ambiente.
E proprio il rapporto con la natura e la sua salvaguardia è un altro dei macro-temi che sento maggiormente. Ho l’impressione che stiamo perdendo sempre di più il contatto con il verde, con gli ambienti naturali e con quella parte di noi che invece ne ha ancora un bisogno profondissimo. Per me è una cosa molto concreta, che sento sulla pelle, e quindi cerco di parlarne e inserirla nei miei lavori ogni volta che ne ho l’occasione.
Alla fine, credo che tutti questi temi abbiano qualcosa in comune: mi interessano le cose che ci fanno riflettere su cosa significa essere umani, soprattutto quando a farcelo capire sono una macchina, un mondo che sta andando a pezzi o una foresta che rischiamo di non vedere più.
Cosa rappresenta per te il tema di questo mese?
Il tema di questo mese è appunto la disconnessione, ti va di raccontarci come lo hai declinato all’interno di quest’opera?
Ho voluto interpretare la disconnessione come una distanza, soprattutto quella che si è creata tra tecnologia e natura, ma anche tra noi e l’ambiente che ci circonda.
Il protagonista è un robottino, quindi qualcosa che per me richiama immediatamente il mondo tecnologico.

Il suo design nasce dall’ammirazione che ho da sempre per il lavoro di Matt Dixon, un artista che amo immensamente e che, nel tempo, ha influenzato il mio modo di guardare questo tipo di immaginario.
Ho voluto lasciarmi ispirare dal suo linguaggio visivo e reinterpretarlo attraverso la mia sensibilità, all’interno di una scena 3D che potesse rappresentare al meglio il tema del mese.
Un omaggio sincero al lavoro di una persona che stimo profondamente.
Il robottino si trova in uno spazio artificiale, caratterizzato dal pavimento e dalla superficie del muro. Davanti a lui, però, la vegetazione inizia a comparire e a riconquistare quello stesso ambiente. Al centro di questo contrasto c’è una cosa piccolissima: una piantina.
Mi piaceva l’idea che, nonostante il mondo tecnologico che rappresenta e l’ambiente artificiale in cui si trova, il robottino fosse attratto proprio da qualcosa di così semplice e naturale. La sua mano tesa verso la pianta rappresenta un tentativo di riconnessione, quasi come se stesse cercando di ristabilire un contatto con qualcosa di vivo e concreto.
Anche la scelta dei colori segue questo ragionamento. Il robottino e l’ambiente che lo circonda sono caratterizzati soprattutto da tonalità fredde e metalliche, mentre la vegetazione introduce colori più caldi, ma non troppo. Non volevo però creare una contrapposizione completamente negativa tra tecnologia e natura.
Anzi, mi interessava l’idea che i due mondi potessero coesistere e che la natura non fosse necessariamente qualcosa di lontano. È già lì, ai piedi del robottino, e sta lentamente riappropriandosi dello spazio.
A cura di Matteo “Bonco” Boncompagni e Isabella Giorgini




