Steven Price e un’occasione sprecata: la musica di Coyote vs Acme

Comporre una nuova musica originale è una faccenda molto complessa. Rendere giustizia a un personaggio come Wile E. Coyote e alle sue peripezie nella spasmodica caccia alla sua preda preferita, il road runner Beep Beep, rasenta la follia.

Questa è la sfida a cui si è sottoposto Steven Price, autore della colonna sonora del recentissimo lungometraggio Coyote vs Acme, diretto da Dave Green e scritto da Samy Burch. Sarà riuscito nell’intento? Vi dico cosa ne penso.

Però, come sempre, vi avviso: se non avete ancora visto il film, o se avete intenzione di vederlo a breve, vi sconsiglio di continuare la lettura – vi ritrovereste spiaccicati al suolo da una pesantissima incudine di spoiler.

Coyote vs Acme

Ho trovato il film di per sé un piccolo gioiello. Senza troppe pretese, è la storia di chi non rinuncia a inseguire i propri sogni, nonostante una multinazionale globale sembri fare di tutto per impedirlo. Se cercate un approfondimento su cosa vedrete sullo schermo, vi consiglio di dare uno sguardo qui alla splendida recensione scritta da Marta Minako.

Nonostante il film sia uscito solo adesso dopo anni di vicende controverse, tra posticipi e cancellazioni vere e proprie, la colonna sonora è stata composta e registrata ben prima di queste complicazioni; la natura turbolenta della pubblicazione del lungometraggio non ha fortunatamente influito in alcun modo nella realizzazione della sua componente musicale. Il preambolo è necessario per non finire col giustificare la qualità della resa finale, ma proseguiamo per gradi.

Nelle prime scene in cui appare il nostro perennemente affamato anti-eroe, come da copione, assistiamo ai rocamboleschi inseguimenti a cui siamo abituati, tra deserti messi sottosopra dalla velocità del pennuto e ingegnosissimi piani del coyote destinati puntualmente a fallire. Come era giusto che fosse, si snoda poi però una trama più complessa e tutt’altro che superficiale, che ci accompagnerà piacevolmente fino ai titoli di coda.

Il compositore di colonne sonore, avendo a che fare con un titolo di questo tipo, non ha vita semplice. Deve infatti conciliare i momenti cartooneschi e demenziali a quelli più intimi e toccanti, passando per scene d’azione e drammatiche rotture. Arrivare a un risultato che racchiuda tutti questi aspetti in maniera omogenea, ma soprattutto credibile ed efficace, è, se non impossibile, quantomeno estremamente arduo.

L’eredità dei cortometraggi

La storia animata di questi amatissimi personaggi è tutt’altro che povera, così come la letteratura musicale che li ha sempre accompagnati. I cortometraggi dei Looney Tunes, coi quali sono cresciute generazioni di bambini e ragazzini del XX secolo, erano accompagnati da delle colonne sonore straordinarie, volutamente descrittive nel minimo dettaglio. Ogni gesto, ogni effetto speciale, ogni gag, erano sottolineati da qualche geniale trovata orchestrale, che rendeva ancora più esilaranti le splendide animazioni.

Un maestro nel creare queste musiche meravigliose è stato Carl Stalling, venuto a mancare nel 1972, sicuramente un compositore della vecchia scuola. Tutt’altro che invecchiate male, le sue soluzioni musicali risultano tuttora efficaci. I violini sembrano faticare a stare al passo con Beep Beep, correndo anche loro alla velocità della luce con mille note al secondo, i fermo-immagine si bloccano con un colpo di vibrante accordo sospeso di vibrafono, instabile come se non ci si fosse riusciti a fermare totalmente dalla corsa sfrenata.

Ogni istante è sottolineato in maniera efficace, senza mai che la qualità musicale venga meno. Si alternano ottoni, percussioni, fiati e perfino strumenti improvvisati, le melodie si susseguono accattivanti e incessanti, si salta dal jazz alla pura classica in pochi secondi.

In sostanza, anche per quelli che erano prodotti per un pubblico infantile, la competenza tecnica e artistica necessaria era di altissimo livello. Vi invito in merito a recuperare la visione proprio del cortometraggio Beep Beep, vi potrete godere appieno un esempio del lavoro di Stalling su questi due esilaranti personaggi.

Dopo tutti questi preamboli, la domanda è una: è riuscito Steven Price, date le problematiche tecniche e le aspettative derivanti dal glorioso passato, a ottenere un risultato all’altezza della storia e dei personaggi?

Un compositore da cameretta

Steven Price, nato a Nottingham nel 1977, dopo essersi fatto strada inserendosi come editore musicale nella lavorazione di colonne sonore per film come la trilogia de Il Signore degli AnelliBatman Begins, si è fatto notare dal pubblico internazionale vincendo nel 2013 il premio Oscar per la migliore colonna sonora per il film Gravity di Alfonso Cuarón.

È soprattutto in quest’ultimo titolo che possiamo apprezzare le migliori qualità della musica di Price, che a me piace definire come compositore da cameretta: notiamo quanto sia incredibilmente competente in tutto ciò che riguarda la musica digitale e sintetica, invidiabile come con quanta maestria riesca a piegare le possibilità di sintetizzatori e software alle sue esigenze musicali. Con il suo lavoro riesce a teletrasportarci su mondi e universi distanti, creando atmosfere sonore uniche, di una qualità che difficilmente si riesce ancora oggi ad ascoltare.

Lo immagino appunto nel suo studio musicale, che amichevolmente vedo come la sua cameretta da adolescente appassionato di musica e computer, totalmente immerso in mondi musicali paralleli, concentrato al cento per cento nel ricreare sonoramente le emozioni e le scene richieste ritratte nel film in lavorazione. Vedendolo estremamente esperto in questo approccio molto digitale da one man orchestra solitario, già a priori non lo avrei visto, fosse spettato a me scegliere, come il candidato ideale a cui affidare la colonna sonora di un film come Coyote vs Acme.

Nelle sue composizioni più celebri, ricche di pathos, atmosfere e ambientazioni evocative, mancano melodie e armonie complesse, così come manca una orchestrazione classica e una competenza compositiva di vecchio stampo, che sarebbero stati strumenti fondamentali per affrontare l’impresa.

Tra il dire e il fare

In un’intervista molto interessante fatta allo stesso Price (che trovate proprio qui nella sua lingua originale) ci dice così, e perdonate eventuali errori di traduzione:

“Beh, credo che questo progetto abbia offerto il meglio di ogni aspetto: da un lato ho potuto cimentarmi nella scrittura musicale tipica dell’animazione vecchia scuola, con quelle sequenze di inseguimento frenetiche in cui ogni istante e ogni movimento sullo schermo trovano un corrispettivo nella musica, sfruttando una tavolozza sonora vivace e impiegando l’orchestra in modi variegati, immergendomi appieno in quelle tecniche.

Dall’altro, trattandosi anche di un dramma giudiziario, bisognava curare maggiormente la componente emotiva. La parte divertente, però, è stata proprio quella di costruire atmosfere alla “Looney Tunes”, riutilizzando però gli stessi temi in chiavi diverse e trasformandoli, nel corso del film, in una colonna sonora che, si spera, risulti davvero toccante nel finale.”

Quello che però possiamo ascoltare nel film è piuttosto distante da questa splendida dichiarazione di intenti.

Poche note e sempre le stesse

Partiamo dal succo di queste composizioni. A eccezione di poche idee frammentarie sparse qua e là, abbiamo due soli veri e propri temi musicali: cinque belle note per caratterizzare la Acme, in questo caso gli antagonisti della vicenda, e ben sei note succulente per il tema dedicato a Wile E. Coyote. Tutto qua.

Parlo di temi musicali, non di melodie. In entrambi i casi si tratta di poco più di frammenti melodici, senza alcun tipo di sviluppo o direzione, idee accennate che restano lì fini a loro stesse. Tra l’altro, sono talmente simili che li si confonde l’uno con l’altro, dato il fatto che Price non fa che riproporceli sempre identici buttati un po’ qua e un po’ là. Si sente l’assenza di una melodia, così come di una base armonica vera e propria, regnano la staticità e la monotonia.

Gli elementi di movimento sono dati da un’orchestrazione attenta alla massima valorizzazione di un materiale di partenza non sufficientemente ricco, che dobbiamo all’apparentemente capace David Butterworth, con cui Price aveva già collaborato proprio per Gravity. Qua ovviamente è impossibile dire dove inizi e finisca l’apporto di uno o dell’altro compositore. Un’orchestrazione che rimane solo sufficientemente efficace, se pensiamo alla variegata tavolozza di colori utilizzati nei cortometraggi animati dai compositori del passato.

Per animare le scene più demenziali vengono utilizzate musiche della tradizione più classica, una su tutte la Ouverture 1812 di Čajkovskij, a detta di Price come omaggio all’usanza tutta Looney Tunes di utilizzare famose opere della musica colta per rendere le scene più divertenti. A mio avviso, vista in questo contesto, sembrerebbe più una pigra manovra utile a mascherare una generale incompetenza nel musicare una scena mediamente più movimentata.

I lati positivi

Devo ammettere che però c’è stato spazio per delle trovate veramente simpatiche, una fra tutte dei cori epici, effettivamente ben dosati nell’economia dei tempi del film, che fanno capolino cantando in pompa magna un drammaticissimo “Beep! Beep!”. In questo caso c’è davvero da sentirsi male dalle risate.

Un altro simpatico utilizzo del verso del road runner è stato quando nella canzone Nobody Speak di DJ Shadow il testo viene censurato con i tipici Beep! Beep! originali del pennuto. Anche in questo caso la musica dà il suo contributo alla comicità e freschezza del film.

Traendo le dovute conclusioni…

… non mi sentirei neanche di dare un giudizio catastrofico al lavoro di Steven Price. È vero da un lato che il contributo della musica nel film è minimo, sia da un punto di vista drammatico e drammaturgico nelle scene più serie che dal punto di vista più comico e d’azione. D’altro canto però è tutto gestito da professionisti del settore, che hanno saputo dimostrare in contesti diversi di avere qualità più che eccellenti, per cui il risultato finale non riesce comunque a risultare mai fastidiosocontroproducente.

Resta tutta, a mio avviso, una grandissima occasione sprecata di poter impreziosire e valorizzare un film di per sé molto valido. Sarebbe forse bastato rivolgersi a un compositore con competenze diverse, che sapesse meglio gestire il potenziale immenso di un prodotto che avrebbe potuto almeno avvicinarsi ai fasti di Chi ha incastrato Roger Rabbit? anche da un punto di vista più generalmente artistico.

Mi urge però fare…

… una piccola riflessione

Siamo nel 2026, reduci da una storia artistica, musicale e cinematografica esplosivamente ricca di materiale di ogni genere. Tutto questo materiale è accessibile, consultabile, studiabile, rimaneggiabile e riutilizzabile in mille modi diversi.

Chi di queste arti ne fa oggi un mestiere sembra aver perso tutte le capacità, la storia e le competenze che chiunque se ne fosse occupato in passato aveva. O almeno è questa la sensazione che immancabilmente dà assistere ai loro lavori, come in questo caso ascoltare i loro prodotti musicali.

La mia domanda è, nella musica come in tutto il resto: se continuiamo a farci andare bene i risultati di questo progressivo impoverimento culturale, se li normalizziamo, se non ci rendiamo neanche più conto di essere circondati da quella che nei casi migliori è mediocrità piuttosto scadente, che fine farà tutto questo?

Che fine faranno le arti e le passioni che tanto aiutano a nutrire le nostre anime?

Forse non voglio sapere la risposta.

di Matteo Desole

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