Se siete capitati su questo articolo, probabilmente la storia di come Coyote vs Acme abbia rischiato di non arrivare mai nelle sale la sapete già. Quello che vorrete sapere, immagino, è se stava bene dove stava, se è stata tutta una gigantesca operazione di marketing per creare hype ingiustificato e portare la gente in sala, o se invece il film merita.
Andiamo con ordine. Non so se risponderò a tutte le vostre domande ma proverò a darvi, umilmente e senza troppi spoiler, il mio personale parere sulla pellicola diretta da Dave Green e scritta da Samy Burch.
Il freak per eccellenza
Willy il Coyote è la definizione perfetta di freak, il che mi permette di contestualizzare questa recensione col tema del mese del nostro magazine.
Willy vive praticamente come un eremita, nella sua grotta isolata, nascosta in un angolo sperduto del deserto del New Mexico, circondato da tutte le sue invenzioni fallimentari e gli innumerevoli dispositivi (fallimentari anche quelli, ma ci arriviamo) targati Acme di cui si serve per attuare i suoi strampalati piani per catturare Beep Beep.
Definire un “freak” è un po’ un controsenso, perché nel momento in cui stiamo incasellando in un elenco di caratteristiche tipiche qualcuno che per definizione rifiuta le etichette, significa che anche un anticonformista in qualche modo, alla fine della giostra, aderisce a un modo di essere stereotipato. Ma Willy è un freak vero. Perché non sa di esserlo. Lui se ne frega. Lui fa quello che vuole perché sì.
Certo, come molti “eccentrici” si autodefinisce un genio. Lo scrive persino sul suo biglietto da visita. Ma non lo fa per la “sindrome dell’artistoide”. Willy è un lavoratore instancabile, una mente che è una fucina. E, come recita anche la tagline del film, lui non si arrende. Mai. Ha un obiettivo e lavora sodo per raggiungerlo. Non importa quanto ci vorrà, quanto gli costerà, se soffrirà. Willy il Coyote è la quintessenza dell’inguaribile sognatore. Non solo: è l’unico “cattivo” con cui è impossibile non empatizzare. Sfido chiunque a dire che facevate il tifo per Beep Beep e non per Willy.
E Coyote vs Acme ci mostra chiaramente come i suoi tentativi di catturare il Road Runner, alla fine, non siano falliti per colpa sua. Per anni abbiamo creduto che i suoi disastri fossero dipendenti da una sfortuna nera o dal suo essere imbranato. Ebbene no. Non è così.
Coyote vs Acme, letteralmente
La premessa che dà il via alla trama vede Willy fare causa alla Acme per i numerosi “bidoni” rifilatigli dall’azienda, nonché per i danni morali e fisici. Anche se i cartoni animati (come già visto anche in Chi ha incastrato Roger Rabbit?) sono praticamente indistruttibili (e su questo si basa la comicità slapstick di cui fa largo uso anche Coyote vs Acme), veniamo a conoscenza che comunque sono in grado di provare dolore e di subire danni, in alcuni casi irreparabili, sulla loro salute mentale.
Scopriamo che la Acme è un enorme monopolio che produce qualsiasi cosa, dagli oggetti di uso comune alle tecnologie più raffinate, non solo per i cartoni animati, ma anche e soprattutto per gli umani. È evidente dunque che un povero coyote da solo contro un colosso del genere, affiancato da un avvocato mediocre e demotivato, abituato a chiudere le cause per patteggiamento, che non prova nemmeno a vincerne una, può fare ben poco. È la classica situazione da Davide contro Golia, insomma. Ma c’è di più.
Il Dottor Lorre, responsabile delle invenzioni destinate ai cartoni, è sparito dopo una serie di test effettuati sui personaggi animati stessi, e non ha più fatto ritorno a casa. Come si intreccia questo mistero con il dramma del nostro Willy? Sarà compito dei nostri protagonisti sciogliere il nodo della matassa, e la verità che verrà a galla avrà molto a che fare con il legame tra il Coyote, consumatore compulsivo di prodotti Acme, e la sua eterna caccia a Beep Beep.
Il cast
Affiancate da un cast “umano” credibile e sul pezzo, composto nei suoi ruoli principali da Will Forte, Lana Condor e John Cena, le numerose comparsate dal mondo dei Looney Tunes risultano essere perfettamente contestualizzate e ognuna con un ruolo ben preciso e coerente con la narrazione.
Troviamo quindi la Nonna con Titti e Silvestro (vi siete mai chiesti se fosse sposata, vedova o che altro? Forse dovreste), Bugs Bunny nel ruolo di un misterioso informatore, Daffy Duck che affronta le conseguenze del suo passato alla Acme come tester dei prodotti, Taz che con la sua peculiare “parlantina” testimonia in tribunale. Fa una brevissima apparizione, insieme a una tagliente battuta, anche Pepé Le Pew, la puzzola bandita dalle recenti produzioni per la problematicità dei suoi comportamenti assimilabili a quelli di un molestatore sessuale.
Non mi sentirei di definirlo un semplice fanservice, piuttosto un puzzle orchestrato abbastanza bene e che non tralascia in questo incastro i momenti più classici di gag slapstick, comicità che da sempre caratterizza i Looney Tunes (e Willy il Coyote in particolare), ma dosate sapientemente senza mai stufare e, anzi, talvolta utilizzate in maniera metaforica e per sopperire alla mancanza di linee di dialogo del Coyote.
Omaggi e riferimenti
Non mancano poi gli omaggi ai personaggi chiave che hanno reso gloriosa la storia degli studi di animazione Warner Bros. Il fittizio studio legale Avery, Jones & Maltese prende il nome da Tex Avery (storico animatore dei Looney Tunes) e da Chuck Jones e Michael Maltese, tra le tante cose creatori di Willy il Coyote e Beep Beep. Anche il nome di Buddy Crane, interpretato da John Cena, è un tributo a Buddy, il secondo personaggio dei Looney Tunes mai creato dopo Bosko, nei primi anni ‘30.
Lo stesso Dottor Lorre citato in precedenza, personaggio già utilizzato in altri corti dei Looney Tunes e delle Merrie Melodies – nonché in Looney Tunes: Back in Action, è una caricatura di Peter Lorre (fun fact non richiesto, l’attore viene omaggiato anche in SpongeBob con il personaggio di Slappy Daze).
Coyote vs Acme, il verdetto
Ma quindi, alla fine, com’è questo film? Coyote vs Acme fa il suo lavoro, cioè quello di intrattenere e di strappare più di una risata, empatizzando e facendo il tifo ancora una volta per Willy il Coyote, persino quando mostra i lati più meschini del suo carattere.
Coyote vs Acme era come mi aspettavo che fosse: leggero, divertente, ma anche tenero e portatore di un messaggio di amicizia e di speranza incrollabile, di fiducia nei propri sogni come motore perpetuo per insistere e andare avanti.
Sebbene tocchi anche tematiche importanti – come la salute mentale e fisica sui luoghi di lavoro o la sfida impossibile di far valere le proprie ragioni contro i ricchi e potenti che hanno le autorità dalla loro parte – non mi aspettavo di certo che venissero approfondite più di tanto. Questo approccio è stato criticato da molti e giudicato un po’ troppo superficiale. A mio avviso, invece, questi aspetti hanno trovato molto più spazio di quando avrei potuto prevedere in un film del genere. Tuttavia scavare a fondo in questi temi probabilmente non è né il compito, né lo scopo di questo tipo di lungometraggio.
Se consideriamo che le sue due più grandi ispirazioni, il già menzionato Chi ha incastrato Roger Rabbit? e Space Jam, sono rispettivamente una pietra miliare del Cinema in tecnica mista e un film che al di là del fattore affetto e nostalgia non ha superato troppo bene la prova del tempo, probabilmente Coyote vs Acme si colloca nel mezzo. Intendiamoci, non è sicuramente il nuovo Roger Rabbit. Comparandolo a Space Jam, non so se avrà lo stesso successo commerciale (gli incassi sembrerebbero andare bene) o godrà dello stesso status di cult, ma probabilmente invecchierà meglio. O almeno glielo auguro.
Un freak popolare
Il punto di forza più grande del film è sicuramente il protagonista Willy il Coyote, con la sua personalità caparbia, che è capace di rubare il cuore persino a chi normalmente i cartoni animati non li ama. E lo dico a ragion veduta, perché al cinema ci sono andata con mio padre, che non ama affatto l’animazione in generale ma che per Willy ha veramente un debole.
Sebbene viva isolato, eternamente concentrato sul suo obiettivo imposs… pardon, ambizioso, alla fine Willy ha più amici di quanti possa immaginare.
Prima di tutto Beep Beep. Non possono esistere l’uno senza l’altro. Se uno dei due smettesse di fare quello che fa, l’altro non avrebbe più uno scopo. La loro sfida eterna dà a entrambi un motivo per alzarsi la mattina e correre. Un po’ come il leone e la gazzella di Aldo, Giovanni e Giacomo.
Poi l’avvocato Kevin. Poco importa se lo ha quasi usato spudoratamente, accarezzando l’idea di fare del processo l’ennesimo piano contorto per catturare il pennuto direttamente al banco dei testimoni. La volontà di condividere un’ipotetica e sudatissima futura cena a base di Road Runner con l’uomo è la più grande prova d’amicizia che ci si possa aspettare da Willy.
Infine noi spettatori, che ridendo dei suoi fallimenti, ridiamo un po’ anche dei nostri e rivediamo noi stessi nel Coyote più umano che sia mai apparso su schermo. E che, grazie a Coyote vs Acme, sembrerebbe essere tornato più popolare che mai.
di Marta “Minako” Pedoni




