Masaaki Yuasa: ode ai disegni “freak”

Ho sempre avuto un debole per le cose strane, per le cose che non sono “come dovrebbero essere”. Per quel che mi riguarda, il concetto di freak indica semplicemente qualsiasi cosa che attira la mia attenzione e, in particolare, può essere applicato benissimo all’arte nelle sue diverse sfaccettature. Mi piacciono proprio quelle cose che quando le guardi ti fanno pensare immediatamente: “Ma è fatto male?”. In questo articolo vi voglio parlare a ruota libera del mio proverbiale amore per i disegni “storti”: personaggi sproporzionati, facce deformate, colori eccentrici e linee irregolari. Maestro assoluto di questo stile è Masaaki Yuasa, e questa è la mia personale ode ai suoi disegni “freak”.

La bellezza di ciò che non è perfetto

Siamo abituati a un’idea di bellezza abbastanza precisa e socialmente conformata (fortunatamente non vale per tutti questo concetto): un volto dev’essere ben proporzionato, un corpo deve avere determinate forme.

Anche nell’apprezzare l’arte siamo portati a seguire degli schemi simili: una linea dev’essere pulita, la simmetria rispettata; più un disegno è preciso, più siamo portati a pensare che sia bello.

Ma l’arte per me non dovrebbe essere una gara a chi disegna meglio una cosa nel modo in cui siamo abituati a vederla. Certo, determinate opere ci sorprendono per la loro magnificenza e accuratezza nei dettagli, ma esistono anche altre possibilità di rappresentazione artistica oltre al realismo.

Un artista può conoscere perfettamente l’anatomia e decidere volutamente di non seguirla e deformarla, così come conoscere la prospettiva e decidere di ignorarla. Queste scelte apparentemente non accurate o imprecise, messe insieme possono generare uno stile, un pensiero, una corrente artistica.

Quando lo strano diventa riconoscibile: Masaaki Yuasa

Credo che uno degli aspetti più belli degli stili particolari sia proprio il fatto che non cercano necessariamente di piacere a tutti. E capisco perfettamente perché a qualcuno possano non piacere, e in alcuni casi penso che sia proprio normale e una questione di gusti.

A molte persone lo stile deformato può sembrare semplicemente brutto, confuso o poco curato. Se siamo abituati a personaggi dalle proporzioni perfette e dall’estetica molto pulita, un disegno pieno di linee irregolari e corpi sproporzionati può risultare quasi fastidioso. Io invece lo trovo favoloso: più è strano, più mi incuriosisce. Non voglio che un personaggio abbia per forza un bel viso, voglio che abbia un viso interessante. Non mi importa che un corpo sia perfettamente proporzionato, ma che la sua rappresentazione abbia qualcosa da raccontare.

Se penso a un artista che rappresenta perfettamente questo modo di vedere il disegno, penso subito a Masaaki Yuasa, uno dei miei registi preferiti, ma anche sceneggiatore e animatore. Nel suo caso, non penso nemmeno a una singola opera, ma un po’ a tutto il suo lavoro.

Da Mind Game a The Tatami Galaxy, da Kaiba a Ping Pong the Animation, passando per Devilman Crybaby e Inu-Oh, il suo stile cambia moltissimo, ma conserva sempre quella libertà di deformare i personaggi e la realtà che trovo meraviglioso.

I corpi di Yuasa non devono necessariamente rispettare la realtà. Possono allungarsi, schiacciarsi, cambiare forma, diventare quasi caricature di sé stessi.

Adesso vi propongo alcune delle opere che possono rappresentare al meglio il discorso. 

Crayon Shin-chan

Crayon Shin-chan

Masaaki Yuasa ha lavorato alla serie di Crayon Shin-chan come animatore, e trovo interessante partire proprio da qui perché Shin-chan è già un mondo in cui la normalità non interessa poi così tanto.

È un tipo di animazione in cui la precisione anatomica non conta praticamente nulla, ma conta il movimento, la gag, conta l’espressione. E penso sia importante perché, guardando il lavoro successivo di Yuasa, si può ritrovare quella stessa libertà: il corpo non è qualcosa che deve rimanere fisso.

Il corpo può essere deformato per fare ridere, per comunicare un’emozione o semplicemente per rendere un movimento più efficace. Ed è curioso pensare che prima di vedere corpi psichedelici, prospettive impossibili e personaggi completamente deformati in Mind Game, Yuasa si sia fatto le ossa anche animando un bambino con due semplici sopracciglia e un sedere enorme.

Mind Game (2004): la nascita del caos

Il primo lungometraggio diretto da Yuasa è Mind Game, un film completamente fuori controllo. O meglio: sembra fuori controllo. Qui Masaaki Yuasa mescola disegno, fotografia, deformazioni, colori, prospettive impossibili e cambi di stile continui. Non c’è una sola estetica a cui l’immagine deve obbedire.

In questo film il disegno cambia insieme alla storia, all’umore dei personaggi, alla velocità della scena. La realtà può diventare improvvisamente enorme, minuscola, distorta o completamente assurda. È come se Yuasa avesse deciso fin dall’inizio che se l’animazione permette di fare qualsiasi cosa, allora tanto vale farla.

Kaiba (2008): l’illusione della tenerezza

Poi arriva Kaiba, e Yuasa cambia completamente registro. A prima vista sembra quasi un cartone per bambini. I personaggi hanno uno stile chibi e kawaii: corpi semplicissimi, teste enormi, occhi grandi e forme morbide. Tutto sembra leggero, tenero. Eppure, più si guarda questo mondo, più quella semplicità comincia a diventare straniante.

Kaiba

I corpi possono essere modificati, sostituiti, trasformati. La memoria e l’identità diventano qualcosa di fragile, che può essere conservato, spostato o perso. E così quelle forme buffe e sproporzionate acquistano un significato completamente diverso. Qui l’autore ci dimostra che non serve per forza un character design realistico per parlare di temi complessi.

The Tatami Galaxy (2010): corpi che corrono insieme ai pensieri

Con The Tatami Galaxy arriviamo a uno degli stili di Yuasa che amo di più. Qui il mondo è molto più riconoscibile: Kyoto, l’università, le stanze, le strade. Le prospettive cambiano continuamente, i corpi si allungano, si comprimono, si muovono velocemente e tutto sembra seguire il ritmo vorticoso dei pensieri del protagonista. Ma una delle cose che trovo più belle è che non è sempre così.

In mezzo a tutta quella frenesia ci sono anche momenti di calma, quasi sospesi. Le immagini rallentano, gli spazi sembrano respirare e per qualche istante tutto diventa più semplice. È proprio questo contrasto a rendere ancora più efficaci le scene movimentate: dopo essere stati trascinati in quel vortice di parole, colori e movimenti, improvvisamente ci viene concesso di fermarci. E trovo bellissimo che Masaaki Yuasa non abbia paura del vuoto. Non deve per forza riempire ogni secondo con qualcosa che si muove.

Ping Pong the Animation (2014): il disegno “brutto” che diventa perfetto

Passiamo ad uno dei capolavori assoluti del regista Ping Pong the Animation, basato sul manga di Taiyo Matsumoto,  Qui, secondo me, arriviamo al cuore del mio discorso. Le linee sono sporche, i volti possono diventare completamente assurdi. Ma è proprio questo che lo rende incredibile.

Il disegno non cerca di rendere i giocatori belli, ma cerca di rendere visibile quello che stanno vivendo, perchè quando giocano, i loro corpi diventano tensione, velocità, rabbia, paura.

Smile - Ping Pong The Animation

Il tratto ruvido diventa energia e improvvisamente quello che potrebbe sembrare un difetto diventa la cosa più adatta possibile a raccontare quei personaggi. E credetemi, anche se non vi interessa per niente il Ping Pong, questa serie è in grado di farvene innamorare all’istante.

Devilman Crybaby (2018): la deformazione diventa violenza

Devilman Crybaby, una delle opere in cui Yuasa porta il concetto di deformazione davvero all’estremo. La serie è tratta dal celebre manga Devilman di Go Nagai, nato negli anni Settanta, ma Yuasa non si limita a riproporre la storia originale: la reinterpreta completamente, portandola ai giorni nostri e adattandola al proprio linguaggio visivo.

E qui il suo amore per le forme strane diventa praticamente impossibile da ignorare. La deformazione diventa grottesca, violenta, sensuale e mostruosa. I corpi si allungano, si contorcono, si trasformano. Le figure umane sembrano quasi perdere la propria forma e diventare masse di carne, muscoli e movimento.

Ma la cosa interessante è che Yuasa non cerca di rendere i demoni “belli”. Al contrario, li rende spesso esagerati, quasi disgustosi in alcuni momenti.

Inu-Oh (2021): il freak diventa protagonista

E arriviamo infine a Inu-Oh. Il protagonista della storia nasce con una deformità molto evidente: il suo corpo è considerato mostruoso e viene nascosto sotto una maschera e degli abiti che ne coprono l’aspetto. È un personaggio che, ancora prima di parlare o esibirsi, viene guardato come qualcosa di diverso, qualcosa da nascondere.

E Yuasa fa una cosa bellissima: invece di cercare di “correggere” quel corpo, lo mette al centro della scena. In Inu-Oh il corpo deforme diventa movimento, danza, spettacolo.
Le braccia e le gambe si allungano, il corpo si piega, si muove in maniera esagerata e quasi impossibile. Quella che inizialmente sembra una caratteristica da nascondere diventa proprio ciò che rende Inu-Oh unico.

Guardare oltre il “bello”

Forse è proprio questo che vorrei lasciare alla fine di questo discorso: non fermarsi soltanto a quello che ci sembra bello al primo sguardo. Perché ci sono opere che non vogliono essere belle in quel senso. Vogliono essere strane, disturbanti, buffe, sproporzionate, esagerate. Vogliono farti fermare un attimo e chiederti “ma che sto guardando?”.

È anche per questo che continuo a consigliare Yuasa. Non perché penso che il suo stile debba piacere a tutti,  ma perché credo che valga la pena vedere cosa succede quando un artista decide di non seguire le regole.

Io in Yuasa ho trovato questo: un modo diverso di guardare e di disegnare ed forse è questo che mi ispira più di tutto. Mi ricorda che non devo sempre cercare la forma più bella, ma quella che riesce a raccontare meglio quello che ho in testa.

Per questo, quando mi chiedono perché mi piacciono tanto i suoi lavori, faccio fatica a rispondere con una sola parola. Mi piacciono perché sono liberi, mi piacciono perché sono strani, mi piacciono perché non cercano sempre di piacere.

E forse, soprattutto, mi piacciono perché ogni volta che li guardo mi fanno venire voglia di disegnare anch’io qualcosa di un po’ più storto. 

di Federica Curcio 

Federica Curcio
Federica Curcio
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