La libertà cantata nei miei mondi musicali preferiti

Se mi leggete da un po’ ormai sapete che ci sono dei mondi musicali che mi stanno più a cuore di altri e che spesso caratterizzano i miei scritti. In questo numero dedicato alla Libertà vorrei menzionare quattro canzoni legate al tema, ognuna proveniente da uno degli universi a cui sono più affezionata, ovvero i film Disney, il Teatro, la musica dei Queen e le colonne sonore cinematografiche. Come bonus, un brano pescato dal repertorio italiano, che spesso tendo a trascurare un pochino. In questo caso si tratta di un brano anni ‘90 che ricollego a cari ricordi d’infanzia. Che ci volete fare, sono ormai vintage e soffro di nostalgia.

Ma iniziamo subito questo viaggio attraverso i miei mondi musicali preferiti quando parlano di Libertà:

1. Out There, Il gobbo di Notre Dame

Come ho già abbondantemente raccontato, le “I want” songs nei musical sono quei brani dove i protagonisti raccontano i loro sogni e desideri, che smuoveranno l’intera trama.

Anche Quasimodo, ne Il Gobbo di Notre Dame, ha la sua. E si tratta di Out There, in italiano Via di qua. Vi ho anche già parlato, nell’articolo dedicato ai villains, della contrapposizione tra Heaven’s Light, cantata da Quasimodo, e Hellfire, interpretata da Frollo. Ecco, un confronto simile esiste anche per Out There, che è idealmente divisa in due parti, con il segmento iniziale cantato da Frollo e in modo ufficioso intitolato Stay in Here, per accentuare il contrasto tematico con il solo di Quasimodo.

Nel frammento Stay in Here, Frollo cerca di convincere Quasimodo (in un modo molto simile a come farà più avanti Madre Gothel con Rapunzel – sempre Alan Menken alle musiche) che il mondo è cattivo, che lui è l’unico di cui si può fidare e che non dovrà mai lasciare la cattedrale perché nessuno lo capirebbe e accetterebbe a causa del suo aspetto esteriore.

Quasimodo poi canta il suo desiderio di libertà e di unirsi alle altre persone che vede passeggiare per Parigi dall’alto delle torri di Notre Dame, in un modo che ci ricorda un po’ Ariel in Parte del tuo mondo.

Una curiosità? Durante la canzone nel film fanno un cameo tra le strade della città Belle e il Tappeto Volante di Aladdin.

2. Liberi, Notre Dame De Paris

Rimaniamo in tema e andiamo nell’opera popolare di Riccardo Cocciante Notre Dame De Paris.

Il secondo atto è caratterizzato dal rapimento e imprigionamento con le false accuse da parte di Frollo su Esmeralda per il tentato omicidio di Febo, attuato dallo stesso arcidiacono, folle di gelosia per la bella gitana.

Quasimodo, con il supporto di Gringoire che si schiera con gli zingari reclamandone il diritto di asilo, aiuta Clopin e gli zingari della Corte dei Miracoli a fare irruzione per liberare Esmeralda dalla sua ingiusta prigionia. Tutti insieme cantano un inno alla libertà, intitolato appunto Liberi. Qui la libertà è vista da un popolo di reietti come un fuoco che brucia dentro, un sogno da afferrare e non lasciare più.

In uno spettacolo che ha sempre rifiutato, giustamente, l’etichetta di musical (lo definirei più un concept concert in forma scenica, con coreografie spesso indipendenti dall’azione dei cantanti-attori), questa scena è una delle più potenti e forse l’unica in cui si crea la cosa più vicina alla proverbiale chorus line dei musical propriamente detti, con il cast e il corpo di ballo schierato sul proscenio che sul finale solleva il pugno al cielo in modo sincronizzato.

la libertà

3. I want to break free, Queen

Dietro l’apparenza frizzante di I want to break free ho sempre pensato si nascondesse quella sensazione di soffocamento che si prova quando siamo in procinto di esplodere a causa del burnout. Apparentemente, il brano parla di una persona che si innamora di un’altra e che decide quindi di liberarsi della sua precedente relazione.

John Deacon, che ha scritto la canzone, è sempre stato quello tra i Queen che ha mostrato più sofferenza nei riguardi della vita caotica della rockstar, come dimostrato dalle risposte laconiche che caratterizzavano le sue interviste e da alcuni racconti della band. Uno su tutti quando, in uno dei periodi più pesanti dal punto di vista delle tensioni nel gruppo, semplicemente Deacon non si presentò alle sessioni di registrazione di The Works, lasciando un post-it sul basso con scritto  solo “Went to Bali” (“Andato a Bali”), senza altre spiegazioni. L’episodio verrà poi inserito come easter egg nel testo di Was it all worth it, contenuto in The Miracle.

Tant’è vero che, venuto a mancare Freddie Mercury, che rappresentava per John Deacon il collante che teneva in piedi i Queen oltre che un amico molto caro, si è praticamente subito dopo ritirato alla sua vita privata. Probabilmente la composizione di questa canzone negli anni ‘80 ha rappresentato un po’ la sua valvola di sfogo per esprimere la sua voglia di “liberarsi” da una vita per cui, nonostante il suo enorme talento musicale, non si sentiva troppo tagliato. La relazione da cui si vorrebbe liberare nel testo di I want to break free potrebbe appunto in questo senso rappresentare la sua vita con i Queen, per dedicarsi all’amore della sua famiglia e dei suoi sei figli.

Il brano è diventato un enorme successo anche grazie al suo celebre videoclip, dove i Queen fanno la parodia della soap opera britannica Coronation Street, interpretandone i personaggi femminili. Indimenticabile Freddie Mercury con baffi, gonna di latex e aspirapolvere, Brian May in babbucce e bigodini (come se ne avesse bisogno), Roger Taylor coi codini e vestito da scolaretta e John Deacon in cappotto da nonnina burbera. La parte centrale del clip invece, più concettuale e enigmatica, presenta una coreografia realizzata dal Royal Ballet di Londra.

Il video, tuttavia, prima di consegnarli alla storia, gli ha anche creato qualche problema negli Stati Uniti, dove è stato censurato dalle televisioni. Per molto tempo si è creduto che I want to break free e il suo video rappresentassero una sorta di coming out da parte di Freddie Mercury ma, come già detto, l’autore del brano era Deacon e l’idea di travestirsi da donne fu in verità dell’allora compagna di Roger Taylor, Dominique Beyrand.

la libertà

4. Now we are free, Il Gladiatore

Fortemente influenzato dalla World Music, la genesi del tema portante del kolossal Il Gladiatore ha visto l’unione delle forze tra Hans Zimmer, il suo collaboratore di lunga data Klaus Badelt (compositore in seguito del tema di Pirati dei Caraibi) e del contralto Lisa Gerrard, compositrice australiana di musica new age.

Now we are free, per le sue atmosfere evocative e per lo stile della Gerrard che usa la voce come se fosse uno strumento musicale (il brano non utilizza un testo vero e proprio, ma è composto da suoni non riconducibili a nessuna lingua esistente, fatta eccezione per la parola “shalom”), è spesso stato attribuito erroneamente alla cantante irlandese Enya.

L’emissione di suoni inarticolati e privi di senso, prende il nome di idioglossia. Lisa Gerrard ha dichiarato di aver iniziato a esprimersi con la musica attraverso questa sua lingua “privata” fin dall’età di dodici anni. La cantante ritiene che sia un idioma “del cuore”, capace di parlare a chiunque attravero i sentimenti, superando le barriere linguistiche.

Now we are free, nello specifico, brano conclusivo del film, è un canto funebre che rappresenta la libertà dell’anima dopo la morte.

5. Bonus: Freedom, Timoria

Il concept album dei Timoria, Viaggio senza vento, racconta del viaggio del personaggio immaginario di Joe. Uscito verso la fine del 1993, ha sicuramente influenzato molti che, come me, sono stati bambini o adolescenti negli anni ‘90. Riconosciuto come uno dei primi dischi indie rock italiani a entrare nella cultura mainstream, è certamente uno dei più grandi successi della band di Omar Pedrini nella sua formazione storica in cui militava ancora Francesco Renga alla voce.

Molte delle canzoni contenute nel disco (due su tutte appunto Senza Vento, ma soprattutto Sangue Impazzito) sono diventate degli inni generazionali ed erano immancabili nelle scalette di tutte le cover band da saletta che si formavano tra i ragazzini del mio quartiere. Il successo è stato tale che brani come Il mercante dei sogni si erano intrufolati persino nel repertorio che cantavamo in chiesa con il coro, con il testo opportunamente cambiato (era pratica diffusa, nel mio coro, prendere le melodie di canzoni che ci piacevano, ad esempio sigle di cartoni come Piccoli problemi di cuore, e modificarne il testo per renderle cantabili durante la liturgia).

Tutto questo preambolo per raccontare che col gruppo dell’oratorio partivamo in estate per i campi scuola, e la canzone con cui ci salutavamo l’ultimo giorno, tra pianti e mocciconi, era proprio Freedom dei Timoria, contenuta nello stesso disco – si piangeva perché? Tanto ci saremmo rivisti nel quartiere letteralmente il giorno dopo. Boh. Eravamo proprio scemi. Ma forse era “colpa” solo della canzone.

Freedom è una ballad che parla certamente di viaggio e del senso di libertà che si prova, ma anche dell’amicizia e dei legami che si lasciano indietro con nostalgia e di quelli che si formano durante il nostro percorso. Decidere di partire significa guadagnare la propria libertà, ma vuol dire anche rischiare, avere paura di lasciare tutto. Essere liberi non significa non portarsi dietro un bagaglio di ricordi e di amore per le persone, le cose e i luoghi che amiamo. E non esclude di poter, un giorno, ritornare.

di Marta “Minako” Pedoni

Marta Pedoni
Marta Pedoni

Marta Pedoni è una cantante, attrice e performer. Ha inoltre studiato doppiaggio cantato a Roma presso la Scuola Ermavilo fondata da Ernesto Brancucci.
In arte Minako, sceglie questo nome in onore di Sailor Venus. Classe 1990, la sua vita (nonchè la sua personalità) si divide tra arte e scienza, in equilibrio tra razionalità e sensibilità. Tutto ciò si traduce, per farla breve, in una Principessa Disney laureata in Tecniche di Laboratorio Biomedico.

Articoli: 56