Il cortometraggio animato di questo mese inizia con la foschia della brughiera, un orto rigoglioso e una casetta di pietra: un idilliaco paesaggio francese in cui Raymonde tenta di vivere una vita tranquilla.
Raccoglie le verdure dal suo giardino, prepara una zuppa, lavora e prega. Tutto normale, apparentemente, per una signora di sessant’anni che vive nella campagna francese. Ma Raymonde non è una semplice signora, è una donna-gufo e vive alle porte di un paesino abitato da animali della fattoria. Il postino è un cane, le comari della chiesa sono un’oca, una capra e una gatta.
È proprio nella sua natura rapace che si nasconde l’idiosincrasia della vita di Raymonde. Per quanto ci provi, la nostra protagonista non riesce ad uniformarsi al resto del villaggio. Prova a mascherare la sua natura di creatura notturna e boschiva, ma ogni tentativo la rende sempre più strana agli occhi degli altri abitanti.
D’altronde il lavoro di Raymonde non è così consueto, per uno scenario rurale che sembra uscito da un libro di Beatrix Potter. Qual è il lavoro? Vende mutandine sporche di Brie a clienti giapponesi che si procura tramite un sito internet. E poi fa bagni notturni nel laghetto vicino casa, completamente nuda, sognando il cielo e pregando.
Perché Raymonde prega. Prega con devozione, prega ossessivamente, chiede a Dio e alla Madonna un compagno, la possibilità di provare l’amore, carnale e spirituale, almeno una volta nella vita.
Amore sacro e Amore profano

Nella solitudine della sua casetta, questa tensione costante fra vita spirituale e vita terrena, fra le norme del villaggio e i richiami notturni del bosco, fra quello che si dovrebbe fare e quello che il corpo le chiede, porta la vecchietta a immaginarsi due piccole amiche, di cui ha i ritratti appesi in salotto, che secondo me dimostrano tutta la geniale ironia della regista Sarah Van Den Boom.
La prima è Santa Teresa d’Avila, teorica di un pensiero mistico che culminava nello stadio dell’estasi, in cui l’uomo, o meglio la sua anima, si unisce a quella divina. La più celebre rappresentazione di questa estasi è quella del Bernini, in cui lo scultore fissa nel marmo il momento in cui il dardo dorato divino penetra nel cuore della Santa, provocandole quello che lei descriveva come un “dolore” spirituale, ma anche fisico e che ha reso la sua figura eroticamente ambigua.
La seconda figurina immaginaria è Erzébet Bàthory, detta la Contessa Sanguinaria, una nobildonna che la leggenda dipinge come una sadica che uccise centinaia di giovani vergini per usarne il sangue come fonte dell’eterna giovinezza. Nel film quindi rappresenta l’amore profano, carnale, è spesso nuda, fa il bagno nel sangue di una lepre e si diverte in comportamenti licenziosi.
Questi due donnine immaginarie sono l’unica compagnia di Raymonde, le uniche che la capiscono e le cui loro personalità opposte combinano il desiderio della donna che si può sviluppare solo oltre la sua vita attuale, nel riconoscimento della sua natura carnale e nell’avvicinamento alla sua natura spirituale, come indica il titolo del film.
L’evasione verticale
I comportamenti di Raymonde si fanno sempre più imprevedibili e irrazionali, man mano che la frustrazione per la vita che non le è stata concessa aumenta, fino a quando la donna-gufo arriva al punto di rottura.
Presa dalla disperazione, nella notte, si reca nuda al solito laghetto, ma questa volta non si ferma.
Segue il richiamo di un suo simile nel bosco e comincia ad arrampicarsi su un albero. I richiami degli altri uccelli selvatici si fanno sempre più intensi man mano che sale. Più si allontana dalla terra, più si avvicina alla sua vera forma, quella di gufo, un uccello selvaggio che non può costringersi nei vestiti e nelle convenzioni del piccolo villaggio di campagna.
Durante l’ascensione alla cima dell’albero, Raymonde si ricongiunge con il suo corpo e con i suoi istinti, anche quelli più brutali, e, accettando la sua natura fisica, libera anche la sua anima che tende sempre più verso l’alto, verso quel divino a cui aveva sempre aspirato.
E una volta in cima all’albero, non rimane che lanciarsi.
Il finale sembra aperto, ma la regista, in un’intervista, ha spiegato come il volo di Raymonde serva per superare un confine, per entrare nel bosco e che questo passare oltre è, in realtà, una metafora per la morte.
Ma io, che sto scrivendo questo articolo davanti alla finestra della casa di famiglia, guardando il giardino di campagna che, in fondo in fondo, confina con una foresta, preferisco pensare che la signora Raymonde stia volando libera nel cielo notturno e che finalmente sia felice.
di Giulia Tolino




