Bimba dentro: dall’infanzia all’età adulta a suon di Disney

Per quanto io mi sforzi di tornare indietro con la memoria, non riesco a rammentare una versione di me che non sentisse la necessità di sfogare in qualche modo una forma di creatività, di viaggiare con l’immaginazione, di immagazzinare e memorizzare quante più informazioni possibili su tutto ciò che mi capitasse a tiro. Un ruolo importante, nel nutrire la mia fantasia e plasmare la mia realtà, lo hanno sicuramente avuto – ormai lo sapete – i film Disney.

Penso di aver passato giornate intere da piccola, come molti altri bambini degli anni ‘90, a guardare i Classici e, arrivati i titoli di coda, riavvolgere il nastro della videocassetta e riguardarla da capo. La mia collezione di VHS era frutto di una tradizione a cui teneva molto mio nonno: non appena un film veniva pubblicato in Home Video, lui lo acquistava e me lo portava a casa.

Molto di ciò che sono oggi riflette quello che ho sognato, e continuo a sognare, attraverso quelle storie.

Come Belle, il naso dentro i libri

“È una ragazza assai particolare,
Lei legge sempre, che virtù!
Chissà cosa sognerà?
Dove va neanche lo sa!
Certamente un’altra non ce n’é quaggiù!

Sono sempre stata una bambina curiosa. Mia mamma mi racconta che non capiva come facesse a stare tanta fame di sapere in un corpo così piccolo. Forse anche per questo ho imparato a scrivere e a leggere molto presto. Avevo circa tre anni, ed ero diventata una sorta di fenomeno da baraccone che veniva portato dalle maestre in giro per la scuola materna a fare mostra di queste capacità che diamo per scontate da adulti (e che troppo spesso quasi disimpariamo) ma non troppo usuali per una bimba di quell’età.

Ero un’avida lettrice di Topolino. Mio nonno, oltre alle VHS Disney, non mancava mai di portare, a me e mio fratello, ogni mercoledì, il nuovo numero. Lo divoravo in meno di un’ora. Le mie storie preferite da bambina erano senza dubbio quelle con la famiglia dei Paperi. Le sfortune di Paperino, le avventure di Paperone, i diari di Paperina, le invenzioni di Archimede… Crescendo ho imparato ad apprezzare anche la suspence dei misteri e i gialli ambientati a Topolinia.

Allo stesso tempo, potevo tranquillamente passare pomeriggi interi col naso incollato ai libri di Piero Angela (Viaggio nella Scienza, il mio preferito) e a imitare gli anelli di Saturno circondando con le braccia la testa di Gabriella, la mia madrina. Questa passione per la scienza è poi sfociata in un percorso universitario come Tecnico di Laboratorio Biomedico, che mi ha portato a cercare un equilibrio per far coesistere in armonia la parte più razionale e pragmatica di me e quella più in balia delle emozioni. La scienziata e la cantante dentro di me, invece di fare a botte, in qualche modo passeggiano a braccetto. Ogni tanto inciampano, ma per lo più vanno d’accordo.

Belle è la principessa che subito associamo all’amore per la lettura. Mi ha insegnato fin da bambina che la cultura non serve a chiudersi e isolarsi nel proprio mondo di pagine e capitoli, ma al contrario ad aprirsi, capire meglio noi stessi, gli altri, l’ambiente che ci circonda e a rispettare tutto questo. La conoscenza libera dalle catene della paura e dei pregiudizi, il pensiero critico (da non confondersi con il complottismo) costruisce l’indipendenza. E le avventure che viviamo con l’immaginazione possono riflettersi anche nella vita di tutti i giorni con le persone che amiamo, se solo abbiamo la sensibilità di guardare oltre il nostro naso.

Come Ariel, trovare la propria voce

Imparerei tutto, già lo so
Vorrei provar anche a ballare
E camminar su quei… Come si chiamano?

Ah, piedi!”

A cinque anni, non saprei dire se per istinto o predestinazione, ho in qualche modo capito che mi piaceva esprimermi attraverso la voce cantata. A undici anni, chiudendomi dietro le spalle la porta della saletta dell’oratorio dopo aver passato l’ennesimo pomeriggio a cantare con le basi da karaoke, mi sono come sentita investita da una certezza. Cantare non mi piaceva “e basta”, era proprio ciò che volevo fare nella vita.

Sembra assurdo saperlo già da così piccoli, e sono consapevole che non è una legge assoluta. Non sempre quello che desideriamo fare da bambini si concretizzerà da grandi, per mille motivi. Così come non è detto che se un talento non si è manifestato durante l’infanzia, non si possa scoprire durante l’età adulta e diventare poi la nostra strada. È legittimo anche che il lavoro che svolgiamo non sia la passione bruciante della nostra vita. Sono tutti scenari validissimi.

In ogni caso, da allora, al netto di alcuni alti e bassi, non mi sono più fermata. Il canto è forse ciò che più mi rende vulnerabile, e al contempo mi fa sentire potente. Per merito o per colpa della musica ho vissuto esperienze piene di vita, di condivisione, di solitudine, di gioia, di dolore, di amore, di disperazione. Ho persino pensato di mollare a volte, ma la musica è sempre tornata a bussare alla mia porta. O io alla sua.

Era inevitabile, dunque, che fin da piccola mi immedesimassi in Ariel, la principessa Disney che più di tutte è dotata di un talento musicale. Non solo perché è il personaggio di un musical, ma proprio perché è una sua caratteristica intrecciata nella trama. Certo, a differenza di Ariel non avrei mai rinunciato materialmente alla mia voce per nessuno. Ma non è questo per me il punto fondamentale della sua storia. Ariel “rinuncia” a qualcosa per trovare il proprio posto nel mondo. Potremmo dire che rinuncia alla sua voce per trovare la sua Voce. La vera sé stessa. E non lo fa per un uomo, Ariel desidera diventare un’umana molto prima di innamorarsi di Eric (ho trattato più approfonditamente l’argomento qui).

Chiunque abbia un sogno sa quanti sacrifici bisogna fare per perseguirlo. Stare lontano dalla famiglia, pur sapendo che loro saranno sempre lì per te. Rinunciare alle uscite con gli amici negli anni migliori dell’adolescenza e giovinezza per studiare. Essere assaliti dalla paura di aver sbagliato strada e di star perdendo tempo. E tante altre cose che non sto qui a elencare, ma so che ognuno penserà a qualcosa di specifico, leggendo.

Di Ariel, da adulta, mi porto dietro questo: la perseveranza, la speranza, la fiducia incrollabile che nulla potrà impedirti di diventare ciò che vuoi essere. Ariel è la certezza che puoi essere artefice del tuo destino, anche se a volte potrà far male in vari modi.

Come Mulan, affrontare i propri limiti

Chi sono e chi sarò
Lo so io e solo io
E il riflesso che vedrò mi assomiglierà

In età adulta, mi sono posta davanti a nuove sfide. Credo fermamente che per far vivere il bambino dentro di noi bisogna continuare a sognare, a porsi nuovi obiettivi, a mettersi nella condizione di sapere di non sapere. E quindi di imparare cose nuove.

Dopo la laurea, quando per la società ero già un relitto (avevo 26 anni), ho affiancato alla musica lo studio della dizione, della recitazione, della danza e, dopo i 30 anni, anche del doppiaggio.

In Mulan, mentre la protagonista e il papà osservano la fioritura dei ciliegi, si accorgono che un bocciolo è “in ritardo”. In realtà, come l’anziano padre sottolinea, maturerà coi suoi tempi e diventerà il più bello di tutti. Nessuno dice che sia facile. Nessuno dice che non ci si sentirà inadeguati o dei “pesci fuor d’acqua”. Affrontare cose nuove in età adulta può essere più complicato. Ma il tempo passa comunque. Se a 30 anni non ti iscrivi a un corso triennale, dopo tre anni ne avrai comunque 33. Ma senza ciò che quel corso ti può aver dato.

La scena dove Mulan dà un taglio netto alla sua vita e si taglia i capelli per andare in guerra al posto del padre è una delle più potenti del mondo Disney. Per me Mulan rappresenta il salto nel buio che facciamo quando ci buttiamo in qualcosa di nuovo. Da Mulan ho imparato come affrontare con tenacia e ingegno le difficoltà che incontriamo nel nostro percorso, come concentrarsi sui propri punti di forza che ci permetteranno di brillare in un modo tutto nostro. Sfido chiunque a non sentirsi motivato dopo aver visto Mulan arrampicarsi sul palo sotto le note di “Farò di te un uomo”.

Al netto di tutto, probabilmente ho trovato nel teatro musicale e nel doppiaggio cantato la quadratura del mio cerchio. Il teatro e la sala di registrazione sono quei luoghi che, in modi diversi, mi mettono in contatto con la parte più vera e profonda di me. Il palcoscenico perché ciò che la magia di ciò che accade lì sopra è volatile. Ogni spettacolo è unico e irripetibile, non importa quante volte lo replicherai, scoprirai sempre qualcosa di nuovo di te, degli altri attori e della storia. E la sala perché, al contrario, mi permette di fermare la mia voce registrata nel tempo. E far diventare immortale quella bambina affamata di conoscere.

di Marta “Minako” Pedoni

Marta Pedoni
Marta Pedoni

Marta Pedoni è una cantante, attrice e performer. Ha inoltre studiato doppiaggio cantato a Roma presso la Scuola Ermavilo fondata da Ernesto Brancucci.
In arte Minako, sceglie questo nome in onore di Sailor Venus. Classe 1990, la sua vita (nonchè la sua personalità) si divide tra arte e scienza, in equilibrio tra razionalità e sensibilità. Tutto ciò si traduce, per farla breve, in una Principessa Disney laureata in Tecniche di Laboratorio Biomedico.

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