Un certo tenore di vita – Da grande voglio fare il Re

“Cosa volete fare da grandi?”

“Il poliziotto!”, “Il vigile del fuoco!”, “Il Power Ranger!”, “Il poliziotto con la pistola!”, “Voglio fare la Sailor Moon!”, “Io sono il poliziotto col distintivo!”.

Penso di essermela cavata stando in silenzio in disparte, ma la maestra Fiorenza mi tende l’agguato: “E tu? Non ce lo dici? Cosa vuoi fare da grande?”.

Non avrei voluto mettere tutti davanti alla loro palese banalità, ma mi ci hanno costretto. La risposta è ovvia:

“Io da grande voglio fare il Re”.

Scuola materna, anni quattro e mezzo, forse cinque. Se non ero impegnato nella scalata impossibile all’ultimo piano del castello giocattolo, mi dovevo guardare le spalle da Salvatore e Andrea, i miei nemici giurati. Trovare il modo di giocare non era comunque mai una missione impossibile, riuscivo sempre a recuperare qualche pezzo di plastica a forma di oggetto di uso quotidiano, che fosse un telefono, un cacciavite, una padella o un pollo. I palloni colorati non erano tanti, ma con un po’ di fortuna potevo ogni tanto tentare di raggiungere gli agognati 10 palleggi con una mano sola; quello sì che in quegli anni era un traguardo irraggiungibile.

Quel giorno ci avevano preso alla sprovvista, o meglio: ero io che non mi aspettavo minimamente una domanda del genere. Cosa avrei voluto fare da grande? E chi ci aveva mai pensato?

Io di diventare grande non ne avevo la minima intenzione. Si stava bene a restare piccoli, nella propria bolla di routine e zone di comfort. Il cibo non mancava (altro che adesso, che sono a dieta), appena finito il telegiornale potevo metter su una qualche videocassetta, ma attenzione a non perdere i Power Rangers, che erano subito dopo Flash. Che poi, questo Flash, velocissimo e vestito di rosso, non lo capivo proprio bene bene.

Senza parlare dei veri eroi del Mondo Moderno: da una parte le meravigliose quattro tartarughe per difendere la terra, Leonardo, Donatello, Raffaello e Michelangelo, che per la pizza vanno pazze sai, che la prima cosa che ho imparato a leggere era che si scriveva sì “turtles” ma si leggeva “tàrtols”, lo sapevano tutti; dall’altra il temutissimo uomo pipistrello, da me raffigurato in ogni quaderno, libro e foglio di carta, lavagna coi gessetti o muro bianchissimo dietro le porte di casa, con la gioia immensa dei miei genitori che chissà come mi facevano trovare delle sempre più bianche pareti da imbrattare di estro artistico.

Un bambino molto impegnato

Ebbene, avrete capito che ero un bambino molto impegnato per mettermi, tutto a un tratto, a pensare al futuro, questa cosa misteriosa che a quanto pare tutti non vedevano l’ora che si srotolasse in tutto il suo scorrere di incognite e incertezza. Cosa voleva dire “da grande”? Grande quanto? Sei anni? Sei anni e mezzo? Oppure grande come mamma e babbo? Era decisamente fuori contesto dover formulare ipotesi così articolate.

Eppure, quando vidi i miei compagnetti di scuola materna tutti pronti a servire le forze dell’ordine, facendo con due mani l’inequivocabile gesto di chi prende la mira per sparare ai cattivi, la risposta mi parve più ovvia che mai.

Se di futuro si voleva parlare, di obiettivi da raggiungere, l’unica strada da percorrere era quella di puntare al meglio possibile, il livello più alto a cui aspirare in una società civilizzata ed economicamente avanzata: essere a capo di una monarchia assoluta, diventare “il Re” al di sopra di tutto e tutti.

Mi sembrava la risposta più logica. Non era in realtà un’aspirazione, un desiderio o un qualcosa da prendere sul serio. Non essendomi mai posto il problema, ho cercato la mia risposta in un ragionamento utilitaristico e per me scontato, come a dire: “meglio essere belli, ricchi e sani piuttosto che brutti, poveri e malati”, e grazie tante. Una risposta adeguata per una domanda altrettanto insensata, almeno per come la vedevo all’epoca.

Maturano gli interessi

Passano gli anni, gli interessi per film e cartoni diventano più adulti, i giocattoli sono visti con occhi appena diversi, a casa arriva, anche se in ritardo rispetto agli altri amichetti delle elementari, la Playstation. Capirete che con tutte queste incombenze sarebbe stato ancora più impossibile pensare al futuro in maniera più che vaga e superficiale. Ci si poteva giusto chiedere: “Quale potrà mai essere il prossimo classico della Disney? Riusciranno a fare meglio di Hercules e di Mulan?” oppure “Goku riuscirà a sconfiggere Freezer?”.

Ero soddisfatto della mia vita, non mi mancava niente, men che meno la fantasia: in tutto questo marasma di input che mi travolgevano nel pieno dei meravigliosi anni ‘90, lo tsunami più devastante partiva da dentro alla mia testa e mi portava in mondi e avventure che solo io conoscevo e che vivevo ogni giorno nella mia immaginazione. Inventavo storie e personaggi, mi passavano davanti villains e eroi leggendari, che viaggiavano su skateboards volanti, si rifugiavano nei loro nascondigli nascosti dentro piscine insospettabili, arrivavano addirittura a imparare a volare, ma solo nel terzo film. Non mi piace ripetermi, ma ero molto, molto impegnato per mettermi a pensare al futuro.

Il futuro arriva silenzioso

Poi invece arriva silenzioso, il futuro, che neanche te ne accorgi. Inizia a bussare alla porta sotto forma di passatempo, o magari di compiti a casa, e poco a poco inizi a muovere i tuoi primi passi verso il codice ATECO della tua partita IVA. Magari ancora non ci vuoi pensare a cosa vuoi fare da grande, e la sovranità assoluta ti solletica sempre il palato, ma qualcosa ti porta sempre più vicino ad avere delle competenze e a specializzarti, poco a poco, sempre di più, anche se in realtà non ti interessa più di tanto. In questa vita, quel futuro silenzioso che si è fatto strada negli anni successivi all’infanzia si chiama Musica.

Non mi ci sarei mai visto a fare il musicista, meno che mai ad avere una carriera ben avviata da cantante lirico. Però mi ritengo fortunato.

Io che forse di sogni, desideri ed obiettivi veri e propri non ne ho mai avuti, ho avuto la fortuna di portare avanti una passione che mi ha tenuto e mi tiene vivo e bambino anche da adulto. Fare musica e recitare su un palco è esattamente come giocare, come ritrovarsi soli in cameretta a fare finta di volare, con la differenza che non lo fai per te stesso, o almeno non solo. Lo fai perché sia qualcun altro a vivere con te le avventure e le emozioni che tu porti in scena.

Da bambino non avevo veri sogni, volevo solo essere felice, però da grande posso provare a fare del mio meglio per far sognare qualcun altro, o quanto meno per far felice il bambino che porta dentro sé.

E comunque una volta ce l’ho fatta, nel mondo fantastico di un palcoscenico: sono stato un Re… e volavo anche…

di Matteo Desole

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