Dracula Resurrection: di bimbi con la febbre ed enigmi irrisolti

A volte la febbre alta di un bambino è solo l’inizio di una dipendenza che nessun medico può curare. La mia aveva 39 e mezzo di temperatura e il volto pallido di Jonathan Harker in un castello della Transilvania all’interno di un disco. Avevo tre anni, forse quattro, ed ero sprofondato nel divano del salone di mia nonna, in uno di quegli inverni in cui l’influenza stagionale stava per diventare un vero rito di passaggio. Mia madre, in un gesto di disperata creatività genitoriale, aveva “rubato” la PlayStation 1 dalla stanza di mio zio. Non per giocare lei, ma per tenermi buono. Non sapeva che stava per creare un mostro ben peggiore della febbre che cercava di curare. Il gioco era Dracula Resurrection.

Dracula Resurrection: un’avventura grafica “punta e clicca”

Un’avventura grafica che né io né lei avevamo mai visto prima. Poi, non è che avessimo molta scelta. L’alternativa era ritrovare il vecchio NES di quando era bambina e rigiocare per l’ennesima volta Alex Kidd.

Il mio massimo intrattenimento fino a quel giorno erano stati le costruzioni e i cartoni animati. L’unica cosa di cui ero sicuro è che avevo già sentito quel nome, forse in uno dei tanti libri che mamma conservava a casa in libreria. Credo fosse questo il motivo per cui lei fosse molto curiosa di avviare quel titolo. Ci ritrovammo catapultati insieme in una strada innevata dopo una breve introduzione alla storia. Ricordo vagamente che ci abbiamo messo un po’ a capire che le frecce del joystick servivano a muovere il cursore (una delle cose più scomode al mondo) e che poi bisognava premere X per interagire. Io, con gli occhi che bruciavano per la febbre, iniziavo a distrarmi visitando le varie location dark di questa avventura.

“Hai capito cosa fare con il pozzo?”

C’era un pozzo a un certo punto di Dracula Resurrection. Un maledetto, infame pozzo che ci tenne bloccati per giorni. Ricordo mamma tornare a casa dopo aver fatto i soliti giri per la spesa e la prima cosa che mi chiedeva in quei giorni era: “Hai capito cosa fare con il pozzo?”. Come se io, piccolo esploratore febbricitante, avessi potuto risolvere da solo quell’enigma che sfidava anche la logica adulta. Ci sedevamo di nuovo sul divano, io con la coperta fino al mento, lei che riprovava ogni combinazione possibile. “Magari dobbiamo usare la corda?”. “L’abbiamo già provato ieri, mamma”. Era diventato il nostro pozzo, il nostro problema condiviso. Finché a un certo punto, tornando indietro, abbiamo trovato un accendino in un cassetto: inutile dire quanto siamo rimasti contenti per aver superato uno scoglio che ci aveva fermato per giorni!

Momenti di condivisione

Ma il momento che mi folgorò davvero arrivò alla fine. Non quando sconfiggemmo Dracula, ma quando mamma disse: “Domani ne iniziamo un altro?”. In quel momento capii che quello che avevamo fatto non era solo passare il tempo con un gioco mentre la febbre scendeva. Avevamo creato qualcosa di nostro. Era riuscita a trasformare la febbre di un bambino in un’avventura.

Oggi, quando ripenso all’infanzia, non mi viene in mente il giorno in cui ho imparato ad andare in bicicletta o la prima volta che sono andato al mare. Mi viene in mente mia madre che impugna maldestramente un controller, determinata a capire dove effettivamente andasse usato l’anello del drago che continuava a infilare in qualunque parte del castello, sperando che si aprisse una porta o un passaggio segreto. L’infanzia, alla fine, è fatta di questi momenti: adulti che improvvisano, bambini che osservano, e passioni che nascono per caso, tra una febbre e un enigma irrisolto.

di Nicola Marino

Redazione
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