Disclosure Day ci pone di fronte a un grande dilemma. In questa recensione tenteremo di raccontarvi perché il nuovo Spielberg è un grande film che interroga la nostra coscienza.
Quando si parla di Steven Spielberg, l’asticella è inevitabilmente tarata verso l’alto. Entrare in sala per vedere la sua ultima fatica, Disclosure Day, significa prepararsi a un’esperienza cinematografica imponente, un vero e proprio “filmone” che per due ore e mezza ti tiene incollato alla poltrona senza un solo attimo di cedimento.
Dal punto di vista della regia siamo di fronte all’ennesima masterclass: un ritmo incalzante, un susseguirsi di vicende orchestrato con una maestria tale da far volare il tempo, supportato da un cast di attori e tecnici semplicemente impeccabili. Eppure, una volta accese le luci in sala, la sensazione che rimane addosso è complessa, quasi irrisolta. Più legata alla ragione che al cuore.
Diciamolo subito per evitare malintesi: non aspettatevi un nuovo E.T.
Se quel capolavoro del 1982 puntava dritto alla pancia e alle lacrime, Disclosure Day gioca su un terreno decisamente più cerebrale. A frenare l’impatto emotivo c’è anche una colonna sonora di John Williams che, stranamente, pecca di incisività: da un binomio così leggendario ci si aspetta sempre quel tema memorabile capace di farti venire i brividi, mentre stavolta la musica resta troppo sullo sfondo, faticando a sostenere l’epica visiva a cui il regista ci ha abituati.
Il fulcro narrativo si muove su un dualismo etico radicale: l’umanità lasciata nel buio e nell’ignoranza contro la lotta disperata per portare alla luce la verità. Una verità che si muove su un piano morale sacrosanto, alimentato dalla profonda indignazione verso i segreti inconfessabili del governo statunitense e l’orrore di creature extraterrestri segretamente sezionate e maltrattate.
Per innescare questo colossale svelamento, la narrazione tesse un disegno misterioso che parte da lontano: un piano quasi messianico ordito dagli stessi alieni attraverso due adulti, inconsapevoli chiavi di volta per forzare i lucchetti del silenzio militare.
Il paradosso logico
È proprio nel compimento di questo “disclosure”, però, che la scrittura mostra il fianco a un paradosso logico.
L’idea che la diffusione globale di quelle immagini brutali possa generare un’ondata di sconcerto e commozione universale, tale da congelare all’istante l’imminente Terza Guerra Mondiale, appare come un’utopia straordinariamente ingenua. La storia ci insegna che di fronte agli shock epocali l’essere umano tende a dividersi, a cedere al panico o al calcolo geopolitico, piuttosto che a riscoprirsi improvvisamente unito in una fratellanza planetaria davanti allo schermo.
È su questo terreno che Spielberg cerca in tutti i modi di spingere lo spettatore verso l’empatia, provando a commuoverlo di fronte a questi umanoidi maltrattati. Tuttavia, questo tentativo di toccare le corde del cuore non fa pienamente breccia, e il motivo risiede in un cortocircuito inevitabile con il nostro presente.
Forse dipende dal delicato e brutale periodo storico in cui viviamo, ma l’indignazione per la sofferenza di una creatura digitale o fantascientifica fatica a competere con la nostra saturazione emotiva quotidiana.
Quando la realtà supera la finzione
Quando le cronache reali ci mettono costantemente sotto gli occhi immagini di bambini in carne e ossa che muoiono per mano di mostri umani, la nostra riserva di lacrime e rabbia viene già drammaticamente prosciugata dalla realtà. Di fronte alla brutalità tangibile del mondo vero, la tortura cinematografica di un umanoide rischia così di lasciare freddi, non per cinismo dello spettatore, ma perché la finzione, per quanto spettacolare, non riesce a reggere il peso di una realtà che purtroppo la supera e la sbiadisce.
Tutto il senso dell’operazione sembra allora convergere verso un grande ammonimento di fondo, un imperativo che risuona come il vero nucleo concettuale dell’opera: “Ascoltate”. È un invito cruciale a prestare davvero attenzione a ciò che ci viene comunicato, un “mi raccomando” silenzioso ma potente che ci interroga su come decidiamo di interpretare i messaggi che riceviamo.
Questa esortazione alla comprensione profonda supera la trama fantascientifica e finisce per diventare la vera chiave di lettura di tutta la narrazione.
In conclusione, Disclosure Day si conferma un’opera mastodontica che ribadisce la grandezza di un regista come Spielberg, capace di confezionare un film epico. Non diventerà probabilmente uno dei classici intramontabili della sua filmografia e forse non è tra quei titoli che si tornerebbe a guardare una seconda volta, ma resta un cinema importante, che costringe a riflettere sui confini della nostra stessa empatia.
di Laura Pidalà




