Editoriale: la finzione che ci tiene galla

Insostenibile pesantezza dell’essere. Pensando alla finzione, tema di questo giugno 2026 del magazine di Niente da dire, mi viene da pensare alla fatica che, diciamolo, tutti proviamo nel confrontarci col mondo.

Tutti fingiamo, più o meno bene, di essere qualcun altro. Uno, nessuno, centomila personalità diverse, in base al contesto sociale o alle persone con cui ci rapportiamo. O, ancora, amaramente in famiglia.

Siamo tutte quelle persone che vogliamo far vedere e neanche una di quelle. Ma perpetriamo un atteggiamento quasi soffocante di camuffamento del nostro sentire perché, spesso, non possiamo semplicemente essere chi siamo.

Che liberazione sarebbe, invece, riuscire a trovare un compromesso veritiero. Non potremo mai identificare la nostra vera natura, ma forse solo quella basilare, che rimane fedele a sé stessa in alcuni ambienti privati.

Tutto nasce dalla paura di lasciare il fianco scoperto al coltello di turno, però che fatica. Io, personalmente, sono sfinita e quasi disincantata nel dovermi rapportare con maschere di bronzo, ferro e alluminio. Però, a quanto pare, è l’unico modo per poter sopravvivere in un contesto che, a stento, tollera la libertà altrui.

Social, specchio delle mie brame

Da poco ragionavo sull’aspetto social. Le persone che adoriamo o che seguiamo sui social sembrano così reali, amici o amanti di sogni proibiti. Ciò che ci frega è il filtro “bellezza” della personalità. Quanti sono persone coerenti nella vita e quanti hanno nature raccapriccianti.

Quanti meritano la nostra attenzione, quanti sono davvero entusiasti come sembra dal carosello del giorno?

Pochi, davvero pochi. Stupirebbero i nomi dei tanti, passati sotto i microfoni di chi scrive questi pensieri, che recitano una parte, a volte soffocante. E sì, con le domande giuste si può scorgere persino la luna dalle armature più robuste.

Chi, invece, genuinamente, fa meno fatica e dimostra di essere esattamente chi ci aspettiamo? Dove sta la verità?

Quale figura cerchiamo in chi scrutiamo dallo smartphone? Queste sono le domande che dovremmo, talvolta, porci nel giudicare chi si esibisce, anche disperatamente, sotto i nostri occhi.

Finzione per salvarci

Come detto qualche riga più su, la finzione ci salva anche dai fendenti più inaspettati, in trepidante attesa che abbassiamo la guardia. Ecco, io non sono granché brava a evitarli, ma sarebbe un’ottima skill da aggiungere alla mia riserva.

La trasparenza e la normalizzazione, spesso, cozzano con ciò che alcune persone considerano socialmente accettabile. Ne sono un esempio i ragionamenti raccapriccianti di certi politici in televisione o il “pericolo” rappresentato da chi semplicemente vive liberamente il proprio essere.

La finzione aiuta a mantenere il proprio lavoro, la cerchia di conoscenti ed evitare tempeste familiari. La finzione è un luogo comodo in cui sopravvivere, ma che da buon parassita risucchia ogni energia.

Può salvarci o condannarci, ma quanto è bello tornare a casa e spogliarsi di quel costume ingombrante per respirare un po’. Davanti al proprio programma preferito, a un hobby che non conosce nessuno o alla persona che amiamo.

Che sia per vivere meglio o evitare imbarazzi, ciò che importa è la fedeltà nei nostri confronti.

Solo questo, il resto è fuffa. Anzi, finzione.

Miriam My Caruso

Miriam Caruso
Miriam Caruso

Caporedattrice di Niente da Dire, è giornalista pubblicista dal 2018, nel campo nerd, divulgativo e musicale.
Nel 2018 fa il suo ingresso nel Marketing, esplorando il mondo della SEO e delle Strategie di Contenuto.
Nel contempo si laurea in Comunicazione e Tecnologie dell’Informazione nel 2020, acquisendo la lode con una tesi antropologica dedicata al Cannibalismo e agli Zombie di Romero. Nel tempo libero, per non cambiare strada, scrive racconti e gioca a giochi da tavolo e canta, sotto la doccia, fuori, ogni volta che può.

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