Bonco (@boncoboncompagni) è l’autore della copertina di giugno, dedicata al tema Finzione.
Ormai presenza fissa della redazione di Niente Da Dire, da quest’anno tra le altre cose coordina la squadra di artisti che realizza le copertine e gestisce le loro interviste per la rubrica de “L’artista del mese”.
Come un senso di Déjà Vu…
Se vi state domandando se quindi quello che state leggendo è un’intervista di Bonco a Bonco la risposta è ovviamente: “sì”. Per la seconda volta.
A quanto pare la Redazione ha reputato che un illustratore che si intervista da solo fosse un format divertente e replicabile. Quello che segue è il mio disperato tentativo di far loro cambiare idea.
Buongiorno Bonco, grazie per aver realizzato la copertina di questo mese di Niente Da Dire. Ti va di raccontarci qualcosa di te e di quello che fai?
Non cominciamo così, cercate sul sito l’intervista del mese scorso e facciamola corta, sennò vi assicuro che non ne usciamo vivi oggi… Passiamo direttamente al racconto dell’opera, per carità…
Il tema di questo mese è la Finzione.
Ci racconti come lo hai declinato all’interno di quest’opera?
Trattandosi di un tema incredibilmente vasto era necessario fare una scelta di campo: sostanzialmente la finzione è alla base di qualsiasi racconto non documentaristico. Comprende tanto una bella sceneggiatura quanto un’odiosa fake news volta a fomentare il razzismo.
Ho quindi dovuto scegliere su quale ambito concentrarmi. Così ho deciso di inquadrare una delle più clamorose finzioni (tendenziose) che ci sentiamo ripetere (e che ci ripetiamo) costantemente: quella della tanto celebrata, rivendicata, autoproclamata superiorità della tradizione culinaria italiana. Davvero, sembra una cosa da poco, ma dietro c’è una selva di cazzate così fitta da far venire il mal di testa.
Siamo uno dei rari esempi di un luogo con orizzonti culturali talmente corti da elevare il proprio stereotipo a narrazione interna, al solo fine di raccontarci come genuini, sinceri, apprezzabili. Abbiamo non ironicamente creato un ministero della sovranità alimentare, in pratica la nostra risposta a un mondo che va a rotoli è una barzelletta pecoreccia raccontata da uno zio ubriaco durante un disastro naturale.
Ma la cosa deprimente…
…è che siamo tutti ben contenti e nessuno alza un sopracciglio quando ogni singola pubblicità ripete a sproposito che si utilizzano prodotti italiani (!) e non importa se si sta reclamizzando una passata di pomodoro, dell’acqua in bottiglia o un set di brugole. C’è addirittura il cibo per animali, ora rigorosamente pet food, però italiano, sia mai che l’autarchico pelosetto sia troppo offeso per mangiare, o peggio, decida di scappare dal kebabbaro a prendersi dei falafel.
E noi, con tutta la saggezza tipica dell’uomo della strada usciamo e paghiamo una pizza venti euro, e andiamo a casa tutti contenti perché nel menù c’era scritto “con grani antichi, naturali e italiani”. Che poi l’Ucraina viene attaccata e il grano italiano magicamente non arriva più. Non è grave.
Mica sono le fake news che piegano la realtà per rendere ancora più razzista e xenofoba la popolazione, né le fesserie antiscientifiche che facevano letteralmente il lavoro sporco in favore del Covid; è solo il racconto della cucina tradizionale, dei pranzi in famiglia. Non ti entra sotto la pelle, lo hai già lì, ma se adeguatamente stimolato può diventare un punto d’ingresso efficientissimo per sottotesti maschilisti, nazionalisti, xenofobi e ogni altra porcata necessiti di una finzione rassicurante per rendersi presentabile.
La descrizione della copertina di giugno
Per questo ho ritratto una generica cuoca da televisione nell’atto di cucinare qualcosa di alieno, tentacoli e dettagli inquietanti inclusi, con tanto di atmosfera e illuminazione simile a quella di quei programmi che guarda vostra madre su Real Time quando la passate a trovare.
Spero di essere riuscito a rendere bene l’idea con questa copertina. Non che abbia niente di particolare contro le cuoche da televisione, ma era una metafora calzante: io, quando mi capita di imbattermi in quei programmi, non riesco a non pensare a Mamma, il personaggio di Futurama.
Ora la smetto con questo terribile sproloquio e torno a lavorare, tanto alla fine scegliamo liberamente cosa considerare finzione e cosa è degno della nostra fiducia. Ma se dovete scegliere a quale finzione dare retta, badate almeno che non costi il doppio di quello che vale perché c’è un tricolore sulla confezione realizzata in qualche paese che sfrutta i lavoratori.
di Matteo “Bonco” Boncompagni




