“Quanto è bella l’infanzia” è una di quelle frasi che non direbbe mai qualcuno che ha avuto un’infanzia. Ancor meno un’infanzia da star del cinema: talvolta il bambino sullo schermo è il simbolo della tenerezza, dell’innocenza o dell’energia vitale ancora acerba, potenziale. Altre volte, invece, l’infanzia esplode non è altro che il riflesso di ciò che siamo anche da adulti: urla, capricci, ego smisurati, isteria incontenibile.
Nel cinema di ieri e di oggi, certi bambini antipatici non sono semplici macchiette, incarnano proprio conflitti interiori, specchiano irrequietezze adulte, fanno da detonatore emotivo nelle dinamiche familiari o collettive. Come in questi cinque esempi cinematografici emblematici di un’infanzia che forse non è cresciuta mai davvero.
1. Veruca Salt in Willy Wonka & the Chocolate Factory

Tra tutti i bambini cinematografici citati nelle classifiche di personaggi più irritanti, Veruca Salt resta in cima alla lista, l’archetipo della persona viziata estrema: la bambina che urla “I want it now!” — Lo voglio adesso! — trasformando la scena in un coro quasi cacofonico del desiderio incontrollato.
Nella versione del 1971 di Willy Wonka & the Chocolate Factory, Veruca non è solo esuberante: è vorace, prepotente e profondamente priva di autocontrollo. Ogni richiesta diventa un ordine, ogni capriccio una prova di forza, e lo spettatore non può fare a meno di vedere in lei una caricatura esasperata di comportamenti adulti iper‑espressivi e irragionevoli. La sua presenza è tanto narrativa quanto morale: è lì per farci riflettere su cosa significa crescere senza limiti, senza prospettiva né gratitudine.
Veruca è il bambino che rompe gli equilibri, obbligando il film a mostrare il rovescio della medaglia — e la fabbrica di cioccolato si trasforma da luogo di meraviglie a teatro di caos educativo.
2. Riley Andersen in Inside Out

In un film che ha trasformato le emozioni in personaggi pieni di voce e colore, Inside Out della Pixar ci mostra una bambina, Riley Andersen, la cui irritazione non è antipatia fine a se stessa, ma tribù interiore di contraddizioni emotive.
Riley “deve” essere anche “antipatica”: è una ragazza di undici anni in piena transizione psicologica, alle prese con il trasferimento in una nuova città, nuove amicizie, nostalgia e paure sconosciute. Mentre le sue emozioni — Gioia, Tristezza, Rabbia, Paura e Disgusto — spingono Riley ad atti che agli occhi degli adulti possono apparire scontrosi o irritanti, il film rivela che la sua apparente antipatia è in realtà la manifestazione di un universo emotivo complesso che sta crescendo dentro di lei.
Qui non si tratta di capricci egoici, bensì di crescita emotiva in atto: Riley si comporta in modi che possono esasperare i genitori, gli amici o lo spettatore, ma ognuna delle sue azioni è una tessera nel mosaico della sua identità in formazione. È antipatica perché è autentica: un’anima in trasformazione, non un semplice stereotipo irritante.
3. Draco Malfoy in Harry Potter

Avrei voluto lasciare “tutti i bambini in Harry Potter”, ma devo fingere di essere cresciuta almeno io, quindi… Parliamo solo di Draco Malfoy, la quintessenza del giovane arrogante: nacque in una famiglia di maghi puri, cresciuto con l’eco soffocante del privilegio e del giudizio sociale. La sua arroganza non è solo antipatia ostentata, ma simbolo di un sistema educativo e sociale che alimenta disuguaglianze e odio latente.
Nel corso della saga di Harry Potter, Draco deride, esclude e bullizza i suoi coetanei: è una presenza irritante, un esempio di come i bambini possano diventare specchio delle paure e dei pregiudizi degli adulti. Ma a differenza di personaggi più superficiali, la sua evoluzione — lenta, a volte ambigua — ci invita a comprendere che sotto la spessa corazza di superiorità si nascondono paure, insicurezze e fragilità di un adolescente che lotta con le aspettative del proprio mondo.
Draco non è semplicemente “antipatico”: è una figura che permette alla saga di guardare in faccia le ombre della società e di mostrare che, persino tra i più giovani, si annida il seme di odio e redenzione.
4. Rachel Ferrier in La guerra dei mondi

Nel remake del 2005 di La guerra dei mondi, diretto da Steven Spielberg, le dinamiche familiari si intrecciano con l’apocalisse: Ray Ferrier (Tom Cruise) si trova ad affrontare un’invasione aliena insieme ai suoi figli, ma la figlia minore, Rachel, interpretata da Dakota Fanning, diventa un elemento narrativo tanto intenso quanto — per molti spettatori — irritante.
Rachel non è antipatica per malizia, ma per la sua ansia incontrollata e le reazioni isteriche che emergono in un contesto estremo. Nelle classifiche online è citata tra i personaggi infantili più fastidiosi per via delle sue urla acute e della costante disperazione che accompagna il suo comportamento, specialmente in situazioni di stress elevato.
La sua insonnia emotiva non è gratuita: è il disagio umano amplificato, l’incapacità di ragionare sotto choc, e rappresenta quella parte di noi che non sa come reagire alla paura e alla distruzione. Così Rachel diventa non solo una figura familiare da proteggere, ma anche un amplificatore narrativo delle emozioni che connettono lo spettatore all’esperienza traumatica del film.
5. I figli di Peter in Hook

Steven Spielberg ha portato sullo schermo davvero tanti protagonisti giovani… Sarà questo il problema? Una versione adulta di Peter Pan, ormai dimentico dell’Isola che non c’è ma chiamato a salvare i suoi figli rapiti da Capitan Uncino. Cosa potrebbe andare storto in Hook?
I ragazzi di Peter — non semplicemente bambini irritanti, ma giovani figure disorientate, talvolta scontrose, spesso arrabbiate con il proprio padre e con le regole del mondo — incarnano quella fase dell’adolescenza in cui l’affetto e il risentimento si intrecciano senza criterio, egoismo puro. Non sono antipatici come personaggi unidimensionali: sono antipatici perché indifferenti alle dinamiche adulte.
In Hook, la difficoltà dei figli di Peter è quella di comprendere il ruolo paterno: ma a che importa il lavoro del padre, le tasse, le cene aziendali, quando tutto gira attorno a una palla da baseball. Questo film è la cartina tornasole di quando smetti di essere bambino: se iniziano a starti stretti gli atteggiamenti egocentrici dei figli di Peter, può essere che sei diventato un bambino grande. Se pensi che i bimbi sperduti fossero l’idea più geniale degli anni ‘90, invece dovresti provare a nutrirti col cibo immaginario anche tu. Almeno una settimana.
di Elisa Erriu




