Il Giappone è conosciuto, tra le altre cose, per disciplina, rigore, rispetto delle regole e forte senso del dovere. Si pensa spesso che questi principi vengano inculcati nei giapponesi dalla prima infanzia. Questa idea contiene una parte di verità, ma rischia di nascondere un aspetto fondamentale della cultura educativa giapponese: un approccio profondamente affettivo e relazionale, racchiuso nel concetto di amai.
È innegabile che le nuove generazioni vengano cresciute con grande attenzione, inculcando subito (o quasi) un’etica specifica tipica della società, in modo che il meccanismo continui a muoversi morbidamente e senza incepparsi.
Il concetto di “Amai” nell’educazione dei bambini in Giappone
Il termine amai (甘い) viene solitamente tradotto come “dolce”, di base utilizzato per riferirsi all’ambito del gusto.
Invece nella sfera educativa assume un significato molto più profondo. Non si tratta di permissività o di assenza di limiti, bensì di un legame emotivo intenso basato su accoglienza, fiducia e protezione. È un amore che sostiene il bambino soprattutto nei primi anni di vita, offrendo sicurezza emotiva prima ancora di richiedere autocontrollo e responsabilità.
Dal punto di vista linguistico, dicevamo, amai significa letteralmente “dolce” o “zuccherato”. Nel linguaggio quotidiano giapponese viene però usato anche in senso figurato per descrivere un atteggiamento indulgente, empatico e non giudicante. In famiglia, questo si traduce in un amore protettivo che non nega i limiti, ma li introduce gradualmente.
È importante chiarire che amai non equivale a “viziare”. Nella cultura giapponese esiste una distinzione molto netta tra l’amore che nutre e prepara alla vita e il viziare in modo eccessivo (che ha un suo termine specifico, ovvero: amayakasu).
L’amai è intenzionale e temporaneo: serve a costruire una base emotiva solida, non a evitare per sempre frustrazioni e responsabilità.
L’amai nei primi anni di vita
Nei primi cinque o sei anni di vita, considerati cruciali per lo sviluppo emotivo, l’amai viene applicato con maggiore intensità.
Il bambino è visto come un essere da accogliere: le sgridate dure sono rare, i capricci vengono prima compresi e solo dopo corretti, e le emozioni non vengono represse ma riconosciute. L’idea di fondo è che un bambino piccolo non possieda ancora gli strumenti necessari per autoregolarsi come un adulto e quindi gli si dà un po’ più di spazio per sfogare le emozioni e le sensazioni a cui non sa ancora effettivamente dare una collocazione specifica.
Gli viene dato, insomma, il tempo di cominciare a essere… Un essere umano.
Hajimete no Otsukai: l’amai messo in pratica
Un esempio concreto che potete tranquillamente vedere applicato di questo concetto è il programma televisivo giapponese Hajimete no Otsukai (“Old Enough”, grande abbastanza), in Giappone va in onda ormai da decenni. In Italia è possibile vederne qualche stagione su Netflix.
Il format è semplice: bambini molto piccoli, specificamente tra i due e i cinque anni (hanno determinato che dai 6 in su sono più coscienti della presenza delle telecamere), vengono incaricati per la prima volta di svolgere una commissione da soli, come andare a comprare qualcosa al negozio sotto casa o consegnare un oggetto a un vicino.
A un primo sguardo, il programma può sembrare sorprendente o persino inquietante per noi, da questa parte dell’emisfero e con le abitudini che ci contraddistinguono. In realtà, rappresenta perfettamente l’equilibrio tra amai e responsabilità. Il bambino viene mandato da solo, ma non è mai veramente solo: una troupe lo segue a distanza, pronta a intervenire in caso di pericolo.
La fiducia prima dell’autonomia
In Hajimete no Otsukai il bambino affronta il mondo con tutta la sua vulnerabilità: si perde, piange, dimentica cosa doveva comprare, chiede aiuto agli adulti. Questi momenti non vengono vissuti come fallimenti, ma come parte naturale dell’esperienza.
Il messaggio implicito è profondamente legato all’amai: il bambino può sbagliare, può avere paura, può fermarsi a piangere. L’importante è che senta di poter contare su un ambiente che lo sostiene. Solo su questa base emotiva può nascere una vera autonomia.
Infatti uno degli aspetti più interessanti dell’educazione giapponese è che l’amai non ostacola la disciplina, ma la rende possibile. Dopo una prima fase di indulgenza affettuosa, il bambino viene gradualmente introdotto alle regole sociali, al senso del dovere e alla responsabilità verso il gruppo.
Poiché il legame emotivo è già solido, il bambino non obbedisce per paura, ma per desiderio di cooperare e di appartenere. Le regole vengono interiorizzate, non semplicemente imposte dall’esterno. Questo passaggio è spesso riassunto da un proverbio giapponese molto noto:
“Fino a cinque anni, il bambino è un re. Dai cinque ai quindici, è un servitore. Dopo i quindici, è un pari.”
Comprendere non significa giustificare
Naturalmente non è un sistema perfetto e non funziona sempre come ci si aspetta.
A volte lo strappo tra la prima parte “morbida” della vita e la “violenza” e durezza della seconda provocano uno strappo nella coscienza e la fatica a riallineare la realtà con le aspettative. Inoltre se il comportamento “amai” non viene gradualmente ridotto, può portare a una dipendenza eccessiva e a difficoltà nel prendere decisioni autonome.
Comprendere le emozioni del bambino non significa giustificare tutto, ma creare il terreno emotivo su cui l’educazione può davvero funzionare.
Si tratta di un concetto che, per certi versi, può essere anche applicato al mondo degli adulti: la comprensione ha un ruolo chiave, comprendere non significa giustificare ma permette di vedere la stessa situazione da una prospettiva diversa per creare un ponte tra due realtà.
di Monica Fumagalli




