C’è una cosa che mi fa impazzire ogni volta che la vedo: le pubblicità dei digital detox. Due giorni nel bosco, telefono spento, yoga all’alba, tisane biologiche. Tutto molto lento, olistico, volto alla riconnessione con sé stessi, “inserire parole che ti rendono subito un hippy o un fuffaguru”. Attività semplici, banali, che nella maggior parte dei casi si potrebbero fare a casa propria a costo zero.
Ogni dannata volta mi domando: quando è successo che spegnere un telefono sia diventato un servizio da pagare?
Attenzione, non ho nulla contro questi ritiri, salvo quelli palesemente truffaldini che approfittano di un malessere diffuso per lucrare. E anche qui, non sto dicendo che tutti quanti siano delle truffe. Che ci sia un problema è evidente, e fornire soluzioni è senza dubbio una cosa buona e necessaria. Io stessa mi sono trovata a dover dichiarare di voler fare un “digital detox” per spiegare alla gente che non mi doveva rompere le scatole per telefono per un paio di giorni.
È questo che mi fa rabbia
Siamo sempre noi stessi la causa del nostro male, e ce ne lamentiamo pure. E dunque mi chiedo: perché devono esistere degli spazi (presumibilmente) sicuri da qualcosa che siamo noi stessi ad aver generato? Perché l’uomo deve portare all’estremizzazione ogni maledetta cosa anche apparentemente positiva e innocua che crea? Perché abbiamo costruito una quotidianità talmente sbilanciata da dover pagare qualcuno per fare ciò che fino a pochi anni fa era semplicemente normale? Passeggiare, annoiarsi, guardare un albero senza sentire il bisogno di fotografarlo o rispondere a un messaggio dopo trenta secondi.
E così fioccano “esperienze” di immersione nella natura, nella disconnessione dal mondo con la riconnessione con sé stessi.
Ma è tutta un’illusione.
La natura non è una terapia
L’Asia, in questo, continua a sembrarmi molto meno distante di quanto raccontino gli stereotipi. Pensiamo subito a Tokyo, Seoul o Shanghai come simboli dell’iperconnessione, delle metropolitane piene di schermi e delle persone con gli occhi incollati al telefono. È vero.
A Seoul i semafori pedonali hanno le lucine per terra perché la gente ha così lo sguardo incollato al telefono che si accorge del verde o del rosso guardando per terra invece che per aria.
Questo è un vero fallimento evolutivo a mio avviso.
Ma in questa stessa città, cosa succede? Finito il lavoro, milioni di persone salgono regolarmente in montagna, si recano a un tempio, trascorrono alcune ore in un parco senza considerarlo un’esperienza straordinaria.

Dal pensiero taoista ai K-drama
Nel pensiero taoista esiste il concetto di ziran (自然), ciò che segue il proprio corso in modo spontaneo. La natura non è una destinazione dove rifugiarsi quando la vita diventa insostenibile; rappresenta invece una misura con cui confrontarsi per ricordarsi che il mondo continua a esistere anche senza il nostro continuo intervento.
Lo stesso vale per molta cultura giapponese, dove il silenzio possiede un valore positivo e il vuoto non è qualcosa da riempire a tutti i costi.
Anche i K-drama raccontano spesso questa idea. In When Life Gives You Tangerines è l’isola di Jeju a dettare il ritmo: le stagioni, il mare, i campi diventano parte della narrazione e ricordano continuamente che il tempo della natura non coincide con i nostri, con le notifiche, con le pretese e aspettative.
Essere sempre reperibili
Il telefono, però, è solo il sintomo. La vera disconnessione riguarda il rapporto che abbiamo costruito con il tempo degli altri. Abbiamo normalizzato l’idea che un messaggio debba ricevere risposta quasi subito. Se una persona visualizza e tace, immaginiamo scenari, ci offendiamo, interpretiamo il silenzio come una presa di posizione.
Nel frattempo continuiamo a ripetere quanto siano importanti i confini personali e il benessere mentale, salvo pretendere che chiunque sia disponibile praticamente in ogni momento del giorno e della notte.
Il diritto alla disconnessione viene celebrato nei convegni, poi ci infastidisce se un collega risponde il mattino dopo o un amico sparisce per qualche ora. È un equilibrio curioso: difendiamo la libertà teorica di staccare e, nella pratica, rendiamo difficile esercitarla.
Riconnettersi davvero
Forse il problema non è il telefono o internet. Il problema è aver trasformato la reperibilità in una forma di educazione. Abbiamo iniziato a considerare normale essere sempre raggiungibili e straordinario concedersi qualche ora di silenzio. Così il digital detox diventa un prodotto da acquistare, quando potrebbe essere semplicemente una scelta quotidiana.
La vera disconnessione, alla fine, non consiste nello spegnere il Wi-Fi per un fine settimana. Consiste nel restituire valore a un gesto molto meno spettacolare: poter vivere qualche ora senza sentire il bisogno di giustificarsi con nessuno.
E magari accettare che anche gli altri abbiano lo stesso identico diritto.
di Alessandra “Furibionda” Zanetti




