Disconnessione. Una parola che si sente sempre più spesso e che sembra avere un solo significato: spegnere il telefono, chiudere i social, allontanarsi dagli schermi; come se la tecnologia fosse il problema e la sua assenza la soluzione. A pensarci bene però, esiste una forma di disconnessione che passa proprio attraverso uno schermo e che, forse proprio per questo, viene spesso fraintesa.
Quante volte abbiamo sentito dire che i videogiochi isolano, allontanano dalla realtà o fanno perdere tempo? È un’idea diffusa e, in alcuni casi, può anche essere vera. Come qualsiasi passione, se vissuta senza equilibrio può trasformarsi in un problema, ma fermarsi a questa conclusione significa osservare soltanto una parte della medaglia. Per molte persone, un videogioco rappresenta uno dei pochi momenti della giornata in cui il rumore del mondo si affievolisce, al pari di ciò che può accadere ascoltando musica o leggendo un libro.
I videogiochi e la disconnessione: un mondo in pausa
Viviamo in un’epoca in cui siamo costantemente raggiungibili. Il telefono vibra, arrivano notifiche, messaggi, e-mail, aggiornamenti. Anche nei momenti di pausa continuiamo a passare distrattamente da un contenuto all’altro, senza lasciare alla mente il tempo di fermarsi davvero. La testa è costantemente stimolata ma non si concentra davvero su niente.
Alcuni videogiochi, invece, ci chiedono qualcosa che nella vita quotidiana fatichiamo a fare sempre meno: prestare attenzione. Che si tratti di seguire una storia, esplorare un paesaggio, risolvere un enigma o affrontare una sfida, il resto rimane fuori. Per alcuni minuti o qualche ora, non esistono le scadenze, il traffico, il lavoro o le preoccupazioni. Non perché siano sparite, ma perché la nostra mente ha finalmente trovato uno spazio in cui concentrarsi su una sola esperienza.
È una forma di disconnessione che non ci allontana dalla realtà, ma dalla sua continua frenesia.
Il valore dell’immersione
Non tutti i videogiochi raccontano grandi storie, ma molti riescono a offrire qualcosa che oggi sembra sempre più difficile trovare, ovvero l’immersione. In un mondo costruito per catturare la nostra attenzione per pochi secondi alla volta, un videogioco ci invita a restare, a osservare, ad ascoltare e a dedicarci completamente a ciò che stiamo vivendo. A seguire un percorso coerente, un passo dopo l’altro.
È lo stesso motivo per cui alcune persone trovano pace leggendo un libro, dipingendo, facendo trekking o ascoltando musica. Non è l’attività in sé a fare la differenza, ma la possibilità di interrompere il continuo sovraccarico di stimoli vuoti e inconcludenti.
Disconnettersi per riconnettersi
Credo che il problema non sia il tempo trascorso davanti a uno schermo, ma il modo in cui lo utilizziamo. Esiste una grande differenza tra passare un’ora a scorrere distrattamente contenuti senza ricordarne quasi nulla e trascorrere la stessa ora vivendo un’esperienza capace di coinvolgerci, emozionarci o semplicemente rilassarci.
A mio parere, la disconnessione non è l’assenza della tecnologia, ma la possibilità di concedere alla mente una pausa da tutto ciò che reclama continuamente la nostra attenzione senza attivarla davvero. Per alcuni quella pausa arriva in riva al mare, per altri tra le pagine di un romanzo, per altri ancora, arriva impugnando un controller.
Perché a volte, il modo migliore per riconnettersi con sé stessi è concedersi il lusso di perdersi, anche solo per qualche ora, in un mondo che non esiste.
di Lorenzo Baldoni




