Nel quotidiano usiamo la parola disconnessione per indicare qualcosa che ha a che fare con la tecnologia: disconnettersi dopo una chiamata di lavoro, disconnettersi spegnendo il telefono a fine giornata, ma anche, figurativamente, disconnettersi mentalmente, dallo stress, dal lavoro, dalla quotidianità, magari per ricaricarsi durante le vacanze.
Ma cosa succede quando ci disconnettiamo da noi stessi? Quando non sentiamo più il legame con il nostro corpo? Quando la realtà che ci circonda, fino a poco prima quotidiana, diventa straniante?
Per questo mese (per alcuni) di relax, ho selezionato tre cortometraggi che non vi faranno rilassare, ma, al contrario, spero vi inquieteranno. Sono storie che si muovono fra la distopia e l’allucinazione, nelle quali i protagonisti sono forzati da eventi imprevisti a scollarsi non solo dalla loro realtà quotidiana, ma dal proprio sé, dall’idea che avevano di sé stessi e dalla loro visione preconcetta del mondo.
Ecce

Una donna vive in un appartamento silenzioso. Come ogni giorno si alza, indossa una maschera e si unisce ad altre donne anonime, come lei, in un rituale sonoro che riempie l’aria delle palazzine di periferia di un canto senza parole.
Mentre nel privato della casa la protagonista si osserva cercando di trovare la sua individualità nei lineamenti del volto, per la società in cui vive è un numero, senza espressione, senza la capacità di comunicare verbalmente, ingabbiata nel suo futile lavoro: suonare i fili di uno stendino senza una ragione né un obiettivo.
Eppure, anche in questo mondo sospeso, può arrivare un imprevisto a rompere la circolarità dello schema prestabilito.
La regista Margherita Premuroso, la Re Mida dell’animazione italiana, utilizza un bianco e nero pittorico per ridefinire gli spazi dell’abitare, che diventano tanto impersonali da essere intercambiabili, così come le esistenze delle donne. I piani dello spazio e del tempo si sovrappongono, si mescolano ed esistono contemporaneamente indisturbati. E quindi, una volta scoperti gli ingranaggi di un meccanismo che scorre anche senza di noi, non rimane che chiedersi se vale ancora la pena farne parte.
A kind of testament
L’inquietante cortometraggio di Stephen Vuillemin ci trascina sin dal primo frame dentro al film, chiedendoci, da subito, di credere a una realtà narrativa dai confini labili.
Noi, gli spettatori, ci troviamo a guardare un’animazione sul nostro schermo dove vediamo, con gli occhi della voce narrante, il suo schermo, nel quale compare lei, ma animata. Ma lei non è una persona animata, è una persona reale e qualcun altro ha usato le sue foto per renderla animata.
Qualcun altro, col suo stesso nome, ma con una diversa voce, più vecchia, ha passato quindici anni della propria vita a creare animazioni surreali di una sua omonima sconosciuta.
L’estetica patinata dell’illustrazione editoriale non addolcisce l’immaginario cruento delle animazioni, anzi. La linea sottile e i colori freddi creano un’atmosfera quasi asettica che paradossalmente acuisce la violenza di alcune scene e la poesia di altre.
La voce narrante, dopo un primo sconcerto, elabora lo straniamento che le ha creato vedersi rappresentata più e più volte in scenari sempre più inquietanti, minimizzandolo. Sono solo animazioni su Internet, quella rappresentata non è lei, non è la sua vita reale.
Ma per noi, gli spettatori, quelle animazioni sono l’unico tramite per la conoscenza della protagonista e non possiamo non notare i punti di contatto tra la vita narrata e la vita rappresentata. Quindi ci rimane il dubbio: erano davvero “solo animazioni su Internet”?
God is Shy
Il cortometraggio di Jocelyn Charles è uscito nel 2025, quindi, essendo ancora nel circuito dei Festival, al momento si può vedere solo su alcune piattaforme selezionate. Ma ne voglio parlare comunque perché è la ciliegina sulla torta di questa carrellata di cortometraggi destabilizzanti.
Casualmente ho visto il film in treno, che forse è il posto migliore per guardare un film che parla di incubi condivisi durante un viaggio, per l’appunto, in treno.
Ma gli incubi, in questo corto che mescola l’estetica underground a quella giapponese, non sono la cosa più spaventosa.
Una passeggera sconosciuta, Gilda, racconta ai due giovani protagonisti del corto di come la mente del marito si sia disconnessa dal suo corpo, di come lui non ci sia più, tranne per alcuni momenti. Attimi che lei ha imparato a individuare e durante i quali qualcun altro, un Dio forse, sembra occupare il suo corpo. L’inquietante Gilda ha anche imparato che questo essere è in grado di rispondere a tutte le sue domande.
Solo che non tutte le domande possono essere fatte. Ci sono domande le cui risposte noi, esseri piccoli e mortali, non siamo pronti ad ascoltare. Ma la curiosità della donna è insaziabile, la sua insistenza senza freni. Gilda, per caso o per destino, coinvolge nella sua sete anche i due ragazzi che la ascoltano.
Ariel, la ragazza, improvvisamente si addormenta e sembra assentarsi per un istante dal proprio corpo, così Gilda, cogliendo la palla al balzo, inizia il suo rituale di domande per arrivare al quesito ultimo, che tormenta l’essere umano da tutti i tempi. Perché esistiamo?
Ma come disse Gandalf:
“I nani scavarono troppo avidamente e troppo in profondità.”
Gilda era stata avvertita, la mente di un essere umano non è in grado di contenere la grandezza dell’universo. Quindi mentre lei è destinata a rimanere ancora una volta senza risposte, qualcun altro, per casualità o volere divino, subisce le conseguenze della sua ingordigia. E se si è detto che la vita umana è incompatibile con la consapevolezza divina, cosa succederà a chi è esposto alla conoscenza della verità più grande?
di Giulia Tolino




