Connessione permanente e il mondo che non vediamo

Viviamo nell’epoca della connessione permanente. In pochi secondi possiamo raggiungere una persona dall’altra parte del mondo, cercare qualsiasi informazione, vedere immagini di luoghi lontanissimi o imparare una nuova abilità. Eppure, proprio mentre siamo sempre più connessi al digitale, sembra che ci stiamo disconnettendo da ciò che ci circonda.

Quante volte percorriamo la stessa strada senza notare nulla? Passiamo accanto a un albero che esiste da decenni, ma non sappiamo che specie è. Sentiamo il canto di un uccello e non ci chiediamo a quale appartenga. Ammiriamo un fiore solo quando diventa il soggetto perfetto per una fotografia instagrammabile.
La natura è lì, ogni giorno. Non ha bisogno di notifiche per farsi vedere, siamo noi ad aver smesso di guardarla sotto una certa lente.

Sapere tutto, conoscere poco

È curioso pensare che oggi abbiamo accesso a una quantità di informazioni mai vista nella storia. Con uno smartphone possiamo identificare una pianta in pochi secondi o scoprire il nome di una costellazione. Eppure raramente lo facciamo. E se anche lo facciamo, non teniamo a mente l’informazione, perché possiamo rifare la stessa domanda al web un infinità di volte.

Conosciamo le ultime tendenze dei social, ricordiamo i meme della settimana e sappiamo cosa succede nella vita di persone che non incontreremo mai. Ma quanti di noi saprebbero riconoscere una quercia da un faggio? Un platano da un acero? Quanti sanno distinguere il profumo del rosmarino selvatico da quello della lavanda?

Soprattutto, a mio parere, esiste una differenza enorme tra vedere e riconoscere. Vedere un albero significa notare che occupa uno spazio. Riconoscerlo significa sapere che è un tiglio, un leccio o un castagno. Significa osservare come cambia con le stagioni, accorgersi del profumo dei suoi fiori, capire quali animali ospita.

Ed è proprio quando diamo un nome alle cose che iniziamo a costruire un rapporto con esse. Forse è anche per questo che i bambini fanno continuamente domande: “Cos’è?”, “Come si chiama?”, “Perché?”. È il loro modo di creare un legame con il mondo.

La tecnologia non è il problema (o almeno non totalmente)

Sarebbe troppo facile dare la colpa al cellulare.

Lo stesso oggetto che ci distrae potrebbe diventare uno strumento straordinario per riconnetterci con la natura. I mezzi li abbiamo tutti, il problema sorge quando a mancare è l’intenzione.
Perché per conoscere serve tempo, è necessario fermarsi. Serve alzare lo sguardo invece di abbassarlo sullo schermo.

Fermarsi davanti a un albero e chiedersi perché abbia quella forma, guardare le foglie invece di passarci accanto. Notare che la corteccia cambia da una specie all’altra. Cercare il suo nome, e poi magari tornare a riconoscerlo qualche giorno dopo. Il telefono, in questo caso, non ci allontana dalla realtà. Ci aiuta a entrarci.

Connetterci per disconnetterci

La differenza sta tutta in quello che succede dopo aver acceso lo schermo. Possiamo fotografare un fiore per sapere come si chiama e, una volta ottenuta la risposta, lasciare il telefono per tornare a guardarlo. Altrimenti, nel fotografarlo senza mai osservarlo davvero, si finisce per trasformarlo semplicemente in un’altra immagine da archiviare.

Conoscere il nome di un fiore o di un albero può sembrare una cosa insignificante. Non cambia la nostra giornata, non ci rende più produttivi, non ci serve necessariamente a qualcosa. Eppure, dopo aver scoperto che quell’albero è un leccio, difficilmente torneremo a vederlo esattamente come prima.

La prossima volta che passeremo da quella strada o per un’altra strada con altri lecci, probabilmente lo riconosceremo. Noteremo se ha perso le foglie, se sono comparsi i primi fiori, se la sua chioma è cambiata. Forse ci accorgeremo che ce n’è un altro poco più avanti. E poi un altro ancora. E il paesaggio, lentamente, inizierà a differenziarsi.

Quello che prima era semplicemente “un albero” diventerà qualcosa di preciso. E più cose impariamo a riconoscere, più il luogo in cui viviamo acquista profondità. È un po’ come quando arriviamo per la prima volta in una città. All’inizio vediamo soltanto strade, edifici, piazze. Poi impariamo i nomi delle vie, scopriamo un bar, riconosciamo un palazzo, troviamo una scorciatoia. Dopo qualche tempo quella città non è più un posto qualsiasi: è diventata un luogo che conosciamo. Forse con la natura funziona allo stesso modo.

Conoscere è anche averne cura

È difficile sentirsi parte di qualcosa che non conosciamo. Se tutto ciò che ci circonda è indistinto, diventa anche più facile non accorgersi quando qualcosa cambia. Un albero abbattuto rimane semplicemente “un albero in meno”. Un prato che scompare sembra soltanto un pezzo di terra trasformato in qualcos’altro. Un uccello che non sentiamo più cantare difficilmente ci fa interrogare sul perché.

Ma quando iniziamo a riconoscere, iniziamo anche ad accorgerci. Conoscere una specie significa poter notare quando è presente e quando non lo è più. Significa sapere in quale stagione fiorisce, quali animali la frequentano, quali condizioni le permettono di crescere. La conoscenza non risolve automaticamente i problemi ambientali, ma cambia il nostro rapporto con ciò che ci circonda.

Perché è molto più difficile essere completamente indifferenti verso qualcosa che abbiamo imparato a riconoscere. E forse, alla fine, non si tratta nemmeno di imparare il nome di ogni albero (sarebbe carino eh, ma è un discorso che può andare anche oltre), ma di recuperare la capacità di guardarli.

Una scena di Perfect Days

C’è una scena ricorrente in Perfect Days di Wim Wenders in cui il protagonista, Hirayama, osserva le foglie degli alberi muoversi nella luce. Non succede praticamente nulla: non c’è una grande rivelazione, nessun evento particolare. Ci sono soltanto gli alberi, la luce e qualcuno che si è fermato abbastanza a lungo da notarli.

Hirayama sembra avere sviluppato un rapporto con il mondo fatto soprattutto di attenzione. Guarda le ombre delle foglie, ascolta la musica, legge, fotografa ciò che lo colpisce. Trova qualcosa di prezioso in momenti che per qualcun altro potrebbero sembrare insignificanti.

Ed è forse questo che rischiamo di perdere quando siamo persi nella connessione permanente, continuamente distratti: la capacità di accorgerci delle cose che non chiedono niente da noi. Un albero non ci manda una notifica, un tramonto non ci chiede di mettere un like. Loro sono semplicemente lì.

Piccole cose. Ma forse è proprio dalle piccole cose che ricominciamo a sentirci parte di un luogo. Perché essere connessi non significa avere accesso a tutto, ma può significare anche semplicemente essere presenti a ciò che abbiamo davanti agli occhi.

di Federica Curcio

Federica Curcio
Federica Curcio
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