È agosto 2026. Sto scrivendo queste parole dal mio laptop col ventilatore puntato addosso, con la certezza solida e incrollabile che se avrò bisogno di verificare qualsiasi informazione, cercare un riferimento, risolvere un dubbio, confrontare le fonti o visualizzare un video per poter completare correttamente l’articolo che state leggendo, mi basterà cliccare sull’icona del browser, digitare le parole chiave nella barra di ricerca e in un battito di ciglia troverò tutto quello che mi serve online. È una cosa talmente normale e radicata nella nostra quotidianità che la diamo per scontata, uno strumento di cui ormai (non so se è un bene o un male) non riusciamo più a fare a meno.
Ma è sempre stato così?
Tra la fine degli anni ‘90 e i primi anni 2000, soprattutto con l’introduzione della ADSL, Internet stava iniziando a diffondersi in Italia un po’ in tutte le case, ma non era ancora onnipresente e considerato “essenziale” come lo è al giorno d’oggi, al pari di una lavatrice. Molte famiglie lo vedevano ancora come “un piccolo lusso superfluo”, paragonabile a un abbonamento Sky (o prima ancora Stream e Tele+).
Inoltre, alcuni tipi di contratto ADSL non consentivano l’accesso illimitato a Internet, ma solo per un totale mensile di venti ore di navigazione, soglia che se si sforava prevedeva costi aggiuntivi considerevoli. Perciò in tanti ancora preferivano vivere tranquillamente senza il Web. Per fare le ricerche scolastiche era sufficiente consultare i CD-Rom di Encarta o le care vecchie enciclopedie tradizionali e gli atlanti geografici cartacei.
Ma quindi, quando ci trovavamo davanti a un PC scollegato dalla rete, come passavamo il tempo? Prima di MSN, MySpace, Fotolog e ForumFree, come facevamo a trascorrere le ore davanti a quello schermo? Ora come ora forse quasi non sapremmo che farcene di un computer senza accesso al Web. Ci ricordiamo come si sopravviveva senza Internet?
Vi assicuro che era perfettamente possibile. Accendiamo la macchina del tempo e ve lo dimostro, allacciate le cinture perché sarà un bel viaggione. Per ogni “passatempo disconnesso”, inoltre, consiglierò una o più canzoni “a tema” di quegli anni. Altrimenti che Minako’s Jukebox sarebbe?
Pronti? Avviamo Windows XP!
Cambiare le skin e gli effetti di Windows Media Player

Nell’epoca a cui facciamo riferimento, quei piccoli specchi a forma di ciambella con il buco chiamati CD erano ancora il modo preferito di ascoltare musica. Un computer, fisso o portatile, non poteva prescindere dalla presenza di un lettore, cosa che invece oggi è sempre più rara.
Tra gli adolescenti della mia generazione erano praticamente un must have le compilation del Festivalbar, che raccoglievano tutte le hit estive italiane e internazionali. Su molte di esse ho passato pomeriggi interi a inventare coreografie stile Non è la Rai con le mie amiche.
Quando invece non c’erano amiche e balletti, e mi ritrovavo da sola ad ascoltare musica seduta davanti alla schermata di Windows Media Player, l’azione più tipica era quella di scorrere tutti i vari tipi di grafiche colorate del player che reagivano al ritmo, al volume e alle variazioni di forma d’onda della canzone. Gli effetti creavano disegni più o meno psichedelici, che ci lasciavano ipnotizzati e incantati davanti al monitor per ore.
Anche la skin del player poteva essere modificata a seconda dell’umore del momento. C’erano quelle più minimal e pulite, ma anche quelle romantiche (il cuoricino), quelle di ispirazione pittorica, fino alle più stravaganti (c’è chi ricorda la testa verde dell’alieno e chi mente).
Ascolto consigliato: Qualsiasi compilation del Festivalbar (ma io penso di aver ascoltato a ripetizione in particolare Mad about you degli Hooverphonic da Festivalbar 2001).
Pasticciare su Paint

Paint: l’equivalente digitale della pagina del diario che pasticciavamo sovrappensiero. Solo che era gratis, cancellabile all’infinito e non sprecava carta.
Paint era quell’applicazione (anche se noi li chiamavamo programmi) su cui noi annoiati ragazzini senza Internet passavamo il tempo a disegnare stickmen, casette stile bambini dell’asilo e alberelli con chiome a cespuglio, oppure cuoricini col nome della nostra crush del momento. Questo ovviamente non sfruttava appieno le potenzialità di uno strumento apparentemente semplice ma che permette (a chi è capace) di fare cose come delle pixel art assurde, ma dettagli. Il massimo del tocco estroso, almeno per me, era decidere di colorare con l’aerografo, che dava quell’effetto “puntinismo”, invece di riempire i contorni con il colore piatto della “secchiata”.
Paint, in un PC senza Internet dove si poteva fare poco altro, era una certezza. Certezza che però ha vacillato quando nel 2017 Microsoft ha annunciato che l’applicazione non sarebbe stata più preinstallata nei suoi sistemi operativi come era sempre stato, ma che comunque sarebbe stato ancora possibile scaricarla dallo store. Ovviamente gli utenti nostalgici sono insorti e, a grande richiesta, Paint è stato incluso sia in Windows 10 che addirittura in Windows 11, in una versione implementata e con un’interfaccia aggiornata.
Ascolto consigliato: Le vie dei colori di Claudio Baglioni (1998) – ne ho parlato approfonditamente qua.
3D Pinball Space Cadet

Tra i giochi preinstallati di Windows, che erano per lo più di carte (come Solitario, Free Cell, Spider, Hearts) o classici come Campo Minato (da un certo punto in poi diventato Prato Fiorito), si distingueva quello che era il mio preferito e su cui davvero ho speso ore e ore della mia vita adolescenziale pre-Internet.
Sto parlando di 3D Pinball Space Cadet, un flipper a tema spaziale. Forse la prima volta in cui ho capito che giocare con un flipper non si limita solo a evitare che la pallina cada giù tra le levette, cosa che per molti è sicuramente ovvia, ma che per me ai tempi non lo era.
Space Cadet prevedeva delle missioni che permettevano di guadagnare molti punti bonus e palline extra. Le missioni si attivavano e si completavano colpendo determinati punti della superficie di gioco, come per esempio i respingenti, o facendo passare la pallina in altre specifiche aree come rampe e tunnel. Tutti questi elementi del tabellone, tridimensionali e in prospettiva, erano tra l’altro tematizzati e nominati come se fossero le parti di un’astronave.
Col progredire delle missioni, si guadagnavano “gradi” nella gerarchia militare spaziale che andavano da Cadetto, appunto, fino ad Ammiraglio della Flotta.
Ascolto consigliato: Drops of Jupiter dei Train (2001).
Disney Game Shots

I CD-Rom con i videogames si trovavano veramente ovunque. Persino come sorpresine di merendine o cereali per la colazione (quelli che più di tutti facevano crashare il computer). Ma il modo migliore per trovarne una scelta vasta e variegata era fare un salto in edicola. A parte le riviste specializzate, per un periodo anche Topolino allegava i giochi su licenza Disney della collana Game Shots.
Due su tutti che mi sono rimasti particolarmente impressi sono Caccia al Cucciolo, basato su Il Re Leone 2, e Alla ricerca di Flounder, a tema La Sirenetta.
Nel primo interpretiamo i cuccioli Kiara o Kovu (o entrambi, nella modalità a due giocatori) e ci muoviamo all’interno di un labirinto che vediamo dall’alto. Percorrendolo lasciamo delle impronte (rosa nel caso di Kiara, azzurre per Kovu), che le nostre balie Timon e Pumbaa possono vedere e seguire, impedendoci di raggiungere l’uscita. Lo scopo del gioco è fuggire dal labirinto senza essere visti dal duo comico. Ad aiutarci, un power-up costituito da una maschera di iena che spaventa Timon e Pumbaa e ci rende irriconoscibili ai loro occhi.
Nel secondo, invece, il protagonista è il granchio Sebastian, e lo scopo è percorrere vari livelli per trovare Flounder che si è cacciato nei guai. Si tratta di schemi a scorrimento laterale (sott’acqua, ovviamente), dove troviamo diversi forzieri contenenti oggetti utili. Dobbiamo evitare nemici e ostacoli che ci rallentano e aprire scorciatoie con le nostre chele, fino a trovare il pesciolino rinchiuso in una gabbia. C’è inoltre un countdown che limita il tempo a disposizione per terminare il livello, tempo che è possibile incrementare grazie ai suddetti forzieri.
Ascolto consigliato: Lui vive in te (Il Re Leone 2, 1998) e In fondo al mar (La Sirenetta, 1989).
Vanbasco’s Karaoke Player

Il famigerato Vanbasco’s è il grande pilastro che con le sue orrorifiche basi midi ha comunque rappresentato, per molti cantanti e aspiranti tali che sono stati bambini e adolescenti nei primi anni 2000, il primo approccio con lo studio delle canzoni.
Ricordo ancora che, per avere delle basi sempre midi ma almeno costruite con criterio, andavo in un negozio di strumenti musicali della mia città che aveva un chiosco da cui comprare dei file che venivano venduti in – tenetevi forte – floppy disk.
L’interfaccia di Vanbasco’s era semplice ma funzionale. C’era, oltre al player vero e proprio e allo schermo in cui scorrevano i testi come nel più classico dei karaoke, la finestra da cui poter creare la playlist e varie altre finestrelle con funzioni utili, come le levette per modificare la tonalità o la velocità del brano o l’elenco degli strumenti che dava la possibilità di “silenziarli” uno per uno, utile per esempio per escludere la traccia della melodia guida.
In questo caso, più che con gli ascolti consigliati, chiudo con una nota di nostalgia, citando alcune delle canzoni che più amavo cantare quando ero solo una bambina che, senza Internet, aveva tutto il tempo di sperimentare e imparare a conoscere la propria piccola voce:
Luce di Elisa (2001), The Voice Within di Christina Aguilera (2002) e Per dire di no di Alexia (2003).
di Marta “Minako” Pedoni




