C’è un silenzio che pesa più di mille urla. È quello che resta dopo la visione di The Voice of Hind Rajab, il film della regista tunisina Kaouther Ben Hania, presentato alla 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, si è guadagnato una standing ovation di 23 minuti in Sala Grande. Un tempo sospeso, necessario, perché il pubblico potesse metabolizzare ciò che aveva appena vissuto. Non visto: vissuto. Perché questo film non si guarda, si attraversa.
The Voice of Hind Rajab, i fatti
Ispirato a un fatto realmente accaduto nel gennaio 2024 durante l’assedio di Gaza, The Voice of Hind Rajab racconta le ultime, strazianti ore di Hind Rajab, una bambina palestinese di sei anni rimasta intrappolata in un’auto crivellata dai colpi di un carro armato israeliano. Unico volto vivo tra i cadaveri di sei familiari, la cuginetta di Hind riesce a telefonare allo zio in Germania.
Da lì inizia una corsa contro il tempo – una corsa fatta di telefonate, tentativi, attese snervanti – per mettere in contatto la famiglia con la Palestinian Red Crescent Society, la Mezzaluna Rossa. Ma ciò che dovrebbe essere semplice – mandare un’ambulanza – si trasforma in un labirinto di ostacoli, coordinamenti, e dinieghi. Una macchina infernale che ha le sembianze della burocrazia militare e dell’indifferenza.
Il tempo di percorrenza per salvare Hind era stimato in otto minuti. Ce ne sono voluti quasi centottanta per far muovere un’ambulanza. Otto minuti per vivere, tre ore per morire.
La voce necessaria della resistenza
Il film non mostra la guerra come siamo abituati a vederla nei film occidentali: niente sangue che esplode sullo schermo, niente eroi con la divisa sporca e il sigaro in bocca. La “guerra” qui è fatta di attese, di voci spezzate nei telefoni, di decisioni che tardano, di occhi che guardano ma scelgono di non vedere. Un film “muto” nel fragore dell’orrore, dove la voce di una bambina diventa il solo strumento di resistenza.
La vera voce di Hind Rajab è utilizzata nella pellicola. E se qualcuno grida alla speculazione, si risponde con fermezza: è necessario. È doveroso. Non si può comprendere la portata disumana di ciò che è accaduto senza ascoltare quella voce. La lucidità con cui una bambina di sei anni distingue la morte dal sonno dei suoi familiari, e poi la consapevolezza che sta parlando con chi non può salvarla, fanno parte di una verità troppo spesso rimossa.
Il protagonista maschile del film non è un eroe. È un operatore della Mezzaluna Rossa, impotente e rabbioso, consapevole che basterebbero pochi minuti per intervenire. Ma non può. Non “deve”. Perché deve aspettare autorizzazioni, coordinarsi con le forze israeliane, con i protocolli, con la “guerra”. È un uomo che vorrebbe disobbedire, ma sa che ogni azione può costare una vita in più. E, alla fine, perderà comunque tutto.
The Voice of Hind Rajab, un film necessario
The Voice of Hind Rajab è un film necessario. Perché non urla, ma scava. Non cerca pietà, ma consapevolezza. È un film che non ha bisogno di mostrare il sangue per far capire la violenza. La vera atrocità, qui, è l’inazione consapevole. I droni israeliani, con visori notturni, vedevano chiaramente che c’era qualcuno vivo nell’auto. Eppure hanno aspettato che arrivasse l’ambulanza, per poi colpire ancora. Nessuna casualità. Nessun errore. Solo una fredda e calcolata decisione.
Il punto non è solo il finale, già tristemente intuibile. Il punto è il “come”. Il modo in cui si arriva all’inevitabile, tra voci spezzate e segnali persi. Una morte annunciata, che pesa come una condanna collettiva. Non solo per chi ha premuto il grilletto, ma anche per chi ha taciuto, ha girato lo sguardo, ha atteso.
Il film non vuole commuovere. Ma non si può fare altrimenti.
di Laura Pidalà




