Sfida o sfortuna?

In Occidente abbiamo un rapporto abbastanza teatrale con la sfortuna. Quando qualcosa si inceppa, un progetto va storto, una relazione crolla, il lavoro ci fa angosciare, la tentazione è quasi sempre quella di alzare gli occhi al cielo e cercare un colpevole invisibile. Il destino. L’universo. Le stelle. Il karma che non funziona. Cose così.

Nella cultura cinese, però, il rapporto con il tempo e con gli eventi segue una logica diversa.
L’idea centrale non è che il mondo decida improvvisamente di perseguitarci, quanto piuttosto che ogni momento abbia una sua qualità specifica.
Ci sono fasi leggere, più stabili o fertili, e ci sono altre fasi, confuse, complesse, in cui muoversi richiede più attenzione.
Questo genere di evento per noi è sfortuna, in Cina è chiamato sfida.
Anche nell’astrologia cinese questo punto è interessante.

Nell’anno del tuo segno

Quando ricorre l’anno del proprio segno zodiacale, ogni dodici anni, dicono che la sfortuna si accanisca contro di te. Un anno difficile fatto di attriti, instabilità, trasformazione, necessità di prudenza. Significa che in quel momento certe energie si muovono in modo meno comodo e accomodante.

La domanda dunque dovrebbe essere allora: sei pronto ad affrontare nuove sfide con consapevolezze maggiori di dodici anni fa? In questa prospettiva, sembra quasi ovvio sentirsi migliori dei noi stessi del passato.
Che sia vero, e non solo una propria percezione autoconsolatoria, è un altro discorso.

In ogni caso, questo punto di vista è almeno in apparenza più adulto rispetto alla semplificazione della buona o cattiva sorte. Ci porta a considerare un grande fattore: il concetto di responsabilità. Non ci sono premi in palio o punizioni, come se la vita fosse solo una grande lotteria cosmica; no, se accettiamo la sfida, con un’idea di responsabilità delle nostre azioni, allora possiamo imparare quando agire, quando aspettare, quando insistere o fermarci.

La sfida è quasi una relazione con il tempo: saper leggere un momento, senza sprecare forze ma senza anche attendere troppo. Qui entra in gioco un altro tratto molto presente nel pensiero cinese: l’importanza dell’adattamento.

Nel Taoismo

L’azione efficace non coincide sempre con lo sforzo visibile. Il concetto di wu wei viene spesso tradotto come “non agire”, ma questa traduzione rischia di farlo sembrare pigrizia spirituale. In realtà parla di un’azione che non forza inutilmente la corrente. Una persona consapevole non è quella che sfonda ogni porta per dimostrare carattere; è quella che capisce quale porta ha senso aprire, quale va lasciata chiusa e quale richiede solo il momento giusto.

Anche il Confucianesimo offre una chiave utile. La sfida non riguarda soltanto l’individuo e la sua volontà personale, ma anche il modo in cui una persona resta integra dentro una rete di ruoli, relazioni, aspettative, responsabilità. Essere messi alla prova significa anche mantenere forma quando il contesto si complica. È una visione rigida forse per noi occidentali, paladini della rottura, della ribellione, del gesto clamoroso.

Eppure in essa sussiste una domanda potente: quanto vali quando nessuno ti applaude mentre resisti?

quadro stile cinese con montagne templi e un monaco

Qual è la vera sfida?

Resistere o ribellarsi? La cultura pop asiatica racconta questa idea continuamente. Nei K-drama la sfida raramente è una semplice avventura personale. È pressione familiare, classe sociale, lavoro, reputazione, vergogna, desiderio di riscatto.

In Itaewon Class, per esempio, la sfida nasce da un’umiliazione e diventa la forza di un progetto di business con una sorta di vendetta costruttiva.

In The Glory la sfida assume una forma più cupa: sopravvivere a un trauma, tornare a guardare in faccia chi ci ha distrutto, riprendersi una posizione dopo essere stati ridotti a bersaglio.

Anche Extraordinary Attorney Woo lavora su una sfida meno spettacolare e molto più quotidiana: stare dentro un ambiente professionale che valuta la normalità prima ancora della competenza. Qui la prova non è vincere una battaglia epica, bensì attraversare ogni giorno un sistema che chiede adattamento continuo.

Squid Game porta il meccanismo all’estremo: la società trasforma la disperazione in gara, la sopravvivenza è solo spettacolo, dove la fragilità economica è il traino di un intrattenimento crudele. La sfida, quando viene contaminata dalla competizione assoluta, smette di essere crescita e diventa massacro organizzato.

Il lato oscuro è evidente

Se ogni difficoltà viene chiamata sfida, allora anche lo sfruttamento può travestirsi da occasione. Succede nei survival show, nei percorsi dei trainee del K-pop, nelle storie di studenti schiacciati dagli esami, nella vita di tutti i giorni dove lavoro e famiglia possono diventare un giogo.

La cultura asiatica contemporanea sa raccontare benissimo questa ambiguità: la disciplina può salvare ma anche diventare un cappio. La stessa forza che costruisce una persona può consumarla, quando nessuno le concede il diritto di fermarsi.

E, come sempre, alla fine chi ha ragione?
Meglio pensare alla sfortuna, che ci consola, ci assolve, ci permette di sentirci vittime di qualcosa che non dipende da noi, ci toglie ogni responsabilità? Oppure meglio pensare alla sfida? Che ci può portare allo stremo e all’estremo, che è scomoda, che ci costringe a continuare a cambiare strada e a metterci in dubbio?
La risposta, forse come sempre, sta nel mezzo.
A volte bisogna avere l’onestà di ammettere la sfiga, altre quella di prendersi la responsabilità della sfida.

di Alessandra “Furibionda” Zanetti

Alessandra Zanetti
Alessandra Zanetti
Articoli: 45