Non sono troppo normale. Penso ormai lo abbiate capito.
E non dite “ma nessuno al mondo è normale”, perché per quanto me lo ripetano da un sacco di tempo, ancora non mi fa sentire più amalgamata agli altri. Mi sento ancora come il grumo di farina dentro l’impasto, fosse ormai anche solo per abitudine. Una volta dissi alla mia psicologa “ho talmente tante maschere da non saper più riconoscere me stessa”. Mi figuravo come una persona senza volto, che ne aveva così tante attaccate agli omini dell’armadio da potersene scegliere una diversa a seconda dell’occasione, come fosse una camicia o un vestito.
L’incontro con Dungeons & Dragons
All’epoca, quando lo dissi anche un po’ scherzosamente, in realtà avevo ben in mente di cosa stessi parlando: dei tanti personaggi che ho creato ruolando tra il tavolo e i “play by chat” online.
Son sempre stata una grande fan dei giochi di ruolo, ho iniziato ben 20 anni fa, anche se ho impresso a fuoco nella memoria la prima volta che ho visto qualcuno col manuale di Dungeon and Dragons sottobraccio.
Era l’estate del 2001, in vacanza dai nonni in montagna. Da brava decenne rimbambita giravo senza meta, col naso all’insù perso tra le nuvole, fino a quando quasi non casco sopra ai due ragazzini del piano di sopra, rispettivamente di 12 e 13 anni, seduti in mezzo alle scale che portavano ai garage. Parlottavano tra di loro manco stessero tramando di ribaltare l’ordine mondiale, mezzi ingobliniti a tirare dadi sopra un libro aperto appoggiato sui gradini.
Come la perfetta rompiscatole che ero, smetto di farmi i fatti miei per accostarmi ai due cugini, cominciando a buttare lo sguardo a quello strano libro con un grosso occhio sulla copertina, decorato come fosse appena uscito da Pagemaster. Stavano fermi su una pagina ingiallita con un grande drago rosso disegnato accanto a piccoli riquadri con numeri e descrizioni. Chiacchieravano di attacchi, magie, probabilità e fortuna, quasi del tutto ignorandomi. Poco male, avevo più tempo per capire che stavano effettivamente giocando a combattere assieme ai loro personaggi quella bestia maestosa che avevo davanti.
Rimasi a guardarli per più di un’ora, con la testa appoggiata alle mani, fino a che non vennero rapiti da altri bambini per giocare a pallone. Io, che di pallone mi intendevo assai poco, rimasi sulle scale a sfogliare il loro libro tutto il pomeriggio, uscendone con gli occhi più grandi di quattro taglie. La mia immaginazione aveva avuto un infarto, era stata rianimata col defibrillatore e ora correva come se non ci fosse un domani.
Un po’ di noi in ogni personaggio
Quella piccola esperienza mi rimase sempre in mente, fino a che anni dopo non riuscii a comprare il mio primo manuale del giocatore dell’edizione 3.5 e il mio primo set di dadi. Non avevo assolutamente nessuno con cui giocarci, ma quella fu comunque una conquista epocale. Ancora adesso li custodisco gelosamente nella mia vetrina consacrata al role play, assieme a tanti piccoli oggetti che mi ricordano in qualche modo i miei alter ego, le mie piccole maschere.
Non ironicamente, ho riempito quasi una vetrina con tutto ciò che ho collezionato, e un intero raccoglitore da ufficio per le varie schede, tra D&D, Call of Cthulhu e compagni vari. Ognuno di quei personaggi ha avuto il suo tempo nella mia storia per potersi raccontare e poter raccontare qualcosa di me. Perché non prendiamoci in giro, in ogni nostro personaggio mettiamo sempre una parte del nostro essere, anche solo una piccola caratteristica che magari vogliamo esasperare o un qualche desiderio che vogliamo sfogare. Per ognuno c’era un viso diverso, un atteggiamento diverso, un comportarsi in modo del tutto unico e originale, come fosse appunto la maschera di un attore sul palco che deve trasmettere la sua essenza al pubblico risultando sempre credibile nel suo ruolo.
Proprio come mi sentivo quando dovevo mettermi la maschera della collega d’ufficio per andare al lavoro o quella della buona figlia con i suoi genitori o da buona amica con i fra’, senza purtroppo lo stesso divertimento alla base, ma al suo posto una grande ansia di apparire che ti fa dimenticare come essere.
Sono tanti noi, tante maschere, tanti avatar che si muovono col nostro corpo trascinandoci nella spirale della sopravvivenza sociale. In questo continuo cambio di ruoli e di abiti, sentivo di aver perso me stessa, o forse di non essermi mai sviluppata a pieno.
Noi siamo diamanti
Ebbene, quello che ho compreso dopo questa mia poco ironica uscita dalla terapista è che noi in fondo non siamo dei manichini senza viso sul quale appoggiare una maschera diversa per poter apparire come qualcuno.
Noi siamo diamanti.
Ogni lato proietta davanti a sé una parte di noi, solo visto sotto una luce diversa o una prospettiva differente. Ed è sbagliato nei nostri confronti spersonalizzarci del tutto, perché quella che senti essere una pesante maschera in realtà è solo un altro riflesso di noi stessi che ha scovato la sua utilità e la sua dimensione, magari anche imponendoci dei limiti o degli obiettivi.
Ma al centro del diamante, a riflettersi in ogni lato, ci siamo sempre noi, con i nostri pregi e i nostri difetti, le ambizioni, le emozioni e tutto ciò che ci caratterizza, che rende noi “noi”.
E insomma… Da fantocci a diamanti è un bel passo avanti per l’autostima.
di Giulia P.




