L’infanzia narrata tra letteratura e serie TV

L’infanzia è un posto dove le cose hanno ancora un suono, un colore specifico e un profumo.

Il cucchiaino contro la tazza non è “rumore”: è una campanella che annuncia che qualcuno si è svegliato prima di te. La chiave nella toppa non è “un gesto”: è un film di paura o di salvezza, dipende da chi entra. Il corridoio di casa, che oggi attraversi senza pensare, allora era una galleria lunga quanto un’intera città. Il vuoto – o il tappeto che dir si voglia – tra due divani, è un’immensa distesa di lava che va saltata, altrimenti il mostro del vulcano potrebbe scioglierci e mangiarci vivi.

L’infanzia: un microcosmo con una sua politica interna

Da adulti tendiamo a raccontarla con due filtri opposti e ugualmente falsi: o la mitizziamo (“che meraviglia essere piccoli”) o la sminuiamo (“eh, avevi zero problemi”).

Invece l’infanzia è un mondo reale, con una sua politica interna: alleanze segrete, tradimenti improvvisi, regole non scritte. E soprattutto con una cosa che invecchiando perdiamo: la totale serietà delle cose minuscole.

Quando sei bambino, un cerotto è una dichiarazione d’identità. Un ginocchio sbucciato è un documento ufficiale: prova che hai corso, che hai osato, che ti sei lanciato anche se non eri sicuro. E una merendina nello zaino non è “cibo”: è una promessa di felicità alle 10:30, un piccolo futuro incartato. Una scoperta, una nuova amicizia, è l’inizio di non essere più soli, che ormai il male si potrà combattere in due, che l’oscurità non vincerà.

Poi ci sono le grandi istituzioni dell’infanzia: la cucina, il cortile, la classe, il bagno durante la notte. Luoghi che sembrano niente, e invece sono universi morali. La cucina è il teatro delle voci e il luogo delle cose buone, è il luogo dei profumi. Lì impari chi sta bene e chi finge, chi parla per sdrammatizzare e chi parla per comandare. Il cortile è il primo parlamento: capisci che la forza non è solo fisica, che l’approvazione vale più di un pallone nuovo, che l’esclusione fa male anche senza lividi. La classe è il primo luogo dove ti guardano in trenta e tu vorresti diventare trasparente, ma quando lo sei è ancora più terrorizzante, perché sei solo. Il bagno di notte, invece, è un rito iniziatico: la casa è buia, il pavimento è freddo, e tu attraversi il corridoio come se stessi sfidando un mostro che, di giorno, non esiste. L’oscurità fa paura e la devi affrontare, perché quella luce che si intravede dalla finestra crea forme spaventose.

Le parole e il linguaggio dell’infanzia

La cosa più crudele dell’infanzia è che non sai dare i nomi. Hai emozioni enormi, ma non sai come si chiamano. Quindi le senti tutte insieme. La gioia è una scossa elettrica. La vergogna è un caldo in faccia che non finisce più. La paura è un oggetto: vive sotto il letto, dietro la tenda, nel silenzio dopo una frase detta male dagli adulti. E l’amore, spesso, è qualcosa che ti vergogni a confessare, perché l’infanzia è fatta anche di codici: non si dice, si dimostra. I regali, i segnali diventano il tuo “love language” e l’altro conosce benissimo i codici di lettura di quell’idioma. Oppure con un posto tenuto vicino a te. Con una figurina regalata. Con un “vieni da questa parte” che significa “sei dei miei”.

Ci diciamo che i bambini vivono nel presente. È vero, ma non perché abbiano una filosofia. È perché non hanno alternative. Per un bambino l’attesa non è un concetto: è una stanza dove restare chiusi. Aspettare che finiscano i compiti. Aspettare che si calmi un genitore. Che arrivi il compleanno, che l’amico perdoni. Aspettare di crescere, come se crescere fosse un ascensore che prima o poi arriva anche per te.

I bambini e la fantasia da scrittori

Eppure, dentro questa serietà, c’è una libertà che ci sfugge. I bambini inventano senza vergogna. Hanno un rapporto naturale con il “facciamo finta che”: e non è evasione, è competenza. È la capacità di tenere insieme due mondi, quello vero e quello possibile, senza che uno annulli l’altro. Noi adulti, al massimo, la chiamiamo creatività quando ci conviene, nostalgia quando ci fa comodo, immaturità quando ci infastidisce.

Forse è per questo che ci commuovono certe scene: un bambino che parla da solo, che gioca con un oggetto inutile, che fa amicizia in trenta secondi, che si commuove perché il suo cane si è fatto male alla zampetta. Non perché sia “tenero”. Ma perché ci ricorda che eravamo capaci di abitare il mondo con meno cinismo e più stupore. Con meno controllo, e quindi con più vita. Pochi adulti riescono a mantenere quello stupore, quella gentilezza, e spesso sono quelle persone che soffrono di più.

Il lutto è uno di quei confini che non chiedono permesso: ti fa adulto anche se sei ancora bambino. Montale lo dice con una semplicità che brucia: “ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale”. Dopo, lo capisci: non è che l’infanzia finisca di colpo, è che cambia il modo in cui guardi le cose. Saint-Exupéry ci prova a salvare qualcosa: “l’essenziale è invisibile agli occhi”. Ma la verità è che l’adulto spesso l’essenziale lo vede benissimo. Solo che fa finta di non vederlo, perché sentirlo costa.

C’è un momento, non dichiarato, in cui l’infanzia finisce: quando inizi a guardarti da fuori. Quando non vivi più e basta, ma ti osservi mentre vivi. Quando ti chiedi “come sto apparendo?” invece di “che cosa sto facendo?”. È lì che comincia la lunga educazione all’adultità: imparare a trattenersi, a scegliere le parole giuste, a non piangere nel posto sbagliato, a ridere con misura. Una disciplina utile, certo. Ma che lascia dietro di sé un costo: perdi un po’ di quella fede incrollabile nelle cose semplici. Non perdi più tempo ad apprezzarle, a perderci tempo. Quello che conta è l’apparenza, come vivere, come sopravvivere.

Stranger Things: l’addio all’infanzia e la perdita di protezione

Quando si parla di infanzia è impossibile non citare questa celebre serie che sta facendo parlare chiunque sul web e non.

Stranger Things è una meravigliosa metafora, in cui i nostri protagonisti diventano grandi, adulti, e imparano a convivere con dolori sempre più grandi, a cui ormai sai dare un nome.

Il lutto è una di quelle cose che impari ad affrontare quando “diventi grande” e il lasciare andare è una delle cose più difficile che possiamo apprendere.

All’inizio, i ragazzi credono ancora che il mondo si possa aggiustare con amicizia, giri in bicicletta, Dungeons & Dragons e coraggio. Poi il reale entra: sparizioni, morte, violenza. L’infanzia finisce quando capisci che non tutto si controlla. Nella prima stagione vediamo i bimbi giocare la loro campagna, nella quinta vediamo i ragazzi concluderla. Un cerchio che si chiude.

In Stranger Things il dolore non è solo un tema: è un varco. Il lutto “apre” crepe nella realtà: quando perdi qualcuno, perdi anche l’idea che il mondo sia stabile. Non solo il lutto, ma il male, Will, Undici, Max, Billy… Il nemico sfrutta il dolore per avere più forza, più potere. Tocca ai personaggi affrontarlo e condividerlo.

Non diventano adulti quando vincono, ma quando imparano a stare dentro la paura, a dirsi la verità, a reggere la perdita senza negarla.

Peter Pan e l’Isola che non c’è: quando crescere costa tutto

Barrie la butta lì come se fosse normale: “tutti i bambini, tranne uno, crescono”. Eppure, è una frase che suona come una condanna: crescere non è diventare alti, è perdere il diritto all’ingenuità. È smettere di credere che basti correre più forte per non farsi prendere. È accorgersi che il mondo non è cattivo: è indifferente. E tu, a un certo punto, non puoi più far finta di niente.

Peter Pan è la versione elegante di una cosa molto comune: il rifiuto di crescere quando crescere significa perdere qualcuno, o perdere un’idea di te. “Tutti i bambini, tranne uno, crescono”: e quel bambino è quello che si illude che il dolore si possa tenere fuori chiudendo una porta. Ma le porte non tengono fuori niente, al massimo rimandano. L’Isola che non c’è, come certi “sottosopra” contemporanei, è un posto dove ciò che non affronti si fa ambiente: ti circonda, ti parla, ti rincorre. Wendy capisce che non si può vivere di eterno gioco senza pagare: si può essere bambini e comunque scegliere. E forse è lì il punto: non è crescere che fa male. È il momento in cui capisci che non puoi restare fermo.

Ma Peter Pan, il nostro celebre monello, non ha intenzione di farlo. Non vuole abbandonare Trilli, i suoi bimbi sperduti… Nemmeno per Wendy.

Lasciare l’Isola che non c’è è qualcosa di impensabile, ma tutto ha un costo.

Il Piccolo Principe: la perdita dello stupore

Il Piccolo Principe è uno di quei libri che da bambini leggi come una favola e da adulti come un avvertimento. Perché parla di infanzia non come età, ma come sguardo: la capacità di prendere sul serio le cose che non servono a niente, e quindi sono tutto.

Saint-Exupéry ci mette lì la frase più abusata e più vera: “l’essenziale è invisibile agli occhi”. Non significa che l’essenziale non esiste; significa che l’adulto lo guarda e non lo vede, perché ha imparato a chiamare “importante” solo ciò che produce, misura, dimostra. Il bambino invece si fida di ciò che non si può contare: un legame, una promessa, una rosa.

E quando arriva il momento di crescere, il rischio non è diventare più responsabili: è diventare più distratti. Dimenticarsi che alcune cose non si possiedono, si custodiscono. E che l’infanzia, spesso, finisce proprio quando smettiamo di custodire.

Il bambino dentro di noi

E allora forse l’infanzia non è un paradiso perduto, né un problema da superare. È un archivio. Ci sta dentro la prima volta che hai avuto paura, e come l’hai gestita. La prima volta che ti sei sentito solo in mezzo agli altri. La prima volta che qualcuno ti ha visto davvero. E ogni tanto, nel mezzo di una giornata normale, quell’archivio si apre da solo: un odore di tempera, una canzone in macchina, un rumore di chiavi, una luce sul pavimento. E ti ricordi, all’improvviso, che non sei diventato grande “al posto” di quel bambino: te lo porti ancora dietro. Solo che, spesso, lo fai camminare in silenzio.

Forse crescere non è smettere di essere bambini. Forse è imparare a non tradirli e a non perdere quello stupore nello sguardo che ti permette di apprezzare le cose più piccole e percepirle come qualcosa di incredibile.

Quella è la vera magia.

di Giulia Previtali

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