La luce entrava di taglio dalla finestra della cucina di mia nonna, disegnando quelle geometrie di ombre arancioni che solo i pomeriggi di primavera sanno inventare. Avevo dodici anni, con i quaderni di matematica ancora aperti sul tavolo, ma il pensiero era già altrove: uno sguardo al televisore panciuto, al Nintendo 64 che aspettava solo che qualcuno infilasse la cartuccia dorata e alzasse l’interruttore, e il pollice era già sul controller. The Legend of Zelda: Ocarina of Time non è solo un gioco: è il modo in cui, senza saperlo, in tanti abbiamo imparato che crescere significa anche lasciare qualcosa indietro.
Non è un prodotto “per bambini” né un feticcio per adulti nostalgici: è un racconto che ti guarda in faccia e dice, con la voce di una fatina, ma senza giri di parole: “Non resterai bambino per sempre. Però puoi decidere cosa farne, di questo passaggio”.
I dungeon non ti risparmiano, le spiegazioni sono minime, nessuno ti prende per mano: è il mondo che ti chiede di diventare all’altezza del mondo stesso.
Link, in Ocarina of Time, è un bambino… che non può esserlo fino in fondo: è l’unico Kokiri destinato a crescere, l’unico a cui viene chiesto di abbandonare la foresta-giardino e di intraprendere il suo viaggio per diventare eroe.
Il ruolo della musica in The Legend of Zelda: Ocarina of Time
Dentro questo viaggio, la musica non è un semplice sottofondo: neanche il tempo di finire il primo dungeon e diventa subito il linguaggio segreto tra te e il mondo. L’ocarina non è un gadget: è la tua bacchetta magica. Impari melodie brevissime, di sei note appena, e con quelle pieghi il tempo, cambi il clima, apri passaggi, richiami alleati.
Quelle melodie parlano al bambino esterno – che gioca – e al bambino interiore – che impara che il mondo risponde quando trovi la “nota giusta”. Non ti diverti soltanto: alleni a colpi di stick la tua mente ad accorgersi che il mondo si muove, se lo ascolti con cura.
La chiave di volta è la Master Sword nel Tempio del Tempo: quando l’ho estratta per la prima volta, è stato come se il tramonto si fosse spento intorno a me, in quella cucina. In un istante per Link passano sette anni: il bambino diventa adulto, Hyrule è in rovina, le melodie (fino ad allora soavi) si colorano di ombre.
Puoi (e devi, più volte) tornare indietro: rimettere la spada nel piedistallo riapre un varco verso l’infanzia. Ma non è un ritorno, perché torni bambino sapendo già cosa diventerà il mondo: vai indietro per sistemare ciò che, da adulto, hai scoperto essere una ferita già trasformatasi in cicatrice.
È un gesto semplicissimo nel gameplay, ma potentissimo sul piano simbolico: l’eroe che non ha potuto vivere la propria infanzia la attraversa di nuovo, questa volta come chi se ne prende cura.
Trent’anni dopo
Oggi, quasi trent’anni dopo averlo giocato per la prima volta, quando ripenso a quelle note incise nei bit dal genio di Koji Kondo – la ninna nanna di Zelda, la canzone delle tempeste, il bolero del fuoco – non torno solo a Hyrule. Torno a quella cucina, a quei pomeriggi di primavera, a quel dodicenne che sentiva che premendo “Start” non avrebbe solo “iniziato un gioco”.
Senza saperlo, stava imparando a fare la cosa più adulta di tutte: lasciare andare l’infanzia un pomeriggio alla volta, lasciandola evaporare nella luce dorata del tramonto che colorava la cucina, scoprendo, poi, di poterne ritrovare i pezzi quando volevo, suonandone le melodie.
Ogni volta che ho suonato la Song of Time è come se avessi detto al me stesso di allora, di dodici anni: “Non sei stato inutile. Tutto questo dolore, tutta questa meraviglia, serviranno a qualcuno che ancora non conosci: te stesso, fra qualche anno” – ed è stato bellissimo ritrovarla, da adulto, in Majora’s Mask sulla Switch, a compimento della profezia.
di Diego Pugliese




