Infinite forme meravigliose

“C’è qualcosa di grandioso in questa idea della vita, con le sue infinite potenzialità, originariamente infuse in pochissime o in una sola forma; e, mentre questo pianeta ha continuato a roteare seguendo le immutabili leggi di gravità, da un inizio così semplice infinite forme, sempre più belle e meravigliose, si sono evolute e tuttora si evolvono”

Con questa semplice, elegante ma potente e suggestiva frase, Charles R. Darwin concludeva il suo trattato più famoso, “Sull’Origine della Specie” (The Origin of Species, 1859), frutto di anni di viaggi, osservazioni, studi, ricerche, ma anche incubi, preoccupazioni e traumi. Darwin era ben a conoscenza dei possibili sviluppi del suo lavoro, sia dal punto di vista scientifico che dal punto di vista umano e filosofico, ma era così preso dalla bontà e semplicità del suo lavoro che non demorse e pubblicò il tomo il 24 Novembre di quell’anno.
E la storia umana non fu più la stessa.
Secoli e secoli di certezze filosofico-religiose vennero messe in discussione, se non persino smontate, spostando l’uomo da una posizione di “eletto dal divino” ad un livello equipari a qualsiasi altra forma di vita nel nostro azzurro pianeta. Ne ho parlato recentemente QUI, quindi non mi dilungherò.
Oggi, invece, vorrei parlarvi della teoria dell’evoluzione, ben conscio del fatto che sia impossibile esporre questo fenomeno naturale tanto complesso quanto affascinante in poche righe. Ma ritengo doveroso iniziare spiegando per bene un concetto che troppo spesso viene preso per vero, mal interpretato o persino usato contro la stessa teoria evolutiva.

Una linea errata

Sono sicuro che tutti quanti voi abbiate visto questa famosa immagine, nel proprio libro (o sussidiario… ve lo ricordate il “sussidiario”?) scolastico oppure in qualche film, documentario, o persino pubblicità televisiva. E’ la famosa “linea evolutiva” dell’uomo, che mostra pedissequamente come da un antenato scimmiesco, le varie forme intermedie si siano trasformate gradualmente in Homo sapiens, culmine ultimo dell’evoluzione.
Immagine semplice, chiara… lineare, oserei dire.

Beh, sappiate che questa rappresentazione è SBAGLIATISSIMA.
L’evoluzione non è una linea graduale, non si parte da una forma “primitiva” salendo di perfezione fino allo scalino ultimo. Questo concetto di “miglioramento” legato all’idea di “evoluzione” è purtroppo errata fin nel profondo, sebbene ci possa risultare alquanto paradossale l’idea che “evoluzione non significa miglioramento”. Anzi, tale visione (chiamata in passato Scala Naturae) era persino basata sulla visione filosofico/religiosa che l’uomo fosse all’apice della creazione, secondo solo al divino e posto sopra agli animali!
Nel linguaggio moderno, “evolvere” significa migliorare, perfezionare, passare da un vecchio ad un nuovo, trasformare qualcosa di non funzionante a qualcosa di utile. Ma in biologia non è così. Ogni specie vivente, passata o presente, è essa stessa, in quel dato momento temporale, frutto dell’evoluzione tale da renderla adattata a vivere nell’ambiente.

Non vi è un migliore/superiore e un peggiore/inferiore.
Ogni specie è una ramificazione di un ceppo originale, base ulteriore di future evoluzioni.
Provo a rendervela più semplice.

Darwin NON pensava all’evoluzione come ad una linea. Ma come ad un albero.

La “linea evolutiva” altro non è che il “ceppo” principale, il “tronco”, da cui dipartono le “infinite forme meravigliose” che il naturalista inglese cita alla fine del proprio libro.
La base del tronco (nel disegno di Darwin, l’1 segnato sotto) è l’ipotetico antenato comune a tutto l’albero. Ogni ramificazione rappresenta una nuova storia evolutiva, un gruppo di discendenti, il cui “nodo” (il punto base di ramificazione) rappresenta un’ipotetica forma ancestrale. Non conosceremo mai esattamente quale sia esattamente quella forma ancestrale –è solo un’ipotesi evolutiva-, ma possiamo valutare la presenza di alcune caratteristiche, studiando le forme precedenti e quelle derivate, anche grazie ai numerosi fossili che drappeggiano la storia evolutiva della vita sulla Terra.

Mezzo coccodrillo, mezza papera

Il concetto di “albero evolutivo” contribuisce a smontare uno dei concetti più usati a casaccio, quello di “anello di congiunzione”.
L’anello di congiunzione è un’ipotetica specie intermedia che dovrebbe presentare metà caratteristiche della specie precedente, e metà della specie antecedente. Questa è una di quelle tematiche citate dai negazionisti dell’evoluzione per abbatterla, per esempio dicendo “se l’evoluzione è vera, allora dov’è l’animale mezzo uccello mezzo coccodrillo?”.
Purtroppo l’evoluzione non funziona così.
Noi non troveremmo mai il perfetto anello di congiunzione tra due grandi “gruppi” di animali, perché, per l’appunto, l’evoluzione non è una scala dove ogni piolo rappresenta una forma fissa, ma è un albero, dove da ogni ramo crescono altri rami, da cui crescono altri rami, da cui crescono altri rami… insomma, avete capito l’antifona.
I “gruppi” che noi conosciamo (pesci, anfibi, rettili, uccelli, mammiferi) sono solo dei raggruppamenti artificiali di nostra creazione. A livello evolutivo non hanno significato (solo la specie biologica ce l’ha), siamo noi umani che abbiamo la necessità di incasellare la realtà che ci troviamo di fronte.
In realtà di “anelli di congiunzione” se ne trovano, alla fine! Ma sono quelle forme di vita che si trovano (o trovavano, nel caso di specie estinte) vicine alla base di una ramificazione minuscola, esibendo un mix di caratteristiche che si ritrovano nelle due specie che dipartono dal nodo (chiamate “specie sorelle”). Sono comunque caratteristiche molto minute, “piccole” se mi passate il termine, come l’inclinazione di un determinato processo osseo, una diversa base azotata nel DNA, oppure un dente in meno o in più. Di sicuro non una chimera mezza gatto mezzo pipistrello.

Selezione naturale…

Ma, in soldoni, come si evolve una specie?
Poniamo il caso che un animale viva in un dato ambiente. Improvvisamente, l’ambiente si modifica, in maniera quasi impercettibile o drasticamente (un aumento delle temperature, un abbassamento del ph dell’acqua, la scomparsa di una fonte di cibo, un impatto meteorico etc…). Tale cambiamento porta alla morte quegli animali che si ritrovano “non adatti” a sopravvivere. Però, tra le migliaia di milioni di combinazioni del DNA prodotto dalla riproduzione sessuale, nascerà un animale che casualmente presenta un set di caratteristiche che gli permetterà di sopravvivere.
-Notare che qui “sopravvivere” significa “riuscire a riprodursi generando prole forte e fertile”-
Quelle caratteristiche sono di natura genetica, e quindi, se riuscirà a procreare, passerà quei geni alla generazione successiva che avrà più chance di sopravvivere di altre. Generazione dopo generazione, l’ammontare di modifiche genetiche nuove creerà una specie nuova.
Questa meccanica viene definita come “selezione naturale”, una forza selettiva randomica che favorisce la sopravvivenza di un individuo rispetto ad un altro a seconda della combinazione genotipo (la definizione genomica della specie) + fenotipo (il prodotto effettivo dei geni, come la lunghezza degli artigli, il numero di vertebre etc etc).
Questo proprio in soldoni, ripeto. In realtà la situazione è molto più complessa, ma per quello esistono saggi scientifici e corsi di laurea appropriati!
… vs. selezione sessuale
Vi è un’altra forza selettiva che agisce sulle specie, la selezione sessuale.
Anche qui si potrebbe aprire un discorso di tomi e tomi, quindi ve la faccio semplice: c’è un cervo, maschio, con un palco di corna immensamente grande e complesso. Il padre di Bambi, toh. Il palco lo rende visibile, quindi una preda facilmente individuabile da un eventuale predatore. Inoltre, questo palco può risultare un rischio, dato che potrebbe intrappolare l’animale all’interno di una fitta boscaglia, rendendolo una preda facile.

Però il cervo è ancora lì, vivo e vegeto, nel pieno delle forze nel periodo di riproduzione. E’ un animale estremamente affascinante per le femmine, dato che sta dimostrando di sapere il fatto suo. Evidentemente ha un corredo genetico “forte”, esattamente quello che una femmina istintivamente ricerca per la propria prole. Lo stesso concetto lo si applica a molte altre strutture (chiamate di “display sessuale”), come la ruota del pavone, i colori dei pappagalli, le zanne dell’elefante etc.
In questo modo, il maschio si riprodurrà, e i geni del “palco grande” verranno passati alla generazione successiva.

Un palco ampio però può essere un pericolo per l’animale, quindi la selezione naturale tenderebbe a favorire l’individuo col palco più piccolo (quindi con ampie probabilità di non essere scorto dai predatori o di rimanere impigliato). Ma la selezione sessuale favorisce l’opposto!
Il processo evolutivo è un flebile equilibrio tra selezione sessuale e selezione naturale.

In conclusione, l’evoluzione naturale è un tema complicato, ma estremamente affascinante, che ci pone di fronte alla forza e all’eleganza della Natura stessa. È un processo in continuo sviluppo, che difficilmente può essere fermato.

Anzi, come diceva il buon Dr. Ian Malcom in Jurassic Park “La vita… vince sempre!”.

Filippo DiceNDinosaur Bertozzo

Filippo Bertozzo
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