Il cattivo ero io

Non ricordo in che sperduto anno degli anni Novanta siamo. Potrebbe essere il ’93, ma non ci giurerei. Al cinema c’è Jurassic Park. Io non andrò a vederlo.

Il mio primo Jurassic Park al cinema sarà Il mondo perduto — non me ne pento, però un po’ di magone per non aver visto il primo in sala ce l’ho ancora oggi. Ma quella mattina, nel cortile dell’oratorio, ero convinto che lo avrei visto. Ci penso solo perché oggi — e con oggi intendo quel giorno sperduto negli anni Novanta — abbiamo parlato di fossili.

Di fossili e conchigliette

Qualche giorno prima eravamo andati a mangiare in un ristorante. E non so perché, ma mi ero messo in tasca una conchiglia di quelle del gratin. Sì, proprio l’ostrica.
L’avevo lavata accuratamente nel bagno del locale, dopo aver mangiato il contenuto, e me l’ero infilata in tasca tutto soddisfatto, convinto di avere un fossile. Quel giorno la portai a scuola. E non solo lei. In sala, a casa mia, c’erano quelle classiche bacinelle di vetro piene di sassi di vetro colorati con in mezzo delle conchigliette decorative. Io le avevo sempre trovate inutili. Anche da piccolo capivo che non servivano a niente, soprattutto in casa mia.

Ma finalmente avevano trovato uno scopo. Le svuotai senza pietà e portai tutte le conchigliette a scuola. Il piano era perfetto: mostrarle davanti a tutti esattamente quando la maestra — perché era una maestra, non una professoressa — avrebbe iniziato a parlare di fossili.

E sapete una cosa? Il piano andò liscissimo e tutti i miei compagni: “Ohhh!” – “Ahhh!”.

Io gonfiavo il petto come un pavone preistorico. La maestra mi disse pure “bravo”.
E alcune volte, a quell’età, sentirsi dire “bravo” vale come vincere un Oscar.

Finita la scuola iniziò il doposcuola, che io chiamavo oratorio — anche se in realtà giocavamo nel cortile dell’asilo vicino. A un certo punto controllo la cartella. Era Seven. Viola, ovviamente. Il colore dei villain. E lì me ne accorsi. Mancavano alcune conchigliette.

Debora

Debora era una bambina della mia classe. Era etichettata da sempre — e sapete quanto sono cattivi i bambini — come “la bugiarda”. A peggiorare la situazione c’aveva pensato pure sua madre che, una volta, durante un incontro genitori-insegnanti, aveva urlato davanti a tutti che sua figlia era una bugiarda. Noi ovviamente non potevamo capire quanto fosse devastante una cosa del genere.
E così il soprannome le rimase appiccicato addosso per sempre. Va detto: mentiva spesso davvero.
Ingigantiva tutto. A volte inventava di sana pianta.

Quindi, quando sparirono le conchigliette, i sospetti caddero subito su di lei. Io presi la fiaccola.
Gli altri i forconi.

Mi sentivo come l’ispettore Kemp di Frankenstein Junior, quello col braccio meccanico che non si capisce mai cosa dice. Tra l’altro, all’epoca la mia R moscia era molto peggio: sembravo Elmer Fudd. Radunai una squadra di eroici giustizieri decisi a recuperare il maltolto. La trovammo in cima allo scivolo.

Noi sotto lo scivolo. Lei sopra. E iniziammo ad accusarla. A urlarle contro. Senza darle modo di difendersi.

Non avremmo mai alzato le mani — non ero quel tipo, ed ero anche abbastanza grosso da fermare gli altri se ce ne fosse stato bisogno — ma prenderla in giro, quello sì, mi riusciva benissimo.

Per noi eravamo gli eroi. Stavamo raddrizzando un’ingiustizia. Sembravamo dinosauri che ruggivano. Spielberg avrebbe potuto usarci come controfigure. Lei non scendeva dallo scivolo. Non per paura: semplicemente non aveva voglia di affrontarci. Alla fine scivolò giù piano piano.

Aveva la mano chiusa a pugno. Ora, di solito in queste storie arriva il colpo di scena dove nella sua mano le conchigliette non c’erano. Magari le avrei ritrovate in fondo allo zaino e mi sarei sentito in colpa per sempre imparando una grande lezione di vita. Ma non andata così, le conchigliette erano esattamente lì.

Mi sentii un po’ come l’infernale Quinlan. Presi le conchigliette, tutto soddisfatto, e tornai dalla maestra, che non si era accorta di nulla. Nel frattempo era arrivata anche mia madre.

Spiegai tutto. Debora piangeva. E lì successe la cosa che non mi aspettavo.

Il cattivo ero io

Nessuno mi trattò da eroe. Nessuno mi fece i complimenti per aver risolto il caso.

Anzi. Debora venne consolata. Le spiegarono che rubare era sbagliato, certo — ma con dolcezza. Senza punizioni. Io invece passai per quello che aveva sbagliato. Il cattivo. Il villain.

Risultato: niente cinema. Niente Jurassic Park. E io non capivo. Avevo recuperato ciò che era mio.
Non avevo mentito. Non avevo rubato. Avevo fatto giustizia.

Com’era possibile che fossi io quello cattivo? Forse lì, anche grazie ai fumetti che già leggevo, capii una cosa importante: essere villain è spesso solo una questione di punti di vista.

Forse avrei dovuto capire che un eroe non risolve le cose con la violenza — anche se è la violenza di bambini che urlano. Invece capii qualcosa di diverso. Una cosa in cui credo ancora oggi.

Che la giustizia porta sempre sofferenza. Tutti siamo il villain di qualcun altro. Anche facendo la cosa giusta, qualcuno ne uscirà ferito. E l’eroe, forse, non esiste davvero. Esiste solo una persona che prova a fare la cosa giusta oppure no. Sono i mezzi che separano l’eroe dal cattivo.

Mi pentii subito dopo, leggendo un numero di Spider-Man. Avevo sbagliato, anche se per fare la cosa giusta. E per la prima volta capii una cosa semplice e tremenda: il cattivo ero io.

Tanto valeva avere stile.

di Daniele “Il Rinoceronte” Daccò

Daniele Dacco
Daniele Dacco
Articoli: 36