Editoriale: ritratto di un corrotto

Aprire il delicatissimo argomento della corruzione, protagonista del magazine di NDD di marzo, significa trovarsi di fronte a una tematica spinosa e molto attuale rispetto al contesto sociale odierno. Questo mese ne è un indicatore abbastanza impietoso, tra decisioni politiche in essere e referendum alle porte.

Adoro, però, guardare ai temi del mese rovesciandoli sottosopra e spingendoli di forza a una riflessione allo specchio. Così la corruzione, in questo editoriale, non sarà più delineata come il tentativo di estorcere una volontà con favori di diverso tipo, nel disperato tentativo manipolatorio di soddisfare un proprio tornaconto, ma verranno indagate altre prospettive.

La corruzione diventa quella singola azione, momento, evento che modifica in negativo il proprio percorso di vita, incrinando per sempre il modo in cui guardiamo noi stessi e gli altri.

Come una mela che si ammacca sul selciato, scivolata rovinosamente lontana dal banco della frutta. O ancora, una pianta malata che ne contagia una che cresce proprio a pochi granelli di terra da sé. La dinamica resta la stessa: una piccola ferita che, se ignorata, infetta il resto dell’essere.

Immagino la corruzione come un’ombra nello sguardo di chi, ferito o traumatizzato, cambia il proprio modo di essere. Per un evento di un secondo che durerà fino al termine della sua eternità.

È qui che entra in gioco la corruzione più sottile: quella che avviene dentro di noi, ogni volta che un dolore distorce ciò che siamo.

La frattura col mondo

La trasformazione di una persona può essere lieve o profonda, in base all’identità del trauma. Di fronte a un trauma, la mente cerca protezione: chiudersi diventa più facile che rischiare di nuovo. In fondo è un meccanismo di sopravvivenza: la mente preferisce difendersi, anche a costo di sporcare per sempre il modo in cui ci fidiamo degli altri.

Almeno a mia esperienza, ho provato sulla mia pelle o osservato più volte questo fenomeno. È come impattare con un muro in pieno viso, rimanendo a sorridere con i mattoni tra i denti. Uno shock inatteso, che cambia di colpo la visione di ciò che abbiamo attorno e rimane anche quando intorno tutto tace.

E se dare fiducia alle persone poteva essere una priorità, nonostante gli avvertimenti materni, dopo quel singolo catastrofico evento diventa un’impresa. Ciò finisce per rovinare irrimediabilmente rapporti, interazioni, azioni che avrebbero potuto valorizzare la nostra vita, ma che adesso odorano di pericolo già a mille chilometri di distanza.

Si genera, così, una crepa profonda. Per concretizzare: un evento traumatico può essere una delusione amorosa, una perdita importante, un tradimento di fiducia e così via. Tutto coadiuvato da una sana dose di coinvolgimento: più ci si tiene e più il contraccolpo sarà duro.

Niente di nuovo sotto questo cielo e, a conti fatti, le cose che cambiano sembrano poca roba. Poi però ti accorgi che cambi il modo di esprimere i sentimenti, la luce negli occhi si offusca, si passa da sentimenti di rabbia a profonda vergogna e così via.

Uno schifo, insomma.

Sotto scacco di convinzioni di cristallo

Il coinvolgimento emotivo è una brutta bestia. Ci rende così decadenti e fragili da lasciare il fianco scoperto a qualsiasi altra avversità della vita.

Mancanza di razionalità, chiusura, paura. Un guazzabuglio di sentimenti così asfissianti da ritrovarci la sera nel proprio letto come estranei.

Lasciarsi corrompere dalla propria condizione, cedere al trauma, rimanerne schiavi, una gabbia che non ci meritiamo la maggior parte delle volte. Eppure, come tutte le ferite, anche queste possono essere guardate, nominate, lavorate, invece di lasciare che decidano per noi.

Il vicolo cieco ha solo bisogno di cambiare prospettiva: per uscirne bisogna fare qualche passo indietro e ritornare sulla via maestra. Non è semplice, ma è un’idea e le idee sono fonte di cambiamento e di ossigeno.

Se soffri e hai paura di tutto a questo mondo, quando diamine pensi di voler continuare a vivere?

Miriam My Caruso

Miriam Caruso
Miriam Caruso

Caporedattrice di Niente da Dire, è giornalista pubblicista dal 2018, nel campo nerd, divulgativo e musicale.
Nel 2018 fa il suo ingresso nel Marketing, esplorando il mondo della SEO e delle Strategie di Contenuto.
Nel contempo si laurea in Comunicazione e Tecnologie dell’Informazione nel 2020, acquisendo la lode con una tesi antropologica dedicata al Cannibalismo e agli Zombie di Romero. Nel tempo libero, per non cambiare strada, scrive racconti e gioca a giochi da tavolo e canta, sotto la doccia, fuori, ogni volta che può.

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