Un certo tenore di vita – Sentirsi liberi in gabbia

Per chi fosse in cerca di storie di cronaca nera, così come per chi avesse bisogno di nuove idee per far sentire a proprio agio la propria cocorita, il titolo è fuorviante. Mi sembra quindi giusto partire dalla fine: canto per vivere, e cantare mi fa sentire vivo.

Adoro crogiolarmi nell’autocompiacimento della mia poetica da quattro soldi.

Sei sul palco, davanti a te un migliaio di persone stanno in silenzio sospese fra ammirazione e incredulità. Sicuro e stabile, coi tuoi piedi ben piantati sulle vecchie assi di legno, è come se coi movimenti delle mani tenessi stretti i respiri e i cuori degli ascoltatori. Ed è lì, nel glorioso finale della tua aria più famosa, che finalmente puoi mettere te stesso e tutte le tue emozioni in un canto spianato, potente ed emozionante. Su quel palco sei libero, e vorresti che quel momento durasse per sempre.

Questo è quello che si può arrivare a provare avendo la fortuna di fare il cantante d’Opera, un vero e proprio travolgente senso di libertà.

Ma libertà di cosa?

Bella domanda, arriviamoci un po’ alla volta. È senza dubbio una sensazione, una forte emozione, che visceralmente si fa strada dalle grotte del subconscio facendoti sentire come se uno tsunami di serotonina (o 5-idrossitriptamina, viene anche definita “ormone della felicità”) ti esplodesse da tutti i pori. Il senso di serenità e realizzazione ti pervade, anche se per pochissimo tempo, ma comunque abbastanza per dare a questa cosa il nome di libertà.

L’arte, nella sua forma più generale, ha sempre avuto una forte connessione con la libertà di espressione. È stata infatti vista e usata come vero e proprio strumento di comunicazione, per confessare di volta in volta emozioni più o meno confessabili, per lanciare critiche e accuse o glorificare personaggi più o meno realmente esistiti. Da pura ricerca estetica a codici segreti da decifrare, l’arte è per un artista il mezzo tramite il quale poter esprimere il non-esprimibile, a volte per censure di vario genere, a volte perché un suono o un’immagine possono evocare emozioni e stati d’animo con molta più efficacia di altri mezzi.

Da qui però il dubbio che mi assale se penso alla figura di un cantante d’Opera. Possiamo di sicuro parlare di libertà nella nostra personale interpretazione di quello che facciamo, in soldoni “quanto di nostro ci mettiamo” dal punto di vista artistico ed emotivo. Non è però tutta farina del nostro sacco.

La verità è che siamo grosso modo degli…

Artisti-manovali

Siamo chiamati a interpretare un personaggio protagonista di una storia, spesso scritta da scrittori facoltosi in grossi volumi romanzati o portata in scena in spettacoli di prosa. Questi spettacoli o romanzi venivano apprezzati da qualche altro facoltosissimo scrittore, il quale stringeva accordi con facoltosissimi impresari e compositori musicali, e insieme davano vita a un’opera lirica. Tutto questo in onore dell’onnipotente dio Denaro più che per l’arte in sé, datemi retta…

A questo punto il nostro manovale-artista deve studiare a menadito ogni nota partorita dal compositore e ogni virgola cesellata dal librettista. Testo e musica scritti nella pietra, siamo poi voce dello stile musicale impostato dal direttore d’orchestra di turno, siamo anima e corpo del personaggio modellato da registi e costumisti. Siamo in un certo senso chiusi in una gabbia di musica, storia e parole create da qualcun altro, costretti a portarle in scena in modi decisi da altre persone ancora, come manovali in una fabbrica, membri di un meccanismo più grande il cui fine ultimo è far fruire lo spettatore di qualcosa di sensato.

Possiamo davvero sentirci liberi di dare un nostro personale contributo? Quanto spazio di manovra può davvero rimanere, artisticamente e non, nel nostro mestiere? Da qui i dubbi si sovrappongono inesorabilmente. Io lì, cantando sul palco, mi sono sentito libero. Ma ero libero davvero? Se sì, quanto? E soprattutto:

Cosa è la libertà?

Libertà (ant. libertate e libertade) s. f. [dal lat. libertas -atis]. – 1. a. L’esser libero, lo stato di chi è libero. […] b. In senso astratto e più generale, la facoltà di scegliere a proprio talento, in modo autonomo; cioè, in termini filosofici, quella facoltà che è il presupposto trascendentale della possibilità e della libertà del volere, che a sua volta è fondamento di autonomia, responsabilità e imputabilità dell’agire umano nel campo religioso, morale, giuridico.

Persone ben più competenti di me hanno saputo dare questa splendida definizione. È forte però la tentazione di andare oltre, quindi abbiamo bisogno di rimpicciolire questi concetti troppo più grandi di noi stessi, di portarli a una dimensione più intima e privata. Quanto siamo davvero liberi?

Lo ammetto, vi sto riempiendo di domande e quesiti a cui neanche io sono in grado di dare una risposta, e non è mia intenzione farlo. Da sempre si dibatte e ci si batte per il significato di libertà e per il valore che ha e avrà sempre una parola così importante. Se non possiamo, in questa sede, districare il bandolo della matassa, si può sempre…

Cambiare il punto di vista

Forse la domanda corretta da porsi dovrebbe essere: quanto davvero ci sentiamo liberi? Non è forse la percezione di libertà quella che conta davvero? È più importante sapere di essere effettivamente e totalmente liberi, forse più un’utopia che una condizione concretamente realizzabile, o la sensazione di libertà quello che cerchiamo?

E qua la conclusione, a tratti pericolosa: forse non sappiamo riconoscere dove sta il confine tra ciò di cui abbiamo bisogno e il modo in cui vogliamo sentirci. Non abbiamo forse realizzato che il fine ultimo di molti di noi, della nostra ricerca personale di scopi e obiettivi, sia più uno stato d’animo che una condizione oggettiva.

È difficile però stabilire anche dove stia il limite, a questo punto estremamente soggettivo, tra giusto o sbagliato, cosa sia più opportuno inseguire e perseguire nella propria vita: essere liberi o sentirsi liberi, presa di coscienza contro percezione. Se qualcuno vi riuscisse a dare con assoluta certezza una risposta chiara e inequivocabile in merito, probabilmente sarebbe meglio diffidarne.

Giusto o sbagliato non conta, troppo complesso e arrogante sarebbe ergersi a giudici morali. Da quel poco che ci ho capito io, la mia paura è una sola: quella di vivere un’illusione di libertà. Sarebbe per me terribile scoprire di dare troppa importanza a fantasie prive di fondamento.

La mutevole percezione del momento

Il mio è un mestiere complesso, come lo è qualsiasi altro mestiere. Magari, avendo a che fare con arte, musica, emozioni e storie meravigliose da vivere e far rivivere ogni volta, certe sensazioni e certi stati d’animo vengono amplificati un po’ più del normale. Quando ti fermi per un istante e ripensi a quello che fai, è inevitabile che la tua testa si affolli di dubbi e di domande.

Una risposta ve la posso dare: il margine di manovra, per “metterci del tuo” nel lavoro ingabbiato e costretto che fai, c’è sempre e anche tanto. Più accumuli esperienza, più strumenti hai da mettere in campo per poterti fare strada in un mondo solo apparentemente piccolo e limitato, ma con un’infinità di universi al suo interno tutti da scoprire ed esplorare. Forse quella sensazione di libertà non è sempre solo una percezione illusoria.

Vi lascio però…

Un ultimo dubbio

Perché le percezioni e gli stati d’animo vanno ricercati, la libertà, la felicità, la realizzazione personale, tutte queste cose non arrivano mai del tutto da sole: vanno coltivate scrupolosamente. Perché arriva sempre un giorno dove da fuori sembra tutto sempre uguale, ma dentro di te è tutto alla rovescia:

Sei sul palco, davanti a te un migliaio di persone stanno in silenzio sospese fra dubbio e incredulità. Traballante e instabile, coi tuoi piedi che sdrucciolano sulle infide assi di legno, è come se coi movimenti delle mani ti aggrappassi alle quinte e al sipario per cercare riparo dalla incombente figuraccia. Ed è lì, nell’impossibile finale della tua aria più famosa, che finalmente puoi mettere te stesso e tutte le tue emozioni in un canto stonato, tremolante e spaventoso. Su quel palco sei prigioniero, e vorresti che quel momento potesse sparire per sempre dai tuoi ricordi.

Questo è quello che si può arrivare a provare avendo la fortuna, perché è pur sempre una fortuna, di fare il cantante d’Opera: un giorno ci si sente liberi, un altro prigionieri.

L’importante è non dimenticarsi di sentirsi vivi.

di Matteo Desole

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