Un certo tenore di vita – Nei panni di qualcun altro

È una tranquilla mattina londinese, di quelle piacevoli e uggiose mattinate autunnali di giugno. Sono a Londra per lavoro, si sta mettendo su una bella produzione di Un Ballo in Maschera di Giuseppe Verdi e sono molto entusiasta di questi primi giorni di prove. Il ruolo del tenore (che sarei io, come suggerisce il titolo della mia piccola rubrica) è impegnativo e gratificante, protagonista della vicenda in un turbinio di sentimenti, senso del dovere, cospirazioni e sangue. In poche parole, in pieno mood standard da Opera lirica.

Oggi si prova a St. Martin’s Lane, nel pieno della zona dei teatri del West End, a due passi da Trafalgar Square. Questa zona mi è particolarmente cara, è infatti qua che feci la mia prima audizione in terra britannica, grazie al cielo una delle rare audizioni andate molto bene. Ero un tenorino ancora alle prime armi, incredulo di trovarmi per la prima volta in quel meraviglioso guazzabuglio inglese. Il direttore del teatro che quel giorno mi ascoltò cantare non manca mai di ricordarmi di quando mi presentai, in quella bellissima giornata soleggiata, con un ombrello in mano, spiegando alle facce perplesse che avevo davanti: «È la mia prima volta a Londra, quando si viene qua bisogna sempre avere un ombrello con sé!».

Il caffè a Londra

Oggi per me stare a Londra è un po’ come stare a casa, mi capita spesso di lavorare da queste parti. È quindi un piacere, una volta sopravvissuto alla Central line dell’ora di punta, fare due passi cercando di non farmi investire dalle automobili, che chissà perché si ostinano a guidare in senso contrario. È presto, sarà meglio aspettare al riparo dal freddo e dalla pioggia, magari in una qualche caffetteria non troppo affollata.

Adesso, a Londra, come in tutta l’Inghilterra che ho avuto modo di visitare ed esplorare, quello del caffè è un problema non da poco. Sarò io di gusti particolari, ma non posso andarci leggero: in media, è una schifezza. Ho provato a ordinare un espresso anche in caffetterie particolari, di quelle in cui trovi addirittura la lezione di degustazione con tanto di lavagna e insegnanti in occhialini e maglioncino in cashmere, evidentemente molto esperti, che decantano le qualità di aroma e tostatura di quelle fanghiglie acide che mandano giù per il gargarozzo: peggio che mai. Ho risolto dandomi al caffè americano, con conseguente ustione delle papille gustative, comunque meno terribile del veleno da tazzina.

Però, proprio accanto alla sala prove, vedo questa piccola caffetteria tanto caruccia, con pochissima gente dentro. Sopra la macchina del caffè troneggia una scritta che è più un miraggio: Lavazza. Certo, non può essere garanzia di qualità, ma la speranza è l’ultima a morire ed entro spavaldo ordinando un espresso, a mio rischio e pericolo, pregando di aver trovato finalmente un’ancora di salvezza nel mare della disperazione di un caffeinomane insoddisfatto (che sarei sempre io, ma questo dal titolo della rubrica non lo si capisce). La cameriera mi fa accomodare a uno dei pochi tavolini, mi porterà lei stessa il caffè appena sarà pronto. E allora mi metto a mio agio nella batuffolosa poltroncina tutta rosa.

«Are you Jack by any chance?»

Il rosa è appunto il colore predominante in tutta la piccola caffetteria. Ora che guardo bene pare in effetti più una sala da tè, una location perfetta per qualche club letterario di benestanti attempati. Siamo in pochi nel locale: io, la cameriera e due persone sedute a un tavolo, un lui e una lei impegnati in accesi discorsi organizzativi per qualche ditta di chissà che cosa, lei immersa nello schermo di un laptop con ottomila finestre aperte contemporaneamente, lui che enumera tutte le caratteristiche di non so che prodotto a cui devono dare priorità.

Poi accade il fattaccio. Lui mi vede, si interrompe e mi chiede: «Are you Jack by any chance?» (Sei tu Giacomo da qualche possibilità?) (Mi perdonerete per la scarsa qualità del doppiaggio in italiano maccheronico, l’appalto è stato vinto da una azienda low budget).

Sono Jack? Mi ha davvero chiesto se sono Jack? Ma chi è Jack? Forse qualcuno che sta aspettando, anzi è sicuramente così, ma qualcuno chi? Un collega? Un cliente? Un fidanzato? Ma no, immagino che un fidanzato, o comunque una persona cara, lo avrebbe saputo riconoscere! Magari lui è non vedente? Può essere, ma sembra guardarmi con la certezza di vedermi, o almeno di intuire la mia presenza dalle ombre vaghe che percepisce. Ecco, sì: potrebbe essere parzialmente non vedente e abile nel dissimularlo. Ma allora perché la lei che ha seduta davanti non lo aiuta a riconoscere Jack? Rimane lì fissa sul laptop a fare tap tap sulla tastiera. Scartiamo per ora l’idea del non vedente, riflettiamo: che cosa rispondo?

Posso chiudere la faccenda dicendo la verità: «No, sorry, I’m not Jack.» (No, scusa, non sono Giacomo.) e arrivederci, è stato bello, buona giornata.

Oppure…

Oppure sfruttare al massimo le mie raffinatissime doti attoriali e, in un lampo di follia, fingere per il tempo che mi sarà concesso di essere qualcun altro. Potrebbe essere rischioso, non ho idea della situazione in cui potrei andarmi a cacciare, è anche da maleducati mentire così spudoratamente a degli sconosciuti, queste cose non si fanno. Ma la tentazione è forte, me la potrei cavare, basta andare a braccio e improvvisare qua e là, se sono in difficoltà faccio come tutti gli inglesi e mi metto a parlare del tempo, cosa può andare storto? Sento il brivido dell’ignoto che mi chiama a sé, ma no… è troppo anche per me…

«Here I am! It’s me, Jack! And you are…?» (Qui io sono! Esso è me, Giacomo! E tu sei…?) Faccio con entusiasmo e imprudenza, mettendo a tacere tutte le vocine interiori del caso.

E qua a capofitto nel sogno che si realizza, la quintessenza della recitazione e della finzione, la menzogna in 4D, l’imbecille che diventa tutt’uno con la maschera e si spaccia per qualcuno di cui non sa niente – ma niente di niente -, la montagna russa definitiva.

Lui dice di chiamarsi Mark, lei non dice niente e continua a fare tap tap. Mi parla del tempo uggioso e indeciso (che vi avevo detto sugli inglesi?) e inizia a snocciolare il motivo per cui ci troviamo qui. Lui è un rappresentante di una importante ditta di caffè nonché degustatore esperto – avrei dovuto intuirlo dagli occhialini e dal maglioncino in cashmere – e con la sua assistente Tap Tap hanno bisogno del mio aiuto per convincere il loro superiore a non modificare la formula della loro miscela di punta. Sarebbe stato un disastro economico senza precedenti, come se da noi osassero modificare la ricetta di famigerate creme alla nocciola.

Non avendo ancora assoluta idea di chi Mark crede che io sia, mi faccio paraculo e spiego come avrei potuto aggiungere alle mie evidenti competenze in materia anche la mia diretta discendenza da una famiglia italiana di produttori di caffè. Sarebbe stato un elemento fondamentale per la trattativa. A Mark brillano gli occhi, non avrebbe potuto sperare in un aiuto migliore.

Non c’era tempo da perdere.

Lui si alza e paga il conto di entrambi, mentre Tap Tap ripone silenziosamente il laptop nello zaino. Usciamo di fretta verso Charing Cross Road e li seguo a passo svelto.

Rimango sempre stupito dalla scenografia messa sulla facciata del Palace Theatre, dove da anni va in scena lo stesso spettacolo in due parti di maghetti famosissimi. Peccato che fra qualche mese lo ridurranno di durata comprimendolo in uno show unico, come fanno a Broadway, ma non distraiamoci! Abbiamo da compiere una missione importante. Giriamo a destra e percorriamo quasi tutto l’isolato, attraversiamo la strada ed entriamo in un negozio di gadget nerd e fumetti piuttosto famoso: Forbidden Planet. Non è assolutamente la prima volta che entro in quel paese delle meraviglie, alla caccia di action figures e chicche affini, conosco il posto come le mie tasche. O almeno così credevo…

Mark afferra un libro particolare da uno scaffale, un libro senza titolo e con una copertina anonima in toni di grigio. Mark lo tira a sé, facendo scattare un meccanismo nascosto: lo scaffale in questione si rivela la porta di accesso a un’area tenuta nascosta. Ma che razza di ditta di caffè si nasconde dietro a uno scaffale di una fumetteria? Senza dire una parola, ci fiondiamo…

…oltre l’uscio della porta segreta.

Camminiamo per non so quanto in un corridoio buio e angusto, arrivando a una seconda piccola porta. Mark la apre, e non credo ai miei occhi: il panorama di una intera valle magica si apre davanti a me.

Il cielo è lillà e i campi sono blu. Crescono rigogliose sequoie maestose da cui pendono grappoli di chicchi di caffè già tostato e profumatissimo. Dappertutto una miriade di rane rosse saltano allegre, alcune cantando melodie poco note ma orecchiabili.

Sto per chiedere qualcosa a Mark, ma il cielo si oscura, inizia a fare freddo, e dalle nubi emerge volando una figura scura e minacciosa, che ride malevola come il più cattivo dei villains dei cartoni animati.

Allora è Tap Tap che parla, e mi grida dal nulla: «Presto, Jack! Lui è il nostro superiore! Sta arrivando con la nuova formula, ucciderà tutte le sequoie da caffè! Devi convincerlo, solo tu puoi fermarlo!»

«Io? Come faccio a convincerlo?» Le rispondo, mentre il vento inizia a ululare.

«La pallina, Jack! Lanciagli la pallina dell’amicizia! Presto!». Nel frattempo inizia a piovere, e non trovo il mio ombrello! Lo sapevo che sarebbe tornato utile!

«Quale pallina?!» chiedo, ma mi rendo subito conto di avere in mano una pallina verde che non so da dove sia saltata fuori…

«Quella pallina, Jack! Devi fare in fretta, il tempo sta per scadere e mi si stanno chiudendo tutte le finestre del desktop! Le rane si arrabbieranno tantissimo! Non dubitare mai dei tuoi poteri e ricorda quello che ti ha detto Billy! Fai presto, Jack!»

«Ma io….». Le risate del malvagio superiore riempiono tutta la valle. Non ho idea di cosa stia succedendo, ma nessuno può fermarmi adesso. Questo gioco è durato anche troppo, io sono Jack e salverò la valle del caffè. Prima però devo risolvere una cosa, allora urlo a gran voce al vento impietoso: «Chi è Billy?!».

«No, sorry, I’m not Jack.»

«Here’s your coffee» (Qui è il tuo caffè), mi dice la cameriera, posando la tazzina calda sul tavolino. Mark, o qualunque sia il suo nome, aspetta ancora la mia risposta.

«No, sorry, I’m not Jack.» (No, scusa, io non sono Giacomo).

È stato bello fingere per un istante, o meglio immaginare di fingere, di essere qualcun altro. Chissà cosa sarebbe potuto succedere… Si è fatto tardi. Devo andare, oggi si prova dai Quaccheri, che tra loro si chiamano amici e fanno le riunioni in queste sale enormi tutti seduti attorno a un tavolino piccolo piccolo… ma questa è un’altra storia.

Non mi stupisco che la mente, con questa vita da girovago, viaggi a volte un po’ troppo a modo suo. Quantomeno non ci si annoia facilmente.

E mamma mia quanto è buono questo caffè!

di Matteo Desole

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