L’infanzia non è solamente libertà, spensieratezza e felicità. È anche il primo assaggio della paura, dei mostri nascosti nel buio, delle ombre che ci seguono. Spesso questo lato oscuro dell’infanzia non viene considerato, ma è forte, costante e ce lo portiamo dietro fino a quando siamo abbastanza grandi da dirci che nel buio c’è solo il buio. Anche se non è mai del tutto vero; perché il buio smette di essere spaventoso solo quando impariamo a dargli un nome. Se lo guardiamo con gli occhi di un bambino non è solo oscurità: è una dimora. Un luogo in cui tutto può accadere, proprio perché non abbiamo ancora gli strumenti per capirlo e ogni rumore, ogni cosa intravista è qualcosa che vuole noi.
Il lato oscuro dell’infanzia: la paura del buio
Da sempre l’oscurità ha terrorizzato i bambini (e gli adulti). Il non sapere che cosa possa nascondersi nel buio è stato per secoli un campanello d’allarme potentissimo. In epoche in cui non esisteva la sicurezza di oggi, temere l’oscurità significava sopravvivere, evitando ciò che poteva nascondersi all’interno; animali selvatici, persone ostili o semplicemente, il rischio di perdersi. Dire ad un bambino “non aver paura” sarebbe stato un invito all’imprudenza. La paura del buio non era un difetto, ma un pregio. Certo, oggi sarebbe ingenuo sostenere che i pericoli siano scomparsi, ma il rapporto con la paura del buio è cambiato: si tenta di insegnare a conviverci o almeno a contenerla. Un tempo mancavano gli strumenti per farlo e il mondo non permetteva lunghe introspezioni. Anche gli adulti avevano paura del buio, e folklore e religione alimentavano la convinzione che nell’oscurità vivessero demoni, spiriti e presenze ostili. Come si poteva, quindi, insegnare a un bambino a non temere qualcosa che gli adulti stessi temevano?
Accettare l’oscurità
Col passare del tempo, però, qualcosa cambia. Non perché il buio sia diventato meno buio ma perché noi siamo diventati più capaci di viverlo. Crescendo impariamo a separare la fantasia dal reale e questo fa sì che l’oscurità perda progressivamente il suo “potere” e diventi contorno. Non smette ovviamente di esistere, ma smette di parlare, o meglio: smette di parlarci con la voce dei mostri e inizia a restituirci la nostra. Questo non significa che la paura scompaia del tutto, al contrario, resta in noi come una radice, pronta a germogliare nelle notti insonni, nei corridoi troppo bui o nei film horror; che ci attraggono proprio perché riattivano qualcosa di antico. Da adulti cerchiamo il buio che da bambini subivamo; lo guardiamo da lontano, al sicuro, sapendo che possiamo accendere la luce quando vogliamo. Riviviamo la paura solo perché ora abbiamo il controllo.
L’infanzia resta
Crescere non significa smettere di avere paura del buio, al contrario, significa imparare a viverlo quando lo incontriamo. Dargli un nome; senza però illuderci di poterlo dissolvere. Perché il buio, come l’infanzia, non è qualcosa che superiamo davvero; è qualcosa che impariamo a portare con noi, senza farci inghiottire.
di Lorenzo Baldoni




