Era digitale: videogiochi fisici vs download

Da sempre i videogiochi nella loro custodia in plastica colorata sono qualcosa che si può prendere in mano, prestare, osservare nella libreria. Hanno un peso, una copertina e un posto preciso nella collezione: prima ancora di accendere la console, inizia unesperienza. Scegliere il gioco, leggere il retro della confezione, inserire il disco nella console e aspettare quel momento in cui lo schermo cambia e una nuova avventura prende vita: è una sorta di rito che chi videogioca conosce molto bene. Da qualche tempo a questa parte, però, questo rituale sta lentamente scomparendo. La decisione di Sony di interrompere dal 2028 la produzione dei supporti fisici per i nuovi giochi PlayStation segna un passaggio importante verso un futuro sempre più digitale nel mondo delle console. Un futuro fatto di download immediati, librerie online e contenuti legati a un account personale. Una trasformazione comoda, veloce ma senza anima, che porta con sé una domanda: cosa significa possedere qualcosa nellera digitale?

Dal disco alla licenza

Per anni il possesso di un videogioco è stato semplice: compri una copia e quella copia è tua. Nientaltro. Puoi conservarla, prestarla, venderla o ritrovarla dopo anni in uno scaffale pieno di ricordi e un podi polvere.

Il disco è sicuramente il mezzo attraverso cui giocare ma soprattutto è una testimonianza. Ogni custodia può raccontare una storia, come il titolo ricevuto per Natale, quello comprato dopo mesi di risparmi o quello giocato tra amici durante i pomeriggi destate. C’è valore non solo nell’oggetto di per sé ma anche nel legame che si crea con quelloggetto stesso.

Purtroppo, con il digitale il rapporto cambia. Non acquistiamo più qualcosa che possiamo fisicamente conservare, ma acquistiamo un accesso a un contenuto allinterno di un’ecosistema gestito da qualcun altro. Finché tutto funziona non ci sono problemi, ma basta pensare alla chiusura di uno store, o alla rimozione da esso di un prodotto, per non poter più fruire del regolare acquisto e dunque per capire che il concetto di proprietà è diventato molto fragile. 

La comodità ha un prezzo

Sarebbe sbagliato descrivere il digitale soltanto in negativo. Ha portato vantaggi enormi, come i giochi disponibili al day one senza uscire di casa, zero spazio occupato sulla libreria di casa, meno polvere da pulire, meno consumo di plastica, possibilità di recuperare titoli senza dover cercare copie fisiche introvabili o a prezzi esorbitanti.

Il progresso nasce anche dalla capacità di cambiare abitudini ma ogni cambiamento comporta una rinuncia. La comodità ci ha abituati ad avere tutto subito ma ci ha fatto perdere anche qualcosa. Il rapporto con gli oggetti, il poter entrare a curiosare in un negozio, il piacere della collezione, la sensazione di avere tra le mani un pezzo della propria storia: è questo il prezzo da pagare. È una trasformazione che non riguarda solo i videogiochi, ma ha a che vedere con la musica, il cinema e la lettura. Tutte queste cose hanno già attraversato lo stesso percorso. Sempre più spesso non possediamo ciò che consumiamo ma lo raggiungiamo attraverso un servizio online.

La memoria senza oggetti

La vera sfida non è scegliere tra fisico e digitale. Entrambi hanno valore e appartengono a modi diversi di vivere la tecnologia. La domanda è capire cosa vogliamo salvare mentre tutto diventa immateriale. Perché un videogioco non è soltanto un file scaricato da un server. Può essere il ricordo di un periodo della vita, di una persona, di una sensazione che abbiamo provato davanti a uno schermo. Forse il futuro sarà completamente digitale e probabilmente molte persone lo accoglieranno senza rimpianti ma una parte di noi continuerà a cercare qualcosa di concreto, qualcosa che possa rimanere anche quando le piattaforme cambieranno. Perché avere accesso a qualcosa non è la stessa cosa che possederla.

Forse la sfida più grande dellera digitale sarà proprio questa: imparare a non perdere il valore delle cose, anche quando quelle cose non hanno più una forma che possiamo toccare.

di Lorenzo Baldoni

Redazione
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