Arriva in sala Wicked: For Good, secondo e ultimo atto della trasposizione cinematografica del celebre musical di Broadway e da settimane non si parla d’altro – se mai si è smesso di farlo. Le due protagoniste, infatti, sono già state candidate in coppia ai prossimi Grammy Awards.
Wicked: For Good, un secondo capitolo che si emancipa
Dopo il successo del primo film sorge spontanea una domanda: le aspettative possono davvero sollevarsi ulteriormente e persino essere soddisfatte? John M. Chu risponde tornando dietro la macchina da presa con una sicurezza che si percepisce in ogni scena, dimostrando che anche nelle storie già note c’è sempre del potenziale inesplorato. La visione tanto di chi sta dietro quanto di chi sta davanti alla cinepresa può infatti raggiungere vette incredibili.
Se il primo capitolo, infatti, era una celebrazione devota del musical di Broadway, il seguito sceglie una strada più autonoma. Pur mantenendo continuità stilistica e strutturale, Wicked: For Good è un film vero e proprio: non smette di “cantare”, ma si emancipa dal musical e smette di essere vincolato a una narrazione continuamente scandita dalle canzoni iconiche. È più libero, più maturo e più coraggioso, e proprio questa evoluzione permette anche ai due brani originali — No Place Like Home e The Girl in the Bubble — di inserirsi naturalmente tra quelli già noti.
Il turno di Glinda
Là dove il primo capitolo narrava di ricerca identitaria e accettazione focalizzandosi soprattutto su Elphaba, la sua diversità e il suo dolore, anche attraverso la sua complessa amicizia con Glinda, il secondo quasi ribalta la prospettiva e si indirizza verso un percorso di comprensione della verità in tutte le sue più oscure e complesse sfumature. Qui è Glinda a emergere: più complessa, più vulnerabile, animata da sentimenti che non sono poi così diversi da quelli di Elphaba. Anche Galinda, infatti, non è che un’altra bambina con i sogni infranti dalla sua stessa natura, seppure con il privilegio (logorante) di poterla mascherare.
In questa prospettiva, se Cynthia Erivo è l’elemento più affidabile del cast (le note di Defying Gravity restano tra le più difficili dell’intero repertorio), la vera stella è Ariana Grande: piccola e aggraziata ma più luminosa che mai. La sua Glinda è buffa e irritante, ma forse anche più tormentata di Elphaba, che da tempo ha accettato di non poter essere per gli altri quello che sente di essere dentro. Anche per questo, al netto dell’interpretazione splendida di entrambe, tra i due brani originali è forse quello di Glinda/Ariana a colpire di più. (Ma come per il marketing, anche qui sta alla soggettività del pubblico scegliere da che parte stare.)
Le origini dei personaggi e la caduta del Mago
Ma oltre l’amicizia clandestina tra le due streghe c’è altro. Il film porta alla luce il dramma di tutti i personaggi a noi già noti dal film di Fleming — il Leone, lo Spaventapasseri, l’Uomo di Latta — ma racconta soprattutto la caduta del Mago, un uomo debole e inadeguato, che sopravvive finché può dietro alle proprie bugie, nient’altro che ingranaggi del proprio ego.
L’unica nota dolente di tutto il progetto sono forse i personaggi marginali (come Pfannee interpretato da Bowen Yang), appena accennati nel primo capitolo e quasi dimenticati nel secondo, penalizzati da uno spazio narrativo inevitabilmente limitato ma che sicuramente ne avrebbero arricchita la cornice. Anche la crudeltà di Nessarose pesa come un’ombra che si avverte appena e della quale sentirà la mancanza solo Elphaba, ridotta di fatto più ad espediente narrativo come nel film di Fleming. La scelta di tenere Dorothy “a distanza”, invece, risulta romantica e rispettosa e permette al lavoro di Chu di non sbagliare la messa a fuoco del suo film.
Wicked: For Good, il confine tra bene e male
Come già nel primo atto, Wicked non ha mai creduto davvero nella distinzione netta tra buoni e cattivi. Bene e male possono convivere e plasmarsi a vicenda, e spesso l’unica differenza è il punto di vista. Una bugia detta per rassicurare può essere più giusta di una verità che rischia di distruggere tutto? Un leone nato in gabbia, dopotutto, non ha mai chiesto la libertà: casa è ciò che conosciamo, anche quando ci fa male. E solo perché ne abbiamo il potere, chi siamo noi per decidere cosa sia giusto per gli altri? Il bene che facciamo è davvero tale, o è solo vanità travestita?
Su queste domande si costruisce così un capitolo conclusivo più maturo e consapevole, che offre una riflessione intensa sulla verità e sulla menzogna, e sulle conseguenze delle proprie scelte – ripagandoci anche di alcune maldestre ricostruzioni del passato. In Wicked: For Good, solo le azioni realmente buone, silenziose e spontanee, vengono prima o poi ricompensate: è lì che risiede la vera magia.
di Simona Riccio




