Che sia con una matita, con un gessetto o con un pennarello, tutti abbiamo cominciato a disegnare da bambini tracciando una linea.
Un tratto che si trasforma in uno scarabocchio, in una forma e, infine, prende l’aspetto di un sole, una casa o un essere un umano. Per alcuni, come la sottoscritta, questi scarabocchi diventano una passione e allora si continua a sviluppare un disegno con uno stile personale, lo si rende sempre più tridimensionale e ricco. Per altri, invece, ci si ferma lì, alla linea essenziale del cosiddetto omino stecchino.
Che non è necessariamente un male, dato che l’omino stecchino ha avuto un ruolo fondamentale nella storia del cinema di animazione.
La storia dell’omino stecchino
La storia dell’animazione si sviluppa di pari passo a quella del cinema live action e, in effetti, il primo tentativo di animazione di un disegno, si trova proprio in un film di Méliès, uno dei grandi pionieri del cinema. Ne La lune à un mètre, infatti, il regista prova a creare l’illusione di un disegno in movimento su una lavagna attraverso fili che muovono i vari elementi.
La tecnica è più teatrale che cinematografica, ma l’idea lascia il segno, tanto che nel 1906 l’americano J. Stuart Blackton, che già da anni sperimentava con la tecnica della stop-motion, crea Humorous Phases of Funny Faces, il primo cortometraggio animato senza la presenza umana sullo schermo.
Anche qui, ritroviamo una lavagna sulla quale il disegno in gesso si muove dando vita ai visi di un uomo e una donna e ad altri personaggi. Il cortometraggio è ancora una sperimentazione tecnica, le varie scene sono sconnesse tra loro e non raccontano alcuna storia.
Un paio di anni dopo, però, il francese Émile Cohl decide di provare a produrre un cortometraggio più articolato seppur molto breve (dura poco più di un minuto) che partendo da uno sketch comico si articola in una serie di scene surreali. Ispirato dal lavoro di Blackton, Cohl sceglie di mantenere l’estetica della lavagna con linea bianca, ma non usa una lavagna: disegna su più di settecento fogli bianchi per poi riprendere le scene in negativo, in modo da creare una linea bianca su fondo nero.
Le animazioni sono più articolate di quelle di Blackton, che erano composte da visi o figure stilizzate fermi sullo schermo. Cohl, invece, lascia perdere il realismo e torna all’essenza dell’omino stecchino, più semplice da ridisegnare di foglio in foglio: vediamo quindi i suoi personaggi muoversi nello spazio, schiacciarsi, allungarsi, entrare in bottiglie che diventano fiori e poi elefanti, in un dinamismo che non si era mai visto prima.
Osvaldo Cavandoli
Dalle sperimentazioni dei primi anni del ‘900 il cinema di animazione si è poi sviluppato in un’altra direzione, che vede alla fine degli anni ‘30 scoppiare il fenomeno Disney. Le animazioni si fanno sempre più fluide grazie all’applicazione, ormai consolidata e in uso tutt’oggi, della tecnica inventata da McCay, i disegni dei personaggi più particolareggiati e gli sfondi sempre più ricchi e pittorici.
Ma c’è a chi quella ricerca di illusione del reale non interessa, perché ambisce ad un linguaggio più immediato e a un approccio alla lavorazione del film più veloce. Uno di questi è l’animatore milanese Osvaldo Cavandoli.
Negli anni ’40 avvia la sua carriera nell’animazione grazie a quella combinazione di casualità e ingegnosità, che a ripercorrerla oggi sembra impensabile, all’interno dello studio di Pagot, il massimo esponente dell’animazione italiana dell’epoca. Subito dopo la fine della collaborazione con il suo maestro, Cavandoli comincia a lavorare autonomamente, con pochissimi collaboratori, a progetti testando svariate tecniche, dalla stop-motion all’animazione tradizionale.
La lentezza del processo di animazione in stile americano lo annoia presto e il regista decide di tornare all’inizio, all’essenziale, e alla fine degli anni ’60 crea il cartone che, dopo vari cambiamenti, conosciamo come La Linea.
La Linea di Cavandoli
Tratto bianco, sfondo colorato scuro, personaggio stilizzato dalla silhouette con nasone diventata iconica, e proprio come nei corti di Blackton e Cohl, a volte, la mano del creatore che interviene a soddisfare i capricci del suo personaggio. Ma Cavandoli si spinge oltre rispetto ai suoi predecessori: la linea è unica, ininterrotta, crea i personaggi, ma anche l’ambientazione, un mondo infinito che nasce e scompare in una sola riga bianca su un foglio.
Al tempo, in Italia, la fucina dell’animazione era il Carosello, un contenitore in onda sulla RAI, unica rete televisiva, che accostava cortometraggi live action e animati a messaggi pubblicitari. La Linea inizialmente non viene considerata dalla RAI, ma presto viene notata dal proprietario dell’azienda di pentole a pressione Lagostina, che la sceglie per le sue pubblicità. La creatura di Cavandoli viene quindi trasmessa durante il Carosello e diventa un successo in Italia, ma anche all’estero: negli anni viene utilizzata per campagne pubblicitarie di altri prodotti in tutto il mondo, le vengono dedicate varie citazioni dal mondo della musica a quello dell’animazione e il suo autore vince numerosi premi.
La Linea con il suo parlato incomprensibile, la sua sfortuna costante e soprattutto la sua semplicità surreale è diventata un mito intramontabile e oggi, mentre siamo bombardati dagli slop pseudo-realistici delle intelligenze artificiali, viene da pensare che solo l’incredibile fermento creativo degli anni ’60 in grado di conciliare design, tecnica, surrealismo e sperimentazione poteva dare vita a un’animazione così immortale.
di Giulia Tolino




