Lucca: perso nell’elementale del caos senziente

A un certo punto mi giro e dietro di me non c’è più il mio collega.

Il “collega”, notare che ora sono comparse le virgolette, aveva un compito, uno solo: farmi arrivare dove dovevo arrivare. È sparito. Questo è successo quattro anni fa, a Lucca.

Lucca è sempre un delirio. Gli appuntamenti si accavallano, alcuni sono praticamente contemporanei. Tutta “Lucca”, come elementale del caos senziente, lo sa e lo tollera: i ritardi sono all’ordine del giorno, anzi, dell’ora. Tutti sanno che succederà e tutti si muovono il più velocemente possibile dentro quel cumulo gelatinoso di folla che è Lucca.

Oggi la fiera è spalmata su più giorni. Le persone sono comunque tantissime, ma almeno ce ne sono meno per metro quadrato. Sono spalmate su “troppo” pane, per citare Bilbo.

Allora, invece, serviva uno spazzaneve per muoversi.

Allora però non ci pensavo, Lucca era fatta in un solo modo, quello.

E io sapevo solo dove dovevo arrivare: al tavolo Panini, per firmare il mio fumetto. Un fumetto che, tra parentesi, il collega che improvvisamente mi è apparso accanto adora e ci teneva particolarmente ad accompagnarmi.

E ha detto, cito: “Ti accompagno io, so la strada”.

Spoiler: non la sapeva.

Mi giro su me stesso come una trivella. Non faccio un buco, ma almeno mi schiarisco le idee. Un po’ come farebbe Taz.

E lo vedo.

Mi muovo attraverso la folla, gli metto una mano sulla spalla. Lui si gira, ha lo sguardo perso, ma sorride quando mi vede.

Poi scopro che non ha solo lo sguardo, di perso.

Ha perso proprio tutto. Anche me ha fatto perdere.

Si scusa. Non sa minimamente dove sia la strada, cerca in tasca come se potesse essere lì, tra asfalto, segnaletica e il resto. Non c’è.

Alla fine faccio una cosa che non mi sentirei di fare mai più: chiudo gli occhi, mi volto verso di lui e dico: «Vieni».

E imbocco una strada completamente a caso, affidandomi all’istinto.

Tanto è inutile cercare sul cellulare o aprire Maps: qui non prende niente. Le cartine sono fradicie e, dopo giorni di Lucca, anche i segnali sparsi per la città diventano un po’ incomprensibili.

Mi butto.

Cerco la mia strada, il mio percorso. Un po’ quello che ho sempre fatto e che, in generale, consiglio anche agli altri.

Ed eccomi lì: serpeggio tra la folla, sotto la pioggia, seguito da una guida che non sa dove andare.

Che, a pensarci bene, è un po’ la storia della mia vita.

Chi incontrerò lungo la strada, quando arriverò, non lo so.

Ma sono certo, allora come oggi, che ci arriverò, è troppo importante.

di Daniele “Il Rinoceronte” Daccò

Daniele Dacco
Daniele Dacco
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