Badly in love: la strada verso la redenzione degli yankii

ヤンキー
Yankii

common word

Noun

1. (juvenile) delinquent Colloquial

警官がヤンキーに足を撃たれた。

The policeman was shot in the leg by a delinquent.

Questa è la traduzione di yankii che si trova nel dizionario che uso dai tempi dell’università (uno dei migliori a mio parere).
Si tratta di una sottocultura giovanile giapponese nata intorno agli anni ’80, definiti dai più “teppisti”, che spesso ricorre alla violenza per risolvere i problemi o anche solo quando hanno qualcosa che li infastidisce. 

Hanno alcuni particolari dell’aspetto fisico che ricorrono spesso: numerosi tatuaggi, vestiti e gioielli vistosi, capelli tinti, si muovono in motocicletta o con motori truccati.

Si ribellano, in sostanza, in qualsiasi modo possibile, ai vincoli imposti dalla rigida società giapponese.
Lo fanno nell’unico modo che concepiscono: ribaltando ogni regola che viene loro insegnata sin da piccoli.
La maggior parte delle volte è una necessità che deriva dal cercare di liberarsi da un passato colmo di violenze e solitudine.

Badly in love: yankii sotto i riflettori

Dopo Terrace House, messo in pausa in seguito a una disgrazia, Love Village, Love Wagon e The Boyfriend (per citarne solo alcuni), arriva su Netflix un nuovo reality/dating show giapponese: Badly in love.

Alcuni ragazzi e ragazze definiti yankii, convivono in una scuola abbandonata per quattordici giorni alla ricerca dell’amore vero.
Dallo studio sono collegati tre presentatori che commentano le scelte e le giornate dei concorrenti.

Nel corso degli anni abbiamo sviluppato una specie di pregiudizio nei confronti dei reality, convinti che fossero solo dei baracconi in cui le persone coinvolte cercavano semplicemente di diventare famosi sconvolgendo il più possibile il pubblico.

Livello di realtà: zero

Non dico che in questo caso siano tutti al 100% genuini, ma almeno questo format ci permette di aprire una piccola finestra su una sottocultura che esiste da decenni e di cui spesso si sa qualcosa solo grazie ad anime e manga.

Si ha la possibilità di sentire le storie direttamente dalle persone coinvolte e si capisce che, spesso, la via della violenza non è una scelta vera e propria.

Si trovano instradati da genitori criminali, parenti anaffettivi, solitudine, violenze subite, poca comprensione di ciò che la società si aspetta da loro perché nessuno glielo ha mai davvero spiegato.

Molti di loro continuano a vivere ai confini, migliorando la qualità della vita ma non venendo mai davvero invitati nuovamente a farne parte.
Li vediamo interagire e ci sembrano bambini.

Anzi, li vediamo recuperare, in un ambiente controllato, un’infanzia che forse non hanno mai avuto davvero.

La vasca dei pesci

Vengono dissezionati dai commentatori in studio come fossero pesci tropicali in un acquario. Ne cercano di capire i comportamenti come se parlassero una lingua diversa e avessero una cultura completamente differente.
E probabilmente è così perché vivono con regole tutte loro, codici d’onore, modi di interagire, come esprimono i sentimenti.

Questa è la cosa più interessante forse: il giapponese medio che guarda affascinato (e probabilmente con grande invidia) come lo yankii si esprime in maniera diretta, senza filtri. In imbarazzo perché non sono in grado di fare altrimenti, spesso li deridono per quello. Classico giapponese 1:1, ridi di ciò che non capisci o che ti fa paura.

Come compito gli danno dei lavori socialmente utili da portare a termine, come aiutare altre persone sfortunate a vari livelli. Loro, dal passato complesso, capiscono il disagio di chi attraversa momenti difficili e si trasformano così da pesci colorati a esseri umani reali.

La strada verso la redenzione

Questo programma sembra quasi una strada nuova che gli viene concessa per essere loro stessi ma facendosi perdonare dalla società per non rientrare in nessuna formina, in nessuna scatola.

Come lo fanno? Con l’amore.

Il linguaggio che ci accomuna tutti quanti, quello che comprendiamo indipendentemente da tutto.
Forse lo si esprime diversamente, ma quello che sentiamo alla base, nelle radici, è lo stesso sentimento.

Ed è un ponte.
Oltre la violenza, l’aspetto,
L’amore, immaginario o reale, per un partner o per il prossimo, è un linguaggio universale.

Ma attenzione, non hanno bisogno di questo programma per salvarsi: questo programma serve solo per far sì che il mondo li capisca.

Stay kind,
Monigiri

Monica Fumagalli
Monica Fumagalli
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