Food porn vs elegia del gusto: danza tra sacro e profano sulla punta della lingua

“Nessun amore è più sincero dell’amore per il cibo”.

Se dovessi tatuarmi mai una frase, sarebbe questa citazione celeberrima di George Bernard Shaw. Non tanto per il drammaturgo irlandese, che avrà comunque pur meritato il Premio Nobel per la letteratura, ma per la semplicità ed efficienza di questa frase: il cibo è tutto, è vita, amore e soprattutto è sincero. Il cibo, il gusto per la precisione, sa prenderti come una puttana d’alto bordo, come una salsa che brilla di promesse proibite, come carne che pulsa desiderio. E allo stesso tempo cullarti nei ricordi, nella memoria, nella promessa di un ieri che è anche un po’ domani.

food porn

Il food porn: il cibo “glamourizzato”

Questa dualità si esprime tanto nel food porn quanto nella sacralità religiosa dell’elegia del gusto. Il food porn, definito come una “glamourized visual presentation of food”, nasce tra le righe di The New York Review of Books alla fine degli anni ’70, con Alexander Cockburn che parlava di “gastro-porn” additando proprio quella capacità di evocare eccitazione e irrealtà con immagini patinate di piatti compiuti. In seguito, la critica femminista Rosalind Coward nel 1984 scrive che “cucinare e presentare il cibo in modo bellissimo è un atto di servitù… Il tipo di immagini utilizzate reprime sempre il processo di produzione di un pasto”.

Il food porn ridefinisce il cibo come spettacolo, come oggetto di desiderio. È un desiderio visivo, a volte sprezzante dei bisogni reali del palato, che può portare a sazietà effimera e dissociazione tra sguardo e sapore, una pruriginosa seduzione che il cervello premia, pur lasciando insoddisfazione.

L’elegia del gusto: la passione sottovoce

A un passo da quel clamore visivo sorge invece l’elegia del gusto, un registro narrativo che sussurra invece che gridare. Qui il cibo è carezza, anima, tempo sospeso. Il gesto rituale conferisce profondità, la visione è un invito all’ascolto e alla partecipazione emotiva. Non è un piatto da guardare, ma da sentire. In questo linguaggio, il gusto non è provocazione, ma devozione condivisa.

E il cibo, al di là dell’immagine, ha un valore economico immenso e complesso. Il mercato globale dell’alimentare raggiungerà nel 2025 circa 9,45 trilioni di dollari (Statista), mentre il settore della trasformazione alimentare si spinge verso i 6,7 trilioni nello stesso anno (WifiTalents). Un universo economico che oscilla tra cibo processato, organico, snack funzionali, e bevande d’eccellenza, generando un flusso impressionante di ricchezza, ma anche di responsabilità.

In questo panorama, gli chef diventano figure celebri, custodi di un’arte che trascende il solo atto del mangiare. In Italia, la Guida Michelin 2025 celebra 393 ristoranti stellati, tra cui 14 con tre stelle, ambasciatori di una cultura gastronomica che attrae, stupisce, diventa destinazione (michelin.com). A livello globale, Tokyo si impone come la città con il maggior numero di ristoranti stellati, con ben 194 (Statista).

In luoghi come il piccolo borgo di Aughton, nel Lancashire, questo riconoscimento trasforma l’economia locale: i tre ristoranti premiati radunano visitatori da ogni angolo del mondo, alimentando un circolo virtuoso che coinvolge produttori, botteghe e l’intera comunità. I cuochi, da demoni tentatori di food porn a sacerdoti del gusto, incarnano questa tensione tra il visibile e l’essenziale.

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Profano contro sacro, spettacolo contro poesia

Un altro aspetto cruciale è la funzione biologica del gusto: è sentinella silenziosa della sopravvivenza, ci segnala ciò che può nutrire o nuocere. Dal sapore amaro che avverte della possibile tossicità fino all’umami che rassicura del buon nutrimento, il senso del gusto è una rete di sicurezza evoluta che, fin dagli albori della vita, distingue tra pericolo e nutrizione.

Nel teatro del cibo moderno, il gusto non è solo piacere estetico o edonismo, ma anche protezione, intelligenza corporea, memoria. È lingua che parla alla sopravvivenza, al ricordo, all’identità. È il senso che può salvarci, anche quando lo spettacolo rincorre l’effimero.

In questo dualismo tra cibo-spettacolo e cibo-poesia, risiede il cuore della nostra relazione con il cibo: abbiamo fame di bello, ma anche di autentico. Un po’ come in amore.

di Elisa Erriu

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