Cartoni animati a confronto: Italia e Asia negli anni ’90

Gli anni ’90 sono stati l’ultima grande stagione di cartoni animati “di massa” prima del boom di Internet. In Italia, i pomeriggi erano scanditi da Bim Bum Bam, il contenitore per bambini in onda dal 1982 al 2002 che segnò un’intera generazione. All’interno si susseguivano anime e cartoni, da Holly e Benji a Sailor Moon, con sigle italiane memorabili e un’esperienza condivisa da milioni di bambini. Bambini che oggi sono trenta-quarantenni che infestano le fiere e i concerti di Cristina D’Avena e Giorgio Vanni (io in prima fila).

In Giappone, l’animazione era già un’industria strutturata: serie come Doraemon e Dragon Ball Z non erano solo intrattenimento, ma parte dell’immaginario quotidiano. Gli anime coprivano ogni genere e fascia d’età, creando un sistema culturale stratificato. In Corea del Sud, la produzione locale esisteva ma era ancora marginale: i bambini guardavano prevalentemente anime giapponesi e cartoni americani importati, spesso senza una cornice nazionale unificata.

E in Cina? La TV trasmetteva un mix di cartoni interni, serie sovietiche e produzioni giapponesi, ma senza un contenitore strutturato. I donghua (cartoni cinesi) erano spesso legati a fiabe tradizionali, educativi e a bassa diffusione, come la storia dello scimmiotto o di Nezha.

Bim Bum Bam

Non era solo un contenitore di cartoni: era un rito pomeridiano. Conduttori come Paolo Bonolis e la mascotte Uan divennero figure centrali non solo per i cartoon, ma per la socialità dell’infanzia. I dati d’ascolto dei primi anni ’90 raccontano di una media superiore al milione e mezzo di spettatori pomeridiani, con share intorno al 22%: numeri impressionanti per un programma dedicato ai più piccoli.

Forse la fortuna è stata che non ci fosse così tanta scelta, se consideriamo che in media adesso un cartone animato ha successo se raggiunge il 5% di share.

Scelta o no, è un fatto che un’intera generazione italiana abbia condiviso il medesimo linguaggio visivo, le stesse sigle, la stessa estetica. In un’epoca pre‑social, Bim Bum Bam era la colonna sonora visiva della crescita. E se i cartoni erano giapponesi, americani o francesi, poco importava: venivano “tradotti” in un linguaggio comune, che oggi farebbe un po’ sorridere.

Ed ecco che nella mitica Shanghai sono nati sai, i gemelli del destino. Che però erano francesi. Che però si chiamavano Marco e Marika.

E poi tutti ricordiamo i nomi italianizzati, o americanizzati per renderli più fruibile da un Giappone che era tanto lontano da non immaginare minimamente che oggi sarebbe stata la meta preferita di mezzo mondo. O forse nasce tutto da qui?

due bambini spaventati

Anime, cartoni animati e modelli di infanzia

Ma torniamo alla Cina. Sugli anni ’90 è un po’ difficile trovare tante informazioni, ma vi riporto un episodio del 2010 quando abitavo là, che secondo me rende bene l’idea o almeno l’immagine di come erano le cose e di come probabilmente fossero prima.

Giorno qualunque.
Accendo la tv e invece di soffermarmi sui donghua che tanto amavo come Xiyangyang (“The pleasant Goat” a cui devo il 90% del cinese che ho imparato), decisi di esplorare i canali di altra animazione. Trovai Yu-Gi-Oh!, me lo ricordo ancora. Era in giapponese, all’epoca studiavo già anche quella lingua quindi fui contenta di poter fare “due in uno”, aspettandomi a un certo punto dei sottotitoli in cinese.

Invece no. All’improvviso dopo un po’ di scene in giapponese senza sottotitoli, inizia a parlare una voce fuoricampo in cinese: una voce maschile, monocorde, che narrava ciò che accadeva sullo schermo senza mai cambiare tono per i personaggi.
Ne fui sconvolta: non capivo niente, le voci erano sovrapposte, una follia.
Eppure, scoprii poi, era una pratica comune in molte emittenti regionali: niente dialoghi, solo una cronaca simultanea, come una telecronaca lenta di un cartone.

Per chi, come me, era cresciuta con le voci emozionate e teatrali dei doppiatori italiani, quella modalità sembrava straniante. Ma era — e lo è stata per tanti — la normalità. Un’infanzia raccontata più che vissuta, filtrata da una voce unica. Anche quella è stata una forma di memoria condivisa, anche se con colori molto diversi.

Infanzia e memoria collettiva

Guardare alle differenze nei cartoni animati che hanno accompagnato l’infanzia negli anni ’90 e 2000 è, in fondo, guardare alle differenze culturali profonde. In Italia, l’infanzia era costruita attorno a appuntamenti condivisi come Bim Bum Bam; in Giappone, a un universo di storie diffuse ovunque; in Cina, a una narrazione semplificata ma comunque identitaria.

Alla fine, non conta solo ciò che abbiamo guardato, ma cosa abbiamo portato dentro. Le immagini, le sigle, i personaggi hanno un modo tutto loro di plasmare la memoria. E oggi, quando guardiamo indietro, ci ritroviamo con un mosaico di infanzie parallele, ciascuna con un sapore diverso, ma tutte segnate da quell’infanzia che — in un modo o nell’altro — ci ha fatto diventare chi siamo.

di Alessandra “Furibionda” Zanetti

Alessandra Zanetti
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