Questo piccolo spazio mensile, a cui dedico i miei pensieri e la mia esperienza, sta pian piano diventando una condivisione di stati emotivi sempre più intensa. Un lettore e caro amico solitamente usa scherzare, dicendo che faccio una seduta di riflessione condivisa con chi legge i miei editoriali.
Potrei mai deludere chi, con pazienza, mi segue da anni? No, direi proprio di no. E questo 2026 inizia con un tema che è un bel pugno nello stomaco: infanzia.
L’infanzia mette le basi, attraverso la conoscenza del mondo, le esperienze (siano esse positive o negative) e l’educazione, per l’adulto che sarà. In base al carattere e alle risposte agli stimoli esterni, il nostro futuro assume sfumature diverse, almeno a mio avviso.
Quando ripenso alla mia di infanzia, di forte ho il pensiero dei miei giocattoli, del Game Boy Color e del bullismo. Non necessariamente in questo ordine. Poi i pranzi domenicali, le polpette di mia nonna e la famiglia tanto grande.
Sì, sto tergiversando. Ho lanciato una parola forte. Bullismo. Parliamone.
Infanzia e bullismo, la violenza alle prime armi
Quando pesi a malapena 40 kg, differisci dalle altre coetanee per comportamenti più estrosi e sei in classe con bambini dal carattere più irruente accade che possano bussare alle tue spalle i primi traumi.
Per un periodo che non si è risolto in pochi anni, sono stata vittima di bullismo fisico e verbale. Ero piccola e mentre alzavo la testa davanti alle provocazioni ho iniziato a comprendere che, se non fossi stata io le mie spalle forti, la maestra di certo non avrebbe percepito il disagio. Nemmeno all’ennesimo pugno sferrato nello stomaco con conseguente vacanza al pronto soccorso.
Sono stati anni difficili, quelli della prima formazione. Anni in cui amavo visceralmente la poesia, ponevo fiori su tombe improvvisate di sfortunati passerotti, mi svegliavo con Pingu e cercavo di sopravvivere alla giornate a scuola fino alla porta di casa.
Non scenderò nei dettagli, perché la me grande vorrebbe prendere a calci le immagini sfocate di educatori distratti e bulletti viziati, ma ciò serve. Serve condividere e serve parlarne perché ad oggi sono quella che sono anche, purtroppo, a causa di questi episodi.
La forza dal bullismo, la corazza contro il mondo

Avevo due scelte: piangere subendo o trascinare quelle mani sporche di cioccolato e violenza con me. Ho sempre preferito la seconda scelta.
Non è semplice parlarne, non è semplice condividere, ma è liberatorio. Fa parte della natura umana, la violenza. Lo sa bene anche Marina Abramović, nota artista serba, che in una delle sue opere più celebri, “Rhythm 0”, portò all’evidenza pubblica quanto sia semplice stuzzicare la violenza umana, passando da 0 a 100 in malapena 6 ore (invito chi mi legge ad approfondire questo particolare episodio).
Quanto è semplice, per una persona, provocare del male se le condizioni sono favorevoli. Se tu glielo permetti.
L’ho conosciuto da piccola, l’ho rivissuto da grande e ci ho messo quasi 30 anni a imparare la lezione.
Eppure, nonostante la violenza sia stato uno dei linguaggi chiave che il mondo ha utilizzato in una fase tanto delicata della mia vita, altrettanto fu compensata da amore e arte.
Da piccola ero un tortino di ingenua fiducia nel mondo. Oggi, ho gli occhi più aperti, più grandi.
Ma l’infanzia non va mai via, non del tutto. Si nasconde, acquattata sul cuore, per battere per ogni cosa che reputiamo meravigliosa: un gatto che ha deciso di farsi accarezzare oltre l’uscio della porta di casa, un abbraccio inaspettato, una nuova espansione di Magic.
E ne sono grata, di essere così. E tu che mi hai compresa. Che nelle poche righe che ho scritto hai sentito anche tu quel pugno inferto nello stomaco, che a distanza di 28 anni fa ancora male. Un abbraccio lo meriti anche tu.
Miriam My Caruso




