Che il villain sia diventato il personaggio più amato delle narrazioni contemporanee non è più un mistero. Un tempo lo si sarebbe detto solo sottovoce, oggi è quasi ovvio: ci piacciono i “cattivi”. Ma la verità è che, più che innamorarci dei villain, forse non ci fidiamo più dei buoni. Perché il confine tra eroe, anti-eroe e villain è diventato talmente labile che spesso è solo una questione di prospettiva, nelle opere di finzione come nella realtà.

Chi è davvero il cattivo? È chi ha commesso il crimine, o chi l’ha reso possibile? Chi agisce fuori dalle regole, o chi le piega per difendere il proprio vantaggio? E l’anti-eroe dove si colloca? È una vittima che si ribella o un carnefice con una buona giustificazione?

I villain nella realtà

Queste domande si fanno strada non solo nei film, ma anche nella realtà. In Italia, ad esempio, è difficile non pensare a Fabrizio Corona, figura pubblica che da tempo occupa il ruolo narrativo del “villain nazionale”. Un personaggio che ha fatto della propria ombra un palcoscenico, trasformando errori e condanne in spettacolo e presenza costante. Ma più che la sua storia giudiziaria, è il suo modo di abitare la scena pubblica a renderlo interessante: ha scelto di non chiedere scusa, e in questo, ha smesso di essere solo un uomo per diventare una figura narrativa. Corona non è amato nonostante i suoi eccessi, ma perché li incarna senza mediazioni. È divisivo, disturbante, eppure genera discussione, come tutti i personaggi che hanno capito che il vero potere non è nella reputazione, ma nella narrazione. E non è un caso che venga tanto criticato quanto osservato. Perché quello che ci attrae nei villain non è la cattiveria in sé, ma il fatto che dicano quello che noi non osiamo dire. O che facciano giustizia — per sé, o per qualcun altro — con mezzi che noi non ci concederemmo mai.

Forse è questo a fare la differenza. I villain che zittiscono, che reprimono, che schiacciano sono i cattivi veri, quelli che temiamo. Ma quelli che sfidano il sistema, che rompono l’equilibrio e disturbano l’ordine, spesso li osserviamo con una sorta di ammirazione inconfessabile. Perché ci portano, anche solo per un attimo, il sogno pericoloso della libertà.

E in Asia? Non è poi così diverso.

Nella narrazione asiatica il fascino c’è, ma si sposta su qualcosa di diverso, di più ampio. Il villain non è solo un personaggio, è una crepa nell’ordine apparente delle cose, il sintomo di un disaccordo profondo tra ciò che è giusto e ciò che è possibile. È lì che il pensiero orientale scava: nel conflitto tra armonia collettiva e desiderio individuale, tra destino e ribellione. Il male non è sempre punito, a volte semplicemente esiste.

Nei K‑drama, la distinzione tra giusto e sbagliato è spesso un gioco d’apparenza. In The Glory, il male ha un volto elegante e perfettamente integrato: persone “normali” che hanno imparato a usare la violenza come strumento di successo. In Vincenzo, il cattivo è un manager che parla il linguaggio dell’alta finanza e uccide con lo stesso tono con cui firmerebbe un contratto. Spesso tuttavia è l’intero sistema a essere il villain: in film come Parasite, il male non ha un volto preciso: è un dislivello sociale talmente radicato da sembrare normale. E in No Other Choice, il confine tra vittima e carnefice si frantuma del tutto: chi è il “cattivo” quando ogni scelta è già condizionata? Qui come in tanti altri esempi, il villain non è un individuo, ma un sistema che soffoca e deforma, lasciando solo la lotta per restare umani. Nel racconto coreano, non importa chi abbia ragione, ma chi riesce a sopravvivere nel sistema.

due ragazzi disegnati in stile manga in abiti antichi cinesi

Cina: caos, karma e disarmonia

Nella narrativa cinese, come si vede in Heaven Official’s Blessing, l’antagonismo non è sempre incarnato da un individuo. Il villain è spesso la manifestazione di uno squilibrio, di un karma interrotto, di una storia che ha lasciato troppi nodi irrisolti. I “cattivi” non vengono sconfitti, ma armonizzati — o ignorati, come si fa con le crepe nei muri antichi: si sa che ci sono, ma non si osa toccarle. Anche qui, il male non è una maschera evidente, non ha bisogno di imporsi. È una presenza che disturba la quiete, che costringe a rimettere in discussione ciò che sembrava immutabile.

Alla fine chi vincerà?

Forse ci attraggono così tanto i villain perché rappresentano tutti gli errori che non abbiamo commesso, le verità che non abbiamo detto per paura di ferire o ferirci. E in questa battaglia di ruoli sempre più sfocati, a furia di avvicinarci a ciò che non abbiamo il coraggio di essere, ci ritroviamo a chiederci se non sia meglio essere noi i villain nella nostra storia.

Anche solo perché, si sa, i villain hanno sempre le battute migliori.

di Alessandra “Furibionda” Zanetti

Alessandra Zanetti
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