Trauma, PKNA#10 – Il vero nemico non è fuori

Pochi frame di apertura e, col primo balloon, l’albo ci piazza subito davanti un avvertimento, quasi un presagio: Gorthan, lo scienziato alieno cattivo della serie, apre citando l’Amleto di Shakespeare:

“Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante non se ne sognino nei vostri sistemi filosofici”

Quella frase, in un fumetto Disney degli anni Novanta, è un incipit tutt’altro che poetico che ci prepara ad una morale scomoda.

Chi ha sfogliato PKNA#10 – Trauma appena uscito in fumetteria, ai tempi, conosceva già bene gli Evroniani e la loro strana civiltà girovaga nello spazio in cerca di pianeti da razziare e ridurre in schiavitù in pieno stile Independence Day, e aveva già guardato con stupore l’abilità del Razziatore di piegare il tempo al suo volere per appropriarsi di grandi tesori o cambiare, su commissione, dettagli scomodi del flusso temporale. Se sentite odore de I Predatori del Tempo, non vi state sbagliando.

Trauma: quando il nemico si nutre di ciò che provi

PK è un eroe diventato “adulto” rispetto a Paperinik. Tra i suoi avversari comparivano anche i suoi simili: politici corrotti, giornalisti senza scrupoli, scienziati che hanno perso il contatto con la differenza tra “giusto” e “sensato”, militari privi di discernimento al soldo del nemico. Non manca nulla, dite?

Compare un super-soldato evroniano, potenziato da esperimenti genetici: Trauma non è solo “il cattivo grosso” da battere con un’arma più grossa. Il suo vero potere non viene dalla superiorità numerica, dai carri armati o dalle abilità che superano le leggi della fisica, e neanche dalla capacità di manipolare la società per i suoi biechi interessi.

Trauma sa far emergere nell’avversario la paura, farla salire come un’onda, usarla come nutrimento – e quando il nemico si nutre di quello che provi, il campo di battaglia si sposta dentro di te.

Qui la “cosa” non è l’alieno: è ciò che non sappiamo nominare di noi stessi.

Trauma: scelte stilistiche

Le scelte stilistiche di Faraci e Pastrovicchio ammiccano a un immaginario più alto, con le vedute notturne che richiamano la fantascienza di Moebius, mettendo subito al loro posto le cose “cool” di un fumetto di supereroi:

Le armi? Fronzoli.

La tecnologia? Espedienti.

La città notturna? Specchio dell’interiorità.

Come Ra’s Al Ghul nel Batman di Nolan, conosciamo Trauma dopo che ha passato una grossa parte della sua vita rinchiuso nel Pozzo – un pianeta-prigione che sa di laboratorio e di inferno – perché persino Evron, quando gioca con la paura, finisce per averne paura.

Gli autori rendono questo albo uno spartiacque tra un “prima” e un “dopo” della storia di Paperinik/PK: lavora di didascalie e pensiero interiore, mette Paperino in primo piano nei duelli, non come spalla comica del supereroe, ma come materia viva dell’eroe. Non ti sta dicendo “PK ha paura” come informazione: te la fa sentire come metallo sotto la lingua. E lo fa con una scelta strutturale quasi teatrale: tre atti, come se la paura avesse bisogno di una forma classica per mostrarsi moderna.

Un manuale segreto di sopravvivenza

Io PKNA l’ho incontrato alle medie, quando ero la versione più nascosta e incerta di me stesso. Quella che non sa ancora difendersi, e quindi si mimetizza. In quegli anni una storia così, per me, non è stata solo intrattenimento, è diventata un manuale segreto di sopravvivenza.

Leggi di un papero mascherato che ha armi straordinarie a sua disposizione, che sfida a viso aperto nemici più grandi di lui riuscendo a salvare le piume e tutti quelli attorno, sceglie di affrontare lo scontro con astuzia ricorrendo alla forza solo come ultima risorsa – poi, all’improvviso, ti ricordi che dietro quella maschera c’è il papero più sfortunato e cuore di panna della storia dei fumetti, che si prende cura dei suoi nipoti da sempre, che accetta mille lavori improbabili per sfangarla e che sbraita senza mai alzare un pugno sugli altri.

Scopri che puoi essere fragile e continuare a muoverti.

Impari che puoi avere vergogna e continuare a guardare.

Comprendi che puoi sentirti fuori posto e non per questo essere sbagliato.

Forse è da adulto – dopo viaggi, delusioni, psicoterapia, cambi di vita, dopo aver imparato che “capirsi” non è un’illuminazione ma un lavoro – che Trauma fa davvero male nel modo giusto. Quando hai finalmente i mezzi per farlo, ti accorgi che la tesi dell’albo non è “coraggio contro paura”. È più sottile, più vera: la paura non è solo un ostacolo, è un personaggio. È un villain interno che ti somiglia, che parla con la tua voce e usa la tua storia per forgiarsi un’armatura ogni giorno più ingombrante.

Cosa fai quando il nemico ti attacca dove sei già vulnerabile?

Cosa fai quando capisci che non puoi “eliminare” la paura, perché è parte del tuo sistema nervoso, parte della tua memoria, parte dei tuoi anni?

Qui PK diventa umano in un modo raro, se non unico, per un eroe “da gadget”, perché la soluzione non è un upgrade: è un attraversamento. Non è più “sconfiggere Trauma”, è smettere di essere governato da Trauma – cioè smettere di essere governato da ciò che lo terrorizza di sé stesso. Ed è questo che rende i villain di PKNA così importanti: non sono solo avversari, sono occasioni. Occasioni di crescita, sì – ma nel senso duro: obbligano PK a guardare la parte che ha messo in cantina per continuare a funzionare, e gli permettono di insegnarci che senza paura, non può nascere coraggio.

Penso a quel “guardiano interiore” che un tempo mi ha salvato – alle medie, quando ero nascosto – e che poi, fin quando non l’ho rimesso al suo posto, da adulto mi stava impedendo di vivere. Trauma lo ha portato al centro della scena senza psicologismi da manuale: con il Pozzo, con la città divisa, con le didascalie che scavano, con un mostro che si nutre di paura.

Ci mostra la verità più scomoda: che il vero nemico non è “fuori”, perché quello fuori lo puoi colpire. Il vero nemico è quello che ti abita, perché quello – se non lo riconosci – ti guida la mano anche quando credi di scegliere.

di Diego Pugliese

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