Sentimental Value, la recensione

Dopo una lunga attesa, Sentimental Value, il nuovo film del regista norvegese Joachim Trier con interpreti Renate Reinsve (già protagonista del precedente La persona peggiore del mondo), Stellan Skarsgård ed Elle Fanning, arriva finalmente anche nelle sale italiane – ma non è un racconto qualunque.

Sentimental Value, la trama

Sentimental Value è un film che interroga il peso che attribuiamo alle cose rispetto alle persone, e lo fa attraverso il linguaggio stesso del cinema, usato non solo come mezzo narrativo ma come strumento di riconciliazione. Premiata allo scorso Festival di Cannes, l’opera costruisce un racconto stratificato, fatto di memorie, finzioni e rappresentazioni che si intrecciano fino a confondersi.

Al centro ci sono Nora e suo padre Gustav: lei attrice teatrale e televisiva, lui regista affermato. Due artisti che condividono la stessa vocazione ma non lo stesso spazio creativo, perché il cinema, il territorio di Gustav, è anche il luogo del trauma. Nora lo rifiuta, lo evita, lo odia per aver abbandonato lei, la sorella e la madre. La sua scelta di non lavorare nel cinema sembra una forma di autodifesa, un modo per non riaprire una ferita mai rimarginata.

La narrazione procede per blocchi netti, quasi fossero scene teatrali: presente e passato, realtà e finzione. Questo continuo slittamento crea un gioco di specchi che riflette il cuore del film: quanto di ciò che raccontiamo è vero, e quanto serve solo a sopravvivere?

Simbologie e interpretazioni

Il vero fulcro simbolico è la casa di famiglia. Fin dall’inizio sappiamo che ha un difetto strutturale, qualcosa che per ora non è un problema ma che, ignorato, è destinato a peggiorare. È una metafora evidente ma efficace: i non detti, i traumi sotterrati, le assenze. Solo quando la casa viene completamente ristrutturata, cioè quando il conflitto viene finalmente affrontato, i personaggi sembrano ritrovarsi, riconciliarsi. Ma quella casa, ormai, non è più davvero una casa: è diventata un set cinematografico. Un luogo ricostruito, forse pacificato, ma anche artificiale.

In questo processo entra in gioco anche il personaggio dell’attrice americana, figura chiave e ambigua: sfruttata, usata come motore narrativo e umano, catalizzatrice di un cambiamento che non la riguarda davvero. Le interpretazioni sono tutte molto intense, forse persino “sprecate” per quanto vengono piegate alle esigenze del racconto e della messa in scena, come se anche gli attori, dentro il film, fossero parte di un set più grande.

Il finale resta aperto, volutamente interpretabile. Così come il finale del film-nel-film, che ci viene raccontato in un modo ma che, alla luce dell’ultimo risvolto narrativo, potrebbe cambiare completamente significato. Sentimental Value sembra dirci che non esiste una verità definitiva, solo versioni che evolvono con il tempo e con il coraggio di guardarle.

In conclusione

L’ultimo lavoro di Joachim Trier è un film sul riscatto possibile, ma non semplice: attraverso l’arte, il cinema e la finzione, i rapporti possono essere risanati e le vite migliorate, sì, ma a patto di accettare che ciò che resta potrebbe non essere più “reale” come prima. Forse il vero valore sentimentale non sta nel recuperare ciò che è stato, ma nel trovare un nuovo modo di abitarlo.

Sentimental Value sarà nei cinema italiani dal 22 gennaio.

di Laura Pidalà

Redazione
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