“Il sistema è corrotto!”: in qualsiasi evento che preveda un vincitore, a qualsiasi livello – dalla partitella di calcetto all’oratorio sotto casa fino ai Premi Oscar – è raro che chi alla fine risulta premiato incontri il favore proprio di tutti. Ed ecco che puntualmente qualcuno, con stizza e indignazione, si ritrova a esclamare la suddetta frase, a volte con ragione (qualcuno ha detto Sanremo?).
La verità è che difficilmente delle opere di qualsiasi linguaggio artistico possono essere catalogate in criteri “sportivi” o da concorso a premi. L’arte non dovrebbe essere una gara. A prescindere da questi discorsi filosofeggianti che esulano dallo scopo di questo articolo, ci sono stati dei casi dove, proprio durante la cerimonia dei premi più ambiti del mondo del cinema, il brano che ha ricevuto il premio per la Miglior Canzone non fosse quello che realmente è rimasto più impresso nella mente del pubblico e che poi è sopravvissuto al tempo. O che, semplicemente, non fosse la preferenza di chi scrive in questo momento (me medesima, che in tal caso rappresento la persona di cui sopra che urla al “sistema corrotto” – forse esagerando).
Questo mese facciamo un po’ di polemica parlando di canzoni che non hanno vinto il Premio Oscar ma avrebbero dovuto:
Premi Oscar 1968
La canzone vincitrice dei Premi Oscar 1968 fu Talk to the animals, brano abbastanza didascalico fin dal titolo, tratto dalla commedia musicale Il favoloso Dottor Dolittle, che vinse in quell’edizione anche il premio per gli effetti speciali.
Eppure, a distanza di quasi 60 anni, la canzone uscita “perdente” ma che ancora il grande pubblico riconosce e canta gioiosamente (e che è invecchiata benissimo) è senza dubbio The bare necessities da Il libro della giungla, conosciuta in italiano come Lo stretto indispensabile. Il confronto già solo dai titoli è impietoso: il gioco di parole sull’assonanza tra bare e bear (il brano è cantato dall’orso Baloo) è davvero una chicca.
Una curiosità: i fratelli Sherman che composero le canzoni per Il libro della giungla furono inizialmente contattati per lavorare a Il favoloso Dottor Dolittle. L’ingaggio andò invece a Leslie Bricusse in quanto gli Sherman avevano un contratto in esclusiva con la Disney.
Anni ‘70
Nelle edizioni degli anni ‘70 ci sono due casi di cui vi voglio parlare. Uno è quello del 1974, forse il più clamoroso della storia dei Premi Oscar (insieme a quello che si vedrà nel 2009, ma ci arriviamo più avanti). Quella premiazione si concluse incoronando The way we were, dal film Come eravamo, interpretata dalla stessa attrice protagonista Barbra Streisand.
Ora, lungi da me mettere in discussione lo status di leggenda della Streisand, elevata al rango di semi-divinità da qualsiasi theatre kid e appassionato di musical che si rispetti. Tuttavia, mi preme portare all’attenzione di chi legge che in gara quell’anno come Miglior Canzone c’era una certa Live and let die, di un certo Paul McCartney. Il genio visionario dell’ex-Beatle fa sì che ascoltando entrambi i brani pare che Live and let die sia avanti di almeno dieci anni rispetto a The way we were. L’immortale riff strumentale è poi particolarmente familiare al pubblico italiano perché ripreso come sigla del programma Matrix di Enrico Mentana, sebbene estrapolato dalla cover realizzata dai Guns ‘n’ Roses nel 1991.
Per quanto riguarda il 1978 qui mi tocca rifilarvi una mia preferenza puramente personale, che va a pescare – come mio solito – dall’animazione Disney. Se tra la giuria votante ci fossi stata io, invece che You light up my life (tema del film Tu accendi la mia vita), il premio sarebbe andato sicuramente dritto dritto a Someone’s waiting for you (in italiano C’è chi veglia su te) da Le avventure di Bianca e Bernie, composta da Sammy Fain (compositore pluripremiato, autore tra le altre cose del tema famosissimo de L’amore è una cosa meravigliosa) su testi di Connors e Robbins.
Anni ‘80 e ‘90
Ancora una volta per gusto strettamente soggettivo, per me gli anni ‘80 e gli anni ‘90 erano gli anni d’oro delle canzoni candidate ai Premi Oscar. Ogni anno c’era letteralmente l’imbarazzo della scelta e, tra tutte le nomination, comunque cascavi, cascavi bene. Quindi nessuno scandalo. Basti pensare che è vero che nel 1983 ha vinto la splendida Up where we belong, ma c’era in gara anche l’imperitura Eye of the tiger. Il 1984 fu invece monopolizzato dai musical con Flashdance e Yentl.
Nel 1985 ha vinto la graziosa I just called to say I love you di Stevie Wonder, ma d’altra parte sono rimaste a bocca asciutta Against all odds di Phil Collins e, soprattutto, Ghostbusters, che secondo me sarebbe uno dei temi musicali più probabili da sentir canticchiare se si chiedesse a una persona a caso di citare una colonna sonora a caso. Ancora, l’anno dopo, nell’86, trionfò Say you say me di Lionel Richie ma se avesse vinto The power of love da Ritorno al futuro probabilmente nessuno avrebbe avuto niente da ridire. E se il 1987 avesse premiato Somewhere out there da Fievel sbarca in America invece di Take my breath away da Top Gun io personalmente avrei apprezzato. Ancor di più se quell’anno non avesse completamente snobbato Who wants to live forever dei Queen da Highlander, che non venne nemmeno candidata.
Per non parlare del 1998 dove stravinse My heart will go on, tema storico di Titanic, stracciando avversari di rilievo come Go the Distance (Hercules) e Journey to the past (Anastasia). O dell’anno successivo che vide prevalere When you believe da Il principe d’Egitto su The Prayer (duetto tra Andrea Bocelli e, ancora, Celine Dion tratto da La Spada Magica – Alla ricerca di Camelot) ma soprattutto su I don’t wanna miss a thing degli Aerosmith.
Ma è sempre andata così bene? Ci sono due anni in particolare che rappresentano a mio avviso una macchia bella grossa nella tela praticamente perfetta di questi due decenni. Il 1989 vide solo tre nomination per la Miglior Canzone. E stranamente ha vinto il brano peggiore dei tre: Let the river run di Carly Simon battè infatti Two Hearts di Phil Collins ma soprattutto la splendida Calling You tratta da Bagdad Café, brano dalle atmosfere haunting.
Come non sottolineare poi che nel 1991 Somewhere in my memory di John Williams da Mamma ho perso l’aereo venne ingiustamente sconfitta da Sooner or later di Stephen Sondheim, che con ogni probabilità non ricorda nemmeno Madonna di aver cantato.
Anni 2000
Gli anni 2000 sono un susseguirsi di vittorie inspiegabili. È come se avessero estratto a caso dal cilindro la canzone da premiare, non considerando che non eravamo negli anni ‘80 o ‘90, dove anche pescando al buio capitavi comunque bene.
Ed ecco che vediamo nel 2002 If I didn’t have you di Randy Newman da Monsters & Co. (una brutta copia di You’ve got a friend in me da Toy Story, che perse nel 1996 contro Colors of the wind di Alan Menken da Pocahontas) scippare la vittoria a May it be di Enya da La compagnia dell’Anello. Dell’edizione 2007 tutti noi ricordiamo Listen di Beyoncé (Dreamgirls), e non la premiata I need to wake up dal documentario Una scomoda verità sul riscaldamento globale. Nel 2010 le atmosfere jazz de La Principessa e il Ranocchio vennero sconfitte dal country cantautorale (e banale) di The weary kind (da Crazy Heart). Lo scontro fraticida del 2011 tra il duetto d’amore I see the light da Rapunzel e We belong together (Toy Story 3) vide quest’ultima spuntarla.
Ma il caso più scandaloso, che mi ha fatto perdere fiducia sulla reale utilità dei Premi Oscar e che mi ha davvero fatto urlare al “sistema corrotto” è – come già accennato – il 2009. La spettacolare Down to Earth di Peter Gabriel dal film Pixar Wall-E, interpretata in via del tutto eccezionale da un John Legend in stato di grazia durante la Cerimonia, dovette cedere inspiegabilmente il passo a Jai Ho da The Millionaire, che tutti ricordiamo nella versione tormentone delle Pussycat Dolls. Non penso ci sia altro da aggiungere. Sipario.
di Marta “Minako” Pedoni




